UNA PROTESTA DELLA POVERA GENTE

STORIE DI BRIGANTI




L. M.



"Sono ormai sette mesi che non si dorme in un letto. La più parte delle notti l'abbiamo passata nelle stalle, e, la greppia ci serve da giaciglio. A noi la patria costa cara..." Così si esprimeva, scrivendo nel 1861, un soldato lombardo impegnato nella repressione della guerriglia che insanguinava da tempo le province meridionali annesse al Regno d'Italia. Costituito di recente, e fra asperrime polemiche, il giovane esercito italiano, che anelava alla battaglia decisiva contro gli Austro-Ungarici, doveva battersi contro un nemico imprevisto e innaturale: i contadini delle aree del Sud. E sosteneva una guerra fatta di mille combattimenti, pesante e sanguinosa, di cui "per convenienza politica" si parlava poco e non tanto volentieri; una guerra che non sarebbe mai stata ufficialmente riconosciuta come campagna militare, anche se avesse impegnato, a mano a mano che proseguiva, un crescente numero di reparti. E che, raggiunto il suo culmine intorno al 1864, si sarebbe conclusa, soltanto sei anni più tardi, dopo avere arrecato all'intero Paese un imponente danno morale e materiale, con ferite la cui traccia sarebbe rimasta a lungo nelle popolazioni meridionali, nella loro memoria storica e nella loro stessa psicologia.
Antagonisti accaniti dei soldati, i "briganti": e, com'è stato scritto, c'è già, in questo termine, l'ammissione della ragione vera della guerriglia, che fu di ordine sociale. Certamente, in un primo tempo, numerose bande proclamarono di combattere per scacciare gli invasori piemontesi e per restituire il regno "usurpato" a Francesco secondo; senza dubbio, da Roma agenti borbonici e anche francesi si sforzarono di coordinare le azioni, sognando la riconquista di Napoli; certamente ancora, in Europa si parlò di "Vandea napoletana", e qualche legittimista accorse a battersi per il trono e per l'altare; e infine, sembra fuor di dubbio che anche i politici piemontesi aizzarono una parte del brigantaggio meridionale per poter applicare leggi severe, il cui fine non poteva che essere quello di attuare la strategia dell'"ordine sovrano" a pericolo scampato, anche dopo avere ottenuto l'altro scopo, quello della repressione a Sud in vista dello sviluppo economico-produttivo del Nord; ma "nei briganti - avrebbe scritto un generale preposto alla caccia ai fuorbanditi - è personificata la protesta incessante delle classi diseredate, della povera gente che vorrebbe vivere del lavoro e invece non può trarne il necessario, sebbene sia soggetta a guisa di schiavi ai ricchi signori".
Fosse stato veramente e soltanto "politico", il brigantaggio avrebbe avuto vita breve. Esso ebbe, sì, l'occasione storica di manifestarsi in tutta la sua imponenza nella crisi seguita alla sfacelo dello Stato borbonico, nel vuoto di potere che si era venuto a determinare: ma non può essere considerato una rivolta contro i "conquistatori piemontesi", una ripulsa del Sud all'unità d'Italia. Insieme con i possidenti, i briganti massacravano i rappresentanti dello Stato solamente perché, nella loro rabbia nutrita di miseria, nella loro attesa sempre delusa, vedevano un nemico in qualsiasi autorità. A un ostaggio, che cercava di accattivarsi le simpatie dei briganti proclamandosi borbonico, un capobanda disse: "Tu hai studiato, sei avvocato, e credi che noi fatichiamo per Francesco secondo?"
Qualcuno ha suggerito l'espressione, suggestiva ma soltanto parzialmente accettabile, di "rivolta contadina". In qualche misura, il brigantaggio rappresentò una specie di ribellione della campagna contro la città: A galantuomini sono i signori del paese, noi della montagna", dicevano i briganti. "Loro si servono della penna, noi del fucile". Certo, la guerriglia nelle province meridionali rappresentò un fatto sociale imponente per ampiezza, per durata e per partecipazione. Ebbe fine - oltre che per l'energica repressione militare - quando i contadini furono vinti dalla stanchezza; e quando incominciarono a non riconoscere più, nei briganti, i loro difensori.
Le prime operazioni contro i "guerriglieri" erano sembrate all'esercito l'ultima e ovvia fase della campagna meridionale. Già mentre scendevano a sud incontro ai garibaldini, i piemontesi si erano imbattuti in reparti irregolari; ora che la guerra era virtualmente conclusa, si trattava di rastrellare gli ultimi soldati borbonici che, sbandati, ancora resistevano; e si trattava di rintuzzare qualche rigurgito legittimista. Ma già nella primavera del 1861, l'impressionante e fulmineo dilagare della guerriglia dissipò queste ottimistiche convinzioni. Ad una ad una, tutte le province meridionali prendevano fuoco: la rivolta ardeva dal Molise alla Terra d'Otranto, dalla Capitanata alla Lucania, alla Terra di Lavoro. Alcuni centri, anche di notevole importanza, erano controllati dai briganti: giungevano notizie di attacchi e di massacri. Qua e là, si sollevava l'intera popolazione di un villaggio e dava la caccia ai possidenti come agli ex-garibaldini, a chi voleva di buon grado accettare l'unificazione, o aveva in qualche modo collaborato con i piemontesi.
Il Sesto Gran Comando, con quartier generale a Napoli, era impreparato ad affrontare l'improvvisa bufera, così come lo erano i comandi periferici e quelli delle truppe in campagna. Il peso della prima, feroce ondata di guerriglia fu sopportato, a costo di sanguinose fatiche, mentre affannosamente si chiedeva l'invio urgente di rinforzi. Complessivamente, c'erano nel Meridione cinquantuno battaglioni di fanteria - con sei brigate su dodici reggimenti - più due reggimenti di cavalleria e sette battaglioni di bersaglieri. A queste forze, si aggiungeva quella della Guardia Nazionale, reclutata a difesa dei villaggi e delle città, tra operai, artigiani, piccoli possidenti e coloni: l'elemento borghese, in fatale contrapposizione a quello rurale. Tra guardie nazionali e briganti, la lotta fu sempre spietata e senza quartiere. Senza alcuna pietà. Nell'ultima fase della repressione, furono proprio formazioni volontarie, al servizio dei possidenti, a vibrare. all'agonizzante brigantaggio i colpi più feroci.
I generali Della Rocca, Durando e Cialdini si trovarono ad affrontare, uno dopo l'altro, una guerra nella quale non c'erano né fronte né retrovie, in un ambiente molto spesso ostile, e comunque sempre sospetto.
Si procedette ad arresti in massa, a durissime rappresaglie contro le popolazioni colpevoli, o anche semplicemente sospettate di aver collaborato con i briganti. Proprio per evitare le rappresaglie, costoro si tennero alla campagna, senza metter più piede nei villaggi. E questo fu, senza alcun dubbio, un primo successo della repressione. A mezzo luglio, intanto, i battaglioni erano saliti a sessanta: c'erano nel Meridione circa ventiduemila soldati. Verso la fine dell'anno, sarebbero stati ben cinquantamila, su novantun battaglioni. L'esercito si teneva comunque sulla difensiva, badando a proteggere i centri urbani. Colonne mobili erano inviate da una città all'altra, da un paese ad un altro paese. Ma, In pratica, la campagna era sotto il controllo dei briganti.
L'armamento dei rivoltosi era assolutamente inferiore a quello delle truppe regolari: era costituito, in genere, da fucili da caccia, da vecchie armi di casa; le armi da guerra erano quelle tolte ai nemici uccisi o catturati, o rubate in qualche deposito assaltato. Molto spesso, i briganti fondevano le pallottole facendo ricorso, oltre al piombo, all'assai meno temibile stagno. Essi avevano, come è naturale, scarsa conoscenza dell'uso della sciabola: per questo temevano lo scontro con la cavalleria, che cercavano di evitare e che, del resto, non poteva essere facilmente impiegata nelle aspre balze della Murgia e dell'Appennino. I briganti erano in genere appiedati. Soltanto in Lucania si ebbero bande interamente montate, come quella del Crocco, li quale fu il più intelligente e forse anche il più fortunato dei briganti. Bande semi-montate, inoltre, infestavano la Puglia, fino alla Terra d'Otranto.
La tattica di costoro era quella, classica e immutabile, della guerriglia: l'imboscata, l'attacco rapido, la più rapida ritirata. Il confronto con forze superiori era naturalmente evitato: molto raramente un'azione era continuata, se trovava una decisa reazione. Gli ufficiali e i soldati italiani trovavano questo modo di combattere insopportabile e "vile": ma vennero via via abituandosi ad esso, e quando furono in grado di applicarlo, inflissero ai briganti sconfitte decisive. I "guerriglieri" morti venivano portati via dai loro compagni, insieme con i feriti che, se intrasportabili, erano finiti freddamente, con un colpo di grazia. I cadaveri erano arsi e sfigurati, perché non potessero in alcun modo venire identificati. La sorte riservata ai prigionieri era spesso atroce: così come i possidenti o i "liberali" erano orribilmente, linciati, gli ufficiali e i soldati catturati subivano una fine orrenda: venivano squartati, uccisi a colpi di bastone, anche arsi vivi. La mutilazione dei cadaveri era molto frequente: sul terreno di uno scontro vennero trovate le teste, mozze e inchiodate a un albero, di un ufficiale e di un sottufficiale di cavalleria.
Carabinieri e Guardie Nazionali, invece, venivano fatti a pezzi. Nemmeno i soldati davano quartiere. Le truppe in campagna, esasperate dalla fatica, inferocite dalle continue imboscate e dai franchi tiratori, spesso si lasciavano dietro la traccia sanguinosa del loro passaggio. Non erano rari, inoltre, i casi di villaggi o di quartieri dati alle fiamme.
Mai i soldati trattarono i briganti come soldati: "Uccidimi da soldato!" implorò il capobanda sergente Romano a un cavalleggero che lo inseguiva. "Muori da brigante!" replicò questi, spaccandogli il cranio con la sciabola. Josè Borjes - il legittimista spagnolo venuto in buona fede a combattere in Lucania, personaggio notevole e certo non privo di nobiltà - venne senz'altro fucilato insieme con i suoi diciassette compagni, dopo che l'ufficiale dei bersaglieri, che lo aveva preso prigioniero, si era freddamente rifiutato di accettare la sciabola che egli in segno di resa intendeva consegnare.
"Bella truppa, i bersaglieri!", aveva mormorato Borjes prima di morire. E in effetti, i bersaglieri dettero ottima prova nella repressione della guerriglia, sia per il loro particolare addestramento, sai perché organizzati sull'agilissimo battaglione e non sul più lento reggimento, come le altre truppe di fanteria. Potevano muoversi rapidamente, con azioni coordinate; intervenire in breve tempo, e ritirarsi in altrettanto breve tempo. In pratica, adottavano la stessa tattica, e, nel complesso, le identiche strategie dei briganti. In più, avevano il vantaggio della superiorità delle armi e della centralizzazione del comando.
Nonostante il crescente impiego di truppe, e nonostante la severità della repressione, la guerriglia nel Meridione continuava; e parve giunto il momento di far ricorso a una legislazione eccezionale, che mettesse le autorità militari in grado di colpire duramente, dappertutto, in qualsiasi momento, e senza pastoie burocratiche. Soprattutto, di colpire a fondo.
Del brigantaggio, come si è detto, si parlava poco o pochissimo, e con reticenza. La Commissione d'inchiesta Massari aveva tuttavia informato della situazione il Parlamento, che nell'estate del 1863 approvò a larga maggioranza la Legge Pica (dal nome del deputato dell'Aquila che l'aveva presentata).
Questa legge prevedeva la competenza dei tribunali militari a giudicare i briganti e tutti i loro complici; la fucilazione dei resistenti a mano armata. Soprattutto, dava al governo la possibilità di inviare le persone sospettate al domicilio coatto. Per chi si fosse arreso subito, era prevista una diminuzione della pena. Si chiariva, inoltre, che per zona "infestata dal brigantaggio" si intendeva l'intera area del Meridione, eccezion fatta per le province di Teramo, Reggio Calabria, Bari e Terra d'Otranto. Ma nelle province di Bari e della Terra d'Otranto, di fatto, la legge Pica ebbe regolare applicazione.
Furono reclutate squadre di volontari a piedi e a cavallo, scelti fra la gente pratica dei luoghi. Si poteva notare, ora, una maggiore disposizione alla collaborazione: la fiducia dei contadini nella disperata battaglia dei briganti veniva meno. E sempre più spesso i briganti si mostravano duri e spietati verso i contadini, non esitando a taglieggiarli, ad incendiare le loro povere case, anche a massacrarli quali nemici. Le truppe furono aumentate. Tra il 1863 e il 1864, la forza d'esercito impiegata toccò il massimo di circa 117 mila uomini: cifra davvero impressionante, se si pensa che due anni dopo, in occasione della guerra all'Austria, l'esercito italiano disponeva di una forza operativa di 220.000 soldati, esclusi i volontari.
Il generale La Marmora, che dirigeva ora il Sesto Gran Comando, affidò le truppe in campagna al generale Emilio Pallavicini di Priola. Intelligente, positivo, astuto, costui accettò i modi e i rischi della guerriglia; e mentre si sforzava di conquistarsi la fiducia delle popolazioni, isolando i briganti e cercando di tagliare le loro vie di rifornimento, organizzava nella zona di Benevento un'operazione che chiameremmo oggi di "ricerca e distruzione" dalle bande più consistenti.
Sua prima vittima fu il Caruso che, incalzato, braccato, posto di fuga, fu denunciato da un contadino e passato per le armi. Toccò poi a Ninco-Nanco, e via via ad altri noti capibanda, fino a quando, nel luglio del 1864, fu sorpreso in Puglia, a un guado dell'Ofanto, lo stesso Crocco. I cavalleggeri di Lodi e di Monferrato annientarono la sua banda: l'audacissimo brigante, però, con una marcia avventurosa, riuscì a raggiungere la frontiera dello Stato Pontificio, salvando così la vita, per concluderla solo con l'ergastolo (morì dopo trent'anni). In prigione, dettò le sue memorie (sulla cui autenticità non manca qualche dubbio): un documento impressionante sulle condizioni di vita delle plebi meridionali. Una legge per la repressione e brigantaggio sostituì la Legge Pica e restò in vigore fino a tutto il 1865. Ma già le operazioni del generale Pallavicini avevano colpito a morte la guerriglia meridionale: nell'inverno del 1864, fu possibile ridurre le truppe. Rimasero nel Meridione otto reggimenti di cavalleria, otto reggimenti di granatieri, tredici battaglioni dei temibili bersaglieri e trentaquattro di fanteria di linea.
Il brigantaggio agonizzava: tuttavia, non moriva. Le sue cause erano troppo profonde perché potessero venir rimosse dalla semplice azione militare, e le condizioni sociali che lo avevano prodotto non accennavano a cambiare. Vastissime zone, e in modo particolare quelle più aspre, continuavano ad essere infestate da bande contro le quali vennero intraprese, negli anni seguenti, articolate operazioni militari.
Non è più possibile, però, parlare di guerriglia: il brigantaggio finì per divenire un fenomeno endemico, inevitabile e in certo senso accettabile nelle zone socialmente e culturalmente più depresse. Pur conservando il suo vecchio carattere di rivolta sociale, si tinse qua di foschi colori romantici, là di cupi bagliori criminali; un'ambigua classe borghese agganciò gli ultimi briganti, strumentalizzandoli, sfruttandoli: drammatica e amara beffa per chi, contadino, aveva preso il fucile e la via della montagna per sfuggire proprio alla sfruttamento. La repressione, improntata molto spesso a spietata energia, fu questione di polizia, anche se qualche volta venne ancora affidata a reparti dell'esercito. Quasi tutti gli storici sono concordi nel porre al 1870 la fine del brigantaggio nell'Italia del Sud.
Quante siano state le vittime della lunga guerriglia è tuttora impossibile da stabilire. E se gli archivi dello Stato Maggiore potrebbero fornire dati attendibili circa le perdite subite dalle forze regolari impegnate nelle azioni antiguerriglia, il numero dei briganti, dei contadini, dei fiancheggiatori, degli stessi possidenti e "liberali" uccisi, verosimilmente non potrà mai essere precisato nella sua interezza. Che, senza alcun dubbio, sarebbe tale da impressionare.
Si è sommariamente calcolato che, dal primo giugno del 1861 al trentuno dicembre del 1865, erano stati uccisi nel corso di combattimenti o per fucilazione senza processo o con processi sommari ben 5.212 briganti! Ma il calcolo si basa su dati parziali e approssimativi. Il numero delle vittime potrebbe tranquillamente risultare raddoppiato. Forse, anche superiore al doppio. Quanto ai militari, il tifo e la malaria - che imperversavano nelle aree del Meridione, indicativi delle condizioni nelle quali erano costretti a vivere milioni di uomini nelle regioni del Sud - ne uccisero certamente assai più dei "guerriglieri".
L'esperienza tecnica acquisita non poté essere posta a frutto: ma tutto questo è di scarsa importanza. Ben più rilevante è il risultato morale raggiunto, e raggiunto definitivamente. Un giorno, prima di annientare, massacrandolo fino all'ultimo uomo, il reparto che aveva sorpreso con forze preponderanti, il Crocco aveva invitato i soldati meridionali a uscire dai ranghi, e a far salva la vita passando dalla sua parte. L'invito era stato immediatamente accolto. I morti furono solo "piemontesi".
Questo episodio si era verificato nel 1861, e con ogni probabilità si ripeté altre volte. Ma non per molto tempo. Perché, impegnati nella stessa lotta, costretti alle medesime fatiche e - in ultima analisi - allo stesso dramma, italiani del Nord e del Sud, che vestivano la medesima divisa, incominciarono a conoscersi e, soprattutto, a riconoscersi. Un nuovo spirito faticosamente nasceva e si faceva strada.
Scriveva Gaetano Negri, un giovane tenente impegnato nell'antiguerriglia: "Quegli otto soldati che rimasero vittime dei briganti li ho sempre davanti agli occhi. Tre erano napoletani, uno toscano, uno romagnolo, due lombardi, uno piemontese... ".

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