§ SAN PAOLO A MALTA

TRADIZIONI PAOLINE




Brizio Montinaro



Altra importante tradizione legata al culto di San Paolo e alla permanenza dell'Apostolo nell'isola di Malta è quella relativa alla Grotta di Rabat.
Non molto discosta dalle mura di Mdina - un tempo chiamato Melita poi Città Notabile - e più precisamente attigua alla Collegiata di S. Paolo a Rabat vi èuna grotta conosciuta da tempo immemorabile come il-Grotta ta' San Powl. Una costante tradizione orale dice che Paolo, dopo il naufragio avvenuto nell'anno 60 dell'Era Cristiana, soggiornò in essa - santificandola (1) con la sua presenza - per i tre mesi di permanenza nell'isola e che perciò, sin da allora, è tenuto in somma venerazione dai Maltesi. Tale tradizione popolare è sostenuta e convalidata da una parallela e continua tradizione colta che si snoda per memorie a stampa e manoscritte, per biblioteche e archivi a partire dal XVI secolo fino ai giorni nostri.
Come sia nato il culto della Grotta è molto difficile stabilire. Gli ATTI DEGLI APOSTOLI non fanno in proposito il minimo cenno. E' certo però che fu conseguenza diretta della presenza del Santo nell'isola.
Non si sa quanto le fonti - quelle orali e quelle scritte - abbiano influito reciprocamente le une sulle altre; probabilmente, non si è lontani dalla realtà se si pensa che le fonti scritte, molto più agguerrite e ricche di prestigio, abbiano contribuito in maniera determinante alla formazione del culto della Grotta nel la versione conosciuta e ne abbiano indicata al popolo l'ubicazione. Molti scrittori del passato credettero che quella spelonca fosse stata eletta da Paolo per suo semplice ricovero (2) e che il Santo liberamente si aggirasse poi per l'isola predicando la nuova religione a quei cortesi isolani e al loro principe Publio.
Una gran parte degli storici ritenne invece che l'Apostolo avesse consacrato in oratorio (3) il luogo angusto dove dormiva "su pietre a forma di tavola" (4) per poter catechizzare gli indigeni appena convertiti alla nuova religione. Una tradizione locale invece indica un posto all'aperto, vicino alla grotta, come il luogo dove l'Apostolo era solito predicare ai Maltesi (5).
Altri studiosi ancora, in base a precisi studi archeologici, scrissero che la grotta altro non era se non il tulliano, ossia il carcere inferiore della prigione romana di Stato dove Paolo era stato semplicemente detenuto mentre comunque godeva della libertà di predicare, istruire, battezzare (6) e guarire gli isolani (7). Giovanni Quintino Eduo, che scrisse nel 1536, riferisce la tradizione della Grotta proprio in questo senso. Non può essere interpretata altrimenti, infatti, la seguente frase tratta dal paragrafo XX della sua opera: "Propter urbem spelunca est effossa introrsum rupe, duabus intus aris, ubi cum vinctis Paulum tres asseveratum menses referunt, insulanos interim variis morbis et infirmitatibus vexatos sanantem, et ad Christum sua praedicatione vocantem" (8) L'ubicazione quindi ("nelle muraglie o nel fosso di esso città, detto anche chandah", esistevano un tempo le prigioni di Stato (9)) e l'analoglia con il carcere tulliano di Roma confermavano tale convincimento.
Queste tre diverse teorie tuttavia concordavano tutte su un fatto: che quella e non altre, o non in altri luoghi, era la grotta in cui Paolo con alcuni suoi compagni Luca, Aristarco, Trofimo ed altri - poi tutti santi - abitò per tutto il tempo di sua permanenza a Malta. E per memoria, nel 1748, il Gran Maestro Pinto fece collocare in essa una statua di marmo bianco lavorata a Roma riproducente l'Apostolo nell'atto di predicare.
Per questioni di supremazia e di prestigio intorno alla Grotta di Paolo nacque, poco dopo la metà del secolo scorso, una controversia tra due eruditi sacerdoti maltesi: il Rev. Giovanni Gatt Said, Rettore della Santa Grotta, e il Cari. Vincenzo Paolo Galea. Il primo sosteneva che la grotta del Santo fosse stata la PratoCattedrale dell'isola, il secondo invece che la primitiva chiesa vescovile di Malta fosse stata da San Paolo medesimo consacrata nel luogo dove oggi sorge la chiesa Cattedrale, e un tempo sorgeva il palazzo del principe Publio, Santo e primo Vescovo di Malta (10).
Vediamo in breve le vicende della Grotta.
Per il primo millennio dopo il naufragio di Paolo, non si hanno notizie scritte e sicure o, almeno, fino ad ora non si conoscono. Si può supporre, verosimilmente, che in essa sia stato praticato un culto cristiano, dai tempi in cui l'imperatore Costantino ordinò la fine delle persecuzioni fino all'invasione araba dell'870. Per i 220 anni di detta dominazione ci pare abbastanza improbabile un qualsiasi culto nella grotta e della grotta; ma dall'occupazione dell'isola da parte dei Normanni (avvenuta nell'anno 1090) in poi si può ipotizzare una decisa ripresa fino a tutto il Medioevo. Anche per questo secondo torno di tempo, però, non possediamo notizie precise. Si sa certamente che la fama della Grotta, ormai santuario, era di molto accresciuta e non solo tra i Maltesi ma anche in Italia e nel resto d'Europa. Gli uomini di San Paolo facevano riferimento a tale Grotta nel vendere quel loro speciale antidoto, terra Sacti Pauli, vero o falso che fosse, su tutte le piazze e i mercati.
Le prime notizie scritte di cui si dispone riferiscono che la venerazione verso il santo luogo subì un calo a causa dei frequenti attacchi turchi e, soprattutto, del Grande Assedio di Malta del 1565 posto da Solimano il Magnifico (11). Dopo la sconfitta dei Turchi, vari avvenimenti contribuirono a riconciliare venerazione verso la santa Grotta: le iniziative liturgiche di ecclesiastici, l'attività promozionale di laici, l'avvento della Religione Gerosolimitana in Malta e soprattutto il fervore di fede e la frenetica attività di un curiosissimo personaggio, di nome Giovanni de Beneguas. Questi, "spagnolo di nobil sangue", venuto nell'isola "per prender l'abito di Cavaliere di San Giovanni Battista il Precursore", come dice l'Hasciac, appena giunto a Malta e visitata la Grotta di San Paolo, "s'inanimò talmente di devozione, che spogliandosi delle commodità di questo mondo ha bramato le ricchezze della futura gloria... Si conferì in un luogo secreto poco distante di questa S. Grotta e spogliatosi delli suoi vestimenti e cambiatili con un gabano vecchio di rozza lana con un povero uomo, ligandoselo sopra la nuda carne con una fune, entrò poi in questa S. Grotta in un cantone di quella più oscuro, che ivi vi fosse, qual per suo abitazione elesse, et ivi facendo continue orationi tanto di giorno come di notte, oltre le discipline e cilicj a far questa vita eremitica e penitente, di questa maniera incominciò" (12).
Ma si sa che il Beneguas non si fermò molto tempo a fare l'eremita. La santità del luogo, tanto folgorante e forse anche da lui veramente sentita, non gli bastava. Ben presto, con il manifesto scopo di arricchire di devozione la Santa Grotta, ma forse con l'intento segreto di arricchirla di prestigio temporale, partì per Roma e si presentò al Papa Paolo V, dal quale ottenne tutta una lunga serie di indulgenze, di attestati, di bolle e di reliquie le quali, al suo ritorno nell'isola, infiammarono gli animi di fede e devozione, ma anche (esclusivamente quelli del clero) di invidie e rivalità tali per la preminenza sulla Grotta, che si finì con il litigare e con il fare addirittura due processioni solenni per il trasporto delle Sacre Reliquie da La Valletta alla Grotta di Rabat: una per il clero della Cattedrale e un'altra per quello della Sacra Religione Gerosolimitana. Tutto questo pandemonio però fu attribuito da un cronista dell'epoca al nostro nemico di sempre: Satanasso (13).
Da allora, comunque, la Grotta di San Paolo fu sempre visitata da tantissimi pellegrini, spesso anche molto illustri, venuti da ogni parte: Italia, Francia, Spagna, Fiandra, Polonia (14), attirati dalla santità del luogo e dai due miracoli in otto che in esso si potevano ammirare, ottenuti per la benedizione concessa dall'Apostolo Paolo: quello della terra della grotta, dotata di una specialissima virtù contro tutti i veleni, le febbri maligne e contro qualunque specie di flusso di corpo, e quello per cui - per quanta terra venisse portata via dai pellegrini - la grotta non mutava mai di dimensioni. Non molto discosto dal santo luogo il sempre sollecito padre Giovanni de Beneguas, per i suoi meriti poi chiamato frate Giovanni della Venerabile Grotta di San Paolo, fece costruire un alloggio che potesse servire da ostello a tutti i pellegrini che a visitare la Grotta giungevano e sarebbero giunti in futuro. E furono tanti. Il santuario era infatti ben presto entrato a far parte di quel circuito di grandi luoghi santi che ognuno, prima di morire, avrebbe dovuto visitare: Roma, Gerusalemme e San Jacopo di Compostella (15).
Molte sono le testimonianze che si possiedono a proposito dei due miracoli. Quasi tutte dello stesso tenore sono quelle che si riferiscono al miracolo dell'immutabilità delle dimensioni della Grotta. Uno dei primi a parlarne, se non il primo, è stato l'Hasciac, che così si esprime:
"Non vien verun vassello forastiero in quest'isola nè da qui tanto le galere di questa sacra Religione ed altri che da Paesi lontani vengono che cascie piene di questa Santo Pietra non prendono, cosa che in vero averebbe disfatto un monte per grande che fosse stato e tuttavia pare che non sia stata toccato e miracolosamente cresce" (16).
Il miracolo, qui ancora non segnatamente puntualizzato ma solo suggerito dall'avverbio "miracolosamente", lo troviamo formalizzato in quanto scrisse nel 1667 il filosofo F. Giacomo Buonamici: "... benchè si cavi di continuo (terra) in tanta copia, quanta se ne vede giornalmente mandar per tutto sino all'Indie, sta sempre nel medesimo stato senza scemarsi, non meno che la polvere del sepolcro di S. Raimondo in Barcellona, e il sasso sopra del quale si riposò Cristo in Betania che dicesi crescere a misura che per divozione ne vien tolto da' fedeli" (17).
Il riconoscimento ufficiale del miracolo da parte della Chiesa avvenne nel 1743, con quanto fu inciso su una lapide apposta all'ingresso della Grotta. In essa vi si legge esplicitamente:
HOC DEXTRUM D. PAULI CRYPTAE LATUS TERRAM ASPORTANTIB. NUNQUAM CLAUSUM, ET NUNQUAM DEFICIENS SEMPER EXCISUM, NUNQUAM DECRESCENS, UT IN MAJOREM CRESCERET VENERATIONEM EM. MUS H.H.M.M. ET PRINCEPS SER. FR. EMMANUEL PINTO NOBILIORI AUXIT ORNATU
ANNO D.NI MDCCXLIII
Un'altra iscrizione, che si trova sempre nella Collegiata di S. Paolo, sull'arcata d'ingresso alle cripte a circa metà scalinata, ammonisce:
... NE BENEMERENTISSIMI UNQUAM PARENTIS MEMORIA DECRESCAT EXCISIS IN DIES LAPIDIBUS, NEC IPSA DECRESCIT.
Ci fu nel '700 chi si prese anche la briga di verificare e confermare il miracolo misurando e rimisurando, a distanza di decenni, le dimensioni della Grotta. Uno degli ultimi a compiere tale operazione di verifica fu, circa a metà del secolo scorso, il Gatt Said il quale, confrontando i suoi dati con quelli rilevati moltissimo tempo prima, così scrisse:
"assicuro di aver trovato esattissimi, e senza diffalco veruno lo stesso diametro, e la stessa altezza, che vi erano centottantadue anni fa".
E sì che:
"... i RR. Collegiali miei Colleghi trapassati, e viventi, come anche moltissimi altri degni di fede, assicuravano, ed assicurano, che la quantità di pietra presa e donata agli esteri, ed ai Maltesi, anche in pezzi di due palmi cubici, o poco meno, per far statuette rappresentanti l'Apostolo, fu grandissima" (18).
la notizia di questo miracolo è ancora molto diffusa in Malta per tutto quello che hanno scritto dal XVII secolo in poi autori maltesi e non, con ferma fede o con ironia (19); appare però alquanto scemata in chi oggi ne scrive o racconta la fede nel miracolo, e il tutto viene riferito come una delle tante credenze al limite della superstizione del popolo ingenuo.
Il secondo e più noto miracolo riguarda la terra dell'isola di Malta e in particolare quella che si estrae dalla Grotta di S. Paolo a Rabat (20).
Un primo riferimento a questa terra curativa, anche se non esplicito, lo si rinviene nel LIBRO DEI VELENI di Ferdinando Ponzetti scritto nel 1521, e precisamente nel capitolo in cui parla Dei rimedi! di quelli della casa di S. Paolo. In esso l'autore, che evidentemente non conosce la denominazione di terra di Malta, attribuisce alle pietruzze (lapidusculi) che vendono i sanpaolari le stesse virtù di un'altra terra allora notissima; quella lemnia. E aggiunge che a suddetta terra pare essere efficace contro i veleni, se la si prende disciolta nel vino (21).
La prima notizia in cui vi è piena consapevolezza delle virtù curative della pietra della Grotta, contro i morsi di serpenti e scorpioni, la si trova in un passo dell'ormai famosa DESCRIZIONE DELL'ISOLA DI MALTA di Giovanni Quintino Eduo, pubblicata nel 1536 (22). In questo testo inoltre, sempre per la prima volta, viene riferito che la terra è chiamata dal popolo "gratiam sancti Pauli". Ma non è stato questo l'unico modo di denominarla; via via nel tempo e da autori diversi è stata chiamata: terra di San Paolo, pietra di Malta, terra melitensis e, dopo che ad essa sono stati apposti dei sigilli di garanzia, terra sigillata melitensis.
Pietro Andrea Mattioli nella sua opera edita nel 1554 pare convinto che la terra che "danno i ciurmatori, che fanno la professione delle serpi, contra i veleni" sia terra Samia; ma poi il Ponzetti va oltre scrivendo che tale terra, "chiamata da loro pietra di san Paulo", vien portata dall'isola di Malta (23) e in un altro passo è propenso a credere che effettivamente tale terra "habbia non poca proprietà contro '1 veleno delle serpi" (24).
Nel XVI secolo la terra di Malta conquistò una fama così grande presso tutti i livelli della società europea ed anche extraeuropea che ben presto cominciò ad essere contraffatta e spacciata per mercati, fiere e forse anche per spezierie. Significativo a proposito del clima di sospetto che si è potuto verificare intorno alla terra è il seguente documento (25), finora inedito, esistente negli ARCHIVES OF THE SUPERIOR LAW COURTS di Malta, con il quale si rilasciava testimonianza a favore di Thomaso de Bastiano da Cremona sull'autenticità della terra che, per altro, da lui stesso era stata prelevata dalla Grotta di S. Paolo:
Pro Thomae de bastiano
In dei nomine Amen. Anno saluti Incar. millesimo quingentesimo septuagesimo primo mense marcij die vero vigesima sexta eiusd. mensis quarto decima Indictionis Nos frater Franciscus de Guiral miles ordinis sancti Joannis Hyerusalemitani ac comendatarius de Samaior et castellanus sive preses magnae curiae castellaniae melitensis universis et singulis presentes visuris lecturis pariter et audituris Solutem domino fidem facimus .et indubia veritatis testamur quondam Thomaso di bastiano da cremono genero di mastro paulo di Jo' dalechi habitanti in pisa come dissi nominarsi et cognominarsi et sta alli presenti a qua in Malta et per suo devotione e stato in la ecclesia sive grutta del glorioso San Paulo sita appresso la notabile cita di malta et ne ha preso una quantita di esso roccia di detta grutta come vi ha attestato per la fede dei Archipresbitero sive rector di essa ecclesia da la quali grotta universalmente ne han preso infiniti personi che san stati qua in malta et di continuo ne prendino per lor gran devotione et habisi questi la experientia che tornan vivi di novo quelli morsi di viperi et di Animali venenosi et mortiferi di qualsiasi voglia specie, de la quali pietra ancora si formino in multi altri, loro venotiosi nec non facerno fede corno in tutto la Insula di malto et dei gozzo niuna specie di Animali venenosi et che fussino venuti da fuor di Malta quelli venendo in essa subito perdino la lor primitiva et mortifora virtu, et per loro morso non Amazano, et saranno senza alcuni remedij excepto per la gratia divina et intensa virtu per la intercessione di esso glorioso san paulo apostolo. In curiae rei testimonium in stat et regno dicto Thomasio de bastiano hac infrascriptis dictae nostrae curiae magni notari fieri facimus sigilli nostri in similibus impositi ac muniti datum in nova et victoriosa civitate melite. Anno mense die et indictione premissis.
Se questo documento è estremamente importante, perchè in esso si attestano in modo ufficiale - ma da laici - le virtù della terra di Malta, non ,meno importante risulta essere la VISITA APOSTOLICA di Monsignor Pietro Dusina Inquisitore avvenuta il 9 febbraio del 1575. In questo documento la Chiesa, per la prima volta, riconosce ufficialmente le virtù curative della terra della Grotta di S. Paolo: "... adversus omnia venena prodesse si immixta bibatur aqua" e collega indissolubilmente "hanc gratiam" al soggiorno di Paolo nella grotta e alla volontà di Dio che così opera attraverso i suoi Santi (26).
Le virtù della terra di san Paolo -ritenuta, come si è visto, efficacissima esclusivamente contro i morsi dei serpenti velenosi da moltissimi storici religiosi o di formazione ecclesiale (27) -con il passar del tempo andarono sempre più aumentando e in parte conquistando la fiducia degli studiosi laici di medicina e di storia naturale. Se il Della Porta (28), l'Aldrovandi (29) e il Mercuri (30) la trovarono efficace contro ogni veleno in genere, estendendone l'uso in medicina, l'Ettmüller andò oltre, attribuendo alla terra di Malta la virtù non solo di curare ma anche di prevenire i morsi di animali velenosi, e sostenne che poteva essere utilizzata nelle malattie con sospetto avvelenamento e che, ingerita sciolta in un liquido appropriato, era in grado di espellere le malignità del corpo per mezzo del sudore (31).
Marcantonio Hasciac, nel 1623, scrisse dettagliatamente circa indicazioni e usi della terra di Malta:
"... applicato disfatto con un poco d'acqua sopra qualsivoglia morso di qualunque animale venenoso ancor di cane rabbiato infallibilmente s'estingue la forza di quel veneno per mortifero che fosse. Vale anche a tutti i febri pestiferi etiam all'appestati dandogliela per bocca, come se fosse terra sigillata, o altro belzuaro suoi darsi. Vale anche mirabilmente pure per bocca presa a qualunque sorte di flusso di corpo" (32).
Il cavaliere F. Giacomo Buonamici scrisse, rifacendosi all'opera DE METALLIS dell'Aldrovandi, che già nel XVI secolo medici illustrissimi, come il Falloppio, affermavano "potersi la terra di Malta sicuramente adoprare negl'antidoti reali invece della Terra Lemnia, e che presane della medesima una dramma (33) prohibisce la putredine nelle vene, raffrena il flusso del sangue e soccorre a' fanciulli travagliati dalle valoire (34) e da vermini" (35).
Conferma dell'uso della terra di Malta contro il vaiolo e la febbre ci vien data anche dal viaggiatore inglese Patrick Brydone che nel 1770 visitò la Sicilia e Malta. Della terra di San Paolo scrisse che è "una specie di pietra biancastra" la quale:
"ridotta in polvere pare sia un rimedio sovrano in molti disturbi. Salva migliaia di vite ogni anno e non v'è cosa nell'isola che non ne sia provvista. Ci dicono anche che molte scatole di questa polvere vengono spedite ogni anno non soltanto in Sicilia e in Italia, ma anche in Levante e nelle Indie Orientali... La polvere mi sembra del tutto innocuo. Ne ho assaggiato un po': ha un cattivissimo sapore di magnesia, e penso che abbia press'a poco gli stessi effetti. Ne danno circa un cucchiaino ai bambini quando hanno il vaiolo o la febbre. Dopo circa un'ora, provoca sudori abbondanti e a quanto dicono non manca mai di recare sollievo" (36).
La terra di Malta sciolta nell'acqua o nel vino era considerata ancora, secondo quanto riferisce S.F. Geoffroy (1772), un ottimo cardiotonico con effetti stimolanti per il cuore (37).
Altra virtù della terra di San Paolo, secondo C. Shaw (38), era quella di salvaguardare, per un collegamento di idee solito in fatti di magia, da possibili naufragi. A tale scopo, in passato, i visitatori erano incoraggiati a scheggiare e a portar via un pezza di calcare dalla parete rocciosa della grotta, e un piccone era sempre tenuto a portata di mano per essere usato dal guardiano della cripta o dai visitatori stessi.
La terra di Malta, come in parte si è già visto, entrò ben presto a far parte della farmacopea corrente. Si trova notizia per il secolo XVIII in un QUINTERNO DELLI MEDICAMENTI FATTI A PRIMO GIUGNO 1713 (39) e nell'elenco dei prezzi delle sostanze medicinali vendute al pubblico dalla farmacia dell'Ospedale Santo Spirito di Rabat (40).
L'enorme diffusione dovuta alle notevoli qualità curative e all'opera sollecita dei sanpolari fece sì che la terra di Malta venisse ben presto contraffatta.
I primi falsificatori furono probabilmente proprio coloro che si spacciavano come uomini di San-Paolo e che per piazze, mercati e fiere facevano spettacolo con i serpenti, per poter poi vendere come sicuro antidoto ai morsi velenosi la favolosa terra di Malta. Il Garzoni, verso la fine del XVI secolo, contro questa specie di antidoti mise in guardia gli uomini ingenui, che potevano abboccare spinti dalla paura dei veleni (41). A lui, nel 1645, fece eco Scipione Mercuri, medico, il quale scrisse quanto segue:
"... dico che cotali ciarlatani vendono altra terra simile a quella, e tall'hora un pezzo di calcinaccio con tanto danno del misero volgo, il quale mentre è morso da qualche serpe, pensandosi d'essere aiutato dalla pietra di San Paolo, l'usano, e non ricevendo aiuto non provede d'altri rimedij; e così in un medesimo tempo restano privi del dinaro, che gettorno via, e della vita" (42).
Il Garzoni e il Mercuri non furono i soli a denunciare la contraffazione della terra di Malta. Si è già visto come Thomaso de Bastiano, nonostante lui stesso avesse prelevato la terra dalla Grotta, si fosse fatto rilasciare un attestato ufficiale dell'autenticità della terra. Tale era il clima d'imbroglio diffuso, che ben presto alla pietra di San Paolo si cominciò ad unire, come il foglietto di avvertenze oggi accluso ai medicinali, un foglio illustrativo delle virtù della pietra, degli usi, delle indicazioni, il quale valeva però soprattutto come avvertimento contro le falsificazioni.
In tale sorta di foglietti, il cui testo era pressochè uguale per tutti, sia che venissero stampati in Malta sia all'estero, si raccomandava che la terra venisse portata "da fidata persona della detta Isola di Malta con le debite fedi". Il più antico di questi fogli volanti, fortunosamente conservati, risale al 1643, fu stampato a Malta e riprodotto successivamente dal Bartholinus (43). Se è il più antico tra quelli rimasti, certo però non fu il primo ad essere stato stampato.
In una lettera del Commendatore Fissio Cavagliati, datata 4 agosto 1620 e spedita da Malta al Duca di Mantova, Ferdinando Gonzaga, si fa cenno infatti ad una "recetta... in stampa" acclusa alla terra di San Paolo che il Cavagliati inviò al Duca (44). Non v'è dubbio che si tratta del foglietto illustrativo in questione.
Fedi scritte per tutelare la pietra di San Paolo venivano però rilasciate a Malta ancora molto tempo prima della stampa dei foglietti volanti. Addetto al rilascio di tali documenti era il rettore della Grotta. Thomaso de Bastiano se ne era munito; ma, evidentemente, nell'opinione comune tali fedi dovevano aver ben poco peso, se poi lo stesso Thomaso brigò per ottenere un vero e proprio documento notarile con tanto di sigilli.
L'uso di dare a chi la chiedeva la fede scritta circa l'autenticità della terra si protrasse per alcuni secoli: approssimativamente dalla metà del XVI alla metà del XIX secolo, ma ancora oggi, come vedremo, tale uso non èscomparso. Esiste nell'ARCHIVIO DELLA GROTTA a Rabat il Formulario della Testimoniale che si da' insieme colle Pietre della Sagra Grotta di S. Paolo a chi la dimanda (45).
Lo riproduciamo in una redazione del 1844:
"Universis et singulis praesentes litteras inspecturis fidem facimus atque testamur qualiter nos dono dedimus lapillos sectos ex Sacra Crypta ubi Sanctus Paulus habitavit in trimestri spatio in quo Melitae Insulae moratus est; repositos in crumena ex gossipio confecta, funiculo lineo rubri coloris colligata, nostraeque Collegiatae Ecclesiae Sigillo in cera rubra hispanica impresso signata. In quorum fidem has litteras testimoniales manu propria subscriptas eodemque sigillo munitas debimus.
Melitae ex Ven.da Collegiata Sacrae Cryptae Divi Pauli hac die I Septembris 1844.
Fr. Joannes Grech Rector ejusdem Coll. Ecclesiae
C. Joannes Gatt Said
Secretarius
Con la terra di Malta si modellarono poi, e sempre con lo stesso intento curativo di natura magico-religiosa: medaglie, tazze, vasetti, pastiglie e statuine riproducenti l'immagine dell'Apostolo (46). Su quasi tutti questi oggetti furono apposti dei sigilli per testificare l'autenticità del materiale di costruzione. Si realizzò così finalmente quanto il Mercuri aveva auspicato nella prima metà del '600, e cioè che anche la terra di Malta, come il boia armeno, venisse sigillata per evitare falsificazioni fraudolente:
"Et in vero sarebbe degno cosa il vedere sigillata quella Terra di Malta, con San Paolo, che havesse la Croce della Sacro Religione in mano; e dall'altra l'orme del Gran Maestro dominato" (47).
I sigilli che vennero adoperati furono numerosi; la maggior parte di essi riproduceva l'immagine di San Paolo e quella della Croce di Malta (48).
Uno studio completo sull'argomento ancora oggi non esiste; già nel 1737, invece, fu redatto da Johann Christian Kundmann un primo breve catalogo di tali Sigilli (49). George Zammit-Maempel, nel 1975, ha pubblicato un saggio in cui studia i soli sigilli di due coppe contra-veleno: una esistente nel British Museum di Londra e l'altra nel Museo Cappellini di Bologna (50).
Le tazze sigillate contro-veleno e i vasi venivano usati per il consumo quotidiano di bevande. Bere acqua, vino o altri liquidi da una tazza fatta di terra sigillata melitensis corrispondeva esattamente a bere liquidi in cui fosse stata disciolta della terra di Malta. Si può intendere così agevolmente quanto questo sistema ebbe successo per la sua praticità; venne per tale motivo preferito dai pellegrini stranieri, che non si partivano dal santo luogo senza portarsi dietro, in busta o in sacchetti, pezzi di pietra in gran quantità e peso. E ancora più si intenderà la ragione del successo, se si pensa che le tazze recavano con sé anche l'importante garanzia del sigillo.
La produzione e la distribuzione di tali oggetti pare fosse controllata insieme dalle autorità ecclesiastiche e dal Gran Maestro dell'Ordine Gerosolimitano, feudatario di Malta.
La fama della terra di San Paolo, delle coppe, delle pastiglie ecc., che giunse nelle più lontane contrade, si diffuse soprattutto presso le corti e i palazzi nobiliari d'Europa. Le già citate lettere del Cavagliati al Duca di Mantova degli anni 1620-22 (51) forniscono in proposito una prima importante testimonianza. In esse, infatti, più volte si legge dell'invio a Ferdinando Gonzaga di cassette "di terra di S. Paulo contro li veneni", di "lavorati vasi" e di tazze. Di tali materiali si parla come di oggetti estremamente preziosi per la loro rarità -dovuta alla grande quantità di richieste -tanto da affidarne il trasporto, da Malta a Mantova, a persona di sicura e provata fiducia.
l'uso di bere dalle coppe di terra sigillata melitensis ebbe grande successo soprattutto tra i regnanti perchè grande era - per tutto il Medioevo, il Rinascimento e ancora dopo - la paura di questi di morire avvelenati per opera di qualche perfido cortigiano o subdolo nemico, che si nascondeva tra le pieghe della corte. L'avvelenamento era allora il sistema più sbrigativo per disfarsi di un avversario politico e l'arsenico costituiva il veleno più usato a tale scopo per la sua facile solubilità in acqua calda e per la quasi totale assenza di particolare sapore quando misto nel cibo. L'ossido arsenioso o l'arsenico bianco erano poi i preferiti fra tutti. E proprio contro tali veleni era ritenuta infallibile la terra sigillata melitensis. Pare che non vi sia stato nobile che non abbia fatto di tutto per procurarsi della terra o un vaso o una tazza di terra di San Paolo contra-veleno, da cui bere abitualmente e con una certo tranquillità.
Tale radicata credenza è stata lungamente derisa dagli scrittori del XX secolo. Pare tuttavia non ci sia niente da ridere dal momento che - come afferma G. Zammit-Maempel, che ha fatto analizzare frammenti di calcare della grotta di San Paolo da illustri medici inglesi del Sub-Dipartimento di Antropologia del British Museum, del Dipartimento di Mineralogia BMNH e del Ministero della Tecnologia di Londra - il calcare della parete della grotta, all'analisi con raggi X, è risultato essere "pressochè una pura calcite con 95,5 per cento di Ca Co3 e solo 0,5 per cento SiO in qualità di impurità" (52). Di conseguenza alcune delle proprietà curative della terra di San Paolo sarebbero presumibilmente quelle del carbonato di calcio, ancora in uso come buon assorbente gastrointestinale e, somministrato per bocca, come antidoto negli avvelenamenti nonchè per eliminare le tossine che possono provocare una sindrome diarroica (53). E' del tutto possibile, quindi, che la somministrazione di calcare polverizzato della Grotta di San Paolo abbia potuto aiutare coloro che avevano ingerito in qualsiasi modo veleno, se non altro per la specifica proprietà protettiva del CaC03 sull'apparato gastrointestinale, tesa a ritardare o evitare l'assorbimento e il passaggio in circolo del veleno. Non è improbabile perciò che qualche persona, vittima di un avvelenamento con ossido arsenioso, si sia potuta salvare ingerendo il calcare della Grotta o bevendo dalle tazze contra-veleno, grazie alla reazione dell'arsenico con il quasi puro carbonato di calcio. Tale reazione infatti rende il veleno temporaneamente innocuo, permettendogli di passare senza danno da una parte all'altra dell'apparato digerente e lasciando illeso il bevitore (54).
La terra di Malta, anche se in modo diverso dal passato, gode anche in questo secolo di buona fortuna.
Alcune informatrici maltesi, intervistate, hanno rivelato che, ancora fino agli Anni '20 e '30, le madri dell'isola erano solite appendere al collo dei neonati piccoli sacchetti di stoffa contenenti terra di San Paolo a protezione della salute delle loro creature.
Frammenti di pietre della Grotta sono ancora oggi molto richiesti da fedeli maltesi e stranieri che visitano il santuario: non più per scopi terapeutici ma per generica devozione; per avere a disposizione cioè, in cosa propria, un frammento di terra resa miracolosa dal contatto avuto con San Paolo e che poi, sempre per contatto, preservi da ogni male chi la possiede. Sentimento inconscio tipico di chi alita ancora, per certi versi, in una sfera magico-religiosa e tende a trasferire i fatti simbolici nelle cose concrete.
C'è ancora chi scrive da Paesi lontanissimi per poter entrare in possesso di un frammento di pietra miracolosa.
La seguente lettera (55) del reverendo J.M. Kendra, scritta nel febbraio 1969 e spedita da Denver nel Colorado (USA), costituisce un chiarissimo esempio:
Reverendo e caro Padre, le scrivo per un piacere davvero speciale. Sto cercando di procurare un pezza di pietra della Grotta-santuario di-San Paolo. Si credeva che San Paolo fosse stato in prigione in quel posto. Questa pietra sarebbe davvero pieno di significati per me. Per favore mi faccia sapere quale sarebbe l'offerta in moneta americano.
Spero di sentire presto sue notizie. In Cristo
J.M. Kendra
Dalla risposta (56) del canonico Michael Attard, cancelliere, si apprende che l'uso di mettere in piccole buste i frammenti di calcare e di accludere il certificato di autenticità della pietra è ancora in uso presso i sacerdoti della Collegiata di San Paolo a Rabat. Non è questo però l'unico esempio ufficiale, riferito ai nostri giorni, della tradizione che si perpetua da moltissimi secoli.
Nel giugno del 1982 a Gibilterra nella chiesa della Parrocchia di San Giuseppe è avvenuta, dopo formale richiesta avanzata dal Rev. Fr. McGrail, una cerimonia ufficiale di consegna di un frammento di roccia della Grotta di San Paolo e del relativo certificato di autenticità scritto su carta pergamena. L'inviato da Malta per la cerimonia è stato per l'occasione il signor Joseph Zarb di Petrolea Bazaar, Valletta.
Oltre alla terra di San Paolo, sono stati in uso per secoli alcuni fossili - anche questi sicuro rimedio contro i veleni ed altre malattie - i quali, per la loro forma, erano conosciuti generalmente con il nome di glossopietre: lingue di pietra. Ma non erano i soli. Ne esistevano anche degli altri che, per la loro forma ellittica, emisferica e con al centro una depressione somigliante ad una pupilla, venivano chiamati occhi di serpe. Il loro colore variava dal giallo oro al nerastro passando attraverso l'arancione, il bruno e il grigio.
In realtà le lingue altro non sono che denti fossili di squalo, i più grandi appartenenti quasi certamente ad un pesce gigante del terziario, il Carcharodon megalodon, e i più piccoli ad un altro genere di squali sempre della stessa epoca (57). Sono di forma triangolare, di colore nocciola chiaro o cinerino e si presentano con superficie lucida quasi smaltata. Negli esemplari più grandi i margini dei lati sono seghettati.
Anche gli occhi di serpe sono dei denti fossili appartenuti, però, a pesci dell'ordine dei Ganòidi. Entrambi i tipi descritti si potevano e possono ancora rinvenire nelle rocce del Terziario delle Isole Maltesi. Ma non solo. Denti fossili di squalo assolutamente identici sono stati rinvenuti in quasi tutti i Paesi europei. Nella Penisola Salentina, ad esempio, ne sono stati trovati alcuni esemplari bellissimi e di grandi dimensioni nelle cave di pietra della zona di Cursi (58).
Gli studiosi e gli scrittori maltesi dei secoli passati erano soliti chiamare le glossopietre, in latino, "linguae S. Pauli", e nella loro lingua "ilsien San Pawl" (lingue di San Paolo). Quest'ultima denominazione è ancora in uso presso gli abitanti dell'isola. In Europa erano genericamente conosciute come "linguae melitensis".
I tedeschi spesso parlavano di loro come di "nattern-zungen" (lingue di vipera), di "schlangen-zungen" (lingue di serpe) o ancora di "lingue di Natrìce" (59).
Le due serie principali di denominazioni non si oppongono e, anche se espresse in modo differente, fanno riferimento sempre allo stesso episodio della tradizione (quello del morso della vipera), dal quale scaturiscono due credenze diverse.
L'espressione lingua di San Paolo fa riferimento alla credenza popolare maltese che vede nei fossili, effettivamente a forma di lingua, la lingua stessa di San Paolo pietrificata in virtù della forza che da essa promanava per l'impeto delle parole dell'Apostolo le quali, durante le prediche, colpivano gli indigeni con la durezza della pietra. Una costante tradizione maltese riferisce che non solo la lingua del Santo rimase impresso nella pietra, ma rimasero anche le orme dei suoi piedi, le sue mammelle e il suo boculum (inteso da alcuni "bastone", dai più come "pene").
La seconda espressione lingua di serpe fa specifico riferimento invece all'altra credenza secondo la quale il Santo Apostolo, dopo il morso della vipera, benedì la terra che aveva salvato la sua vita messa a repentaglio dal naufragio, rendendola curativa, e maledì i serpenti che ad essa avevano nuovamente attentato, convertendoli in sassi. Per cui le glossopietre che si trovano racchiuse nella roccia maltese altro non rappresentano se non le lingue di quei serpenti sfortunati, ai quali capitò di esistere nell'isola al tempo del soggiorno di Paolo (60).
In realtà è possibile che le due credenze siano state generate dalla diversa misura dei fossili e, quindi, dalla immagine che la loro forma richiamava alla mente stimolando la fantasia. I fossili più grandi, somigliando più ad una lingua umana, vennero chiamati lingue di San Paolo, i più piccoli invece lingue di serpe.
L'effettiva origine delle glossopietre - conosciute già in età romana -, per molti secoli prima che venisse scoperta la loro natura organica, rimase avvolta in un alone di mistero. Plinio, in accordo con la tradizione popolare del suo tempo, attribuiva loro origine celeste affermando che esse non nascono in terra, ma cadono dal cielo nelle buie notti senza luna (61). Ignazio Giorgio testimonia che, ancora ai suoi tempi (scriveva nel 1730), uomini inesperti ritenevano le glossopietre "strali fulminei" oppure "saette celesti" cadute con la pioggia dalle nubi, e questo per l'evidente somiglianza che i fossili avevano con le punte delle frecce (62). Sempre per motivi analogici, secondo una credenza popolare raccolta da Henkel e riferita dall'Abate de Witry, esse sarebbero "i ritagli che cadono dalle unghie del diavolo quando questo le rende aguzze", la qualcosa ha fatto dare loro il nome di "unghie di diavolo" (63).
Queste alcune credenze popolari. Ma Giovanni Francesco Abela (storico), Giovanni Francesco Buonamici (dottore in medicina), Giovanni Antonio Ciantar (storico) e molti altri scrittori e studiosi europei del XVI, XVII e XVIII secolo non si allontanarono molto da esse, convinti come erano che le glossopietre, come le gemme, venissero spontaneamente generate dalle rocce e in particolar modo dalle rocce maltesi. Il Buonamici però non si mostrò disposto a credere, come l'Abela, che "le glossopietre piccole non staccate dalla loro miniera, crescano, e si trovino maggiori di lì a qualche tempo" come fossero vegetali (64).
L'origine organica delle glossopietre venne comunque felicemente individuata da altri studiosi europei coevi ai precedenti. Pierre Belon, Conrad Géssner, Fabio Colonna, Niels Steensen ed altri ancora videro bene quando credettero di individuare nelle lingue di San Paolo e nelle lingue di serpe denti fossili di Lamia o di Carcaria, pesci di grandi dimensioni dell'ordine dei Selàcei.
.I denti fossili di squalo rinvenuti nelle .rocce di Malta, al pari della terra, si riteneva che possedessero, per essere lingue di San Paolo o lingue di serpe, poteri contro il veleno e contro molte altre malattie infettive. Se, per la forma, il dente fossile poi somigliava a un piccolo corno, era ritenuto eccellente amuleto contro iI malocchio (65). Spesso, incastonato nell'argento, veniva anche appeso dalle madri al collo dei bambini per auspicare una forte dentizione.
Se le lingue, gli occhi di serpe e anche le pietre serpentine, chiamate dal Mattioli "Ophiti" (66), vennero usate contro i morsi dei serpenti velenosi e, per estensione, contro ogni specie di avvelenamento e di malattie che con il veleno hanno rapporti, ciò fu per l'inconscia applicazione di una legge della magia, la cosiddetta legge della similarità, per cui il simile guarisce con il simile: "similia, similibus curantur".
Enorme fama, per la stessa legge, goderono dal XIII al XVIII secolo i corni di serpente (della vipera Ammodite o della Cerasta), sia contro gli avvelenamenti sia come rivelatori di veleni. Si diceva infatti che, in presenza di veleni, essi emettessero uno strano sudore. Parificati a questi, e spesso con questi confusi, i denti fossili di squalo furono richiestissimi per secoli. Su tali oggetti così si esprime P.A. Mattioli nel VI libro di "Dioscoride": Si ritrovano alcune cose, le quali per proprie virtù loro dimostrano per alcuni segni la presenza del veleno. Tra le quali è il corno, overo la lingua che chiamano di Serpente, la qual suda (come dice il Conciliatore Pietro d'Abano) quando si gli appresenta il napello, o la vipera, o il fiele del leopardo: il che non fa con altra sorte di veleno alcuno" (67).
La funzione di poison detector fece in modo che anche le glossopietre fossero ricercatissime e presenti in tutte le corti d'Europa, inclusa quella papale (68). Ricordiamo ancora una volta che la morte per avvelenamento - il sistema più facile per far scomparire i propri nemici -era all'ordine del giorno in quei tempi e rappresentava il terrore per principi e governanti.
Heinrich Pogatscher di ciò fornisce testimonianze per i secoli che vanno dal XIII al XVI (69). Non mancano però notizie anche per il XVII. Nel citato Fondo Gonzaga dell'ARCHIVIO STORICO DI MANTOVA (70) esistono infatti un certo numero di lettere indirizzate negli anni 1620-22 a Ferdinando Gonzaga e spedite, da Malta, da Fissio Cavagliati. In queste lettere, di cui abbiamo già parlato altrove, si fa costante riferimento all'invio di lingue di San Paolo, lingue di serpe e occhi di serpe, tutti contro il veleno. Il tono preoccupato del mittente, che spedisce in dono al Duca tale materiale, induce il lettore a sottolineare l'importanza delle glossopietre spedite. Nella corte dei Gonzaga, dunque, le lingue di San Paolo dovevano essere sicuramente tenute in una buona considerazione.
E inoltre. Niels Steensen, che visitò Malta nel 1664, si meravigliò molto nel constatare che non vi era nave che salpasse dall'isola che non portasse via un gran numero di denti fossili (71).
Leith Adams testimonia poi che, fino al XVIII secolo, Malta esportava ancora in gran quantità denti fossili disqualo in molte parti d'Europa (72). in una Memoria dell'ARCHIVIO DELL'INQUISIZIONE Di MALTA si trova una notizia di notevole rilievo - che qui si pubblica per la prima volta grazie alla cortesia di don Giovanni Azzoppardi, curatore del Museo della Cattedrale di Mdina, Malta - nella quale sono elencati con estrema precisione i regali "fatti da Mons. Inq. e Passionei alle Galere di Suo Santità l'anno 1747". Tra le "vitellazze", i "galli d'India", le "tortore di Barberia", "due casse d'erbaggi", "50 cocomari" ed altro, si trovano segnate al numero 28 dell'elenco "lingue di serpe, occhi e un' bacile di Terra di S. Paolo" (73). Il documento è interessante perchè ancora una volta attesta per quegli anni la credenza nelle glossopietre e, soprattutto, la loro diffusione nelle alte sfere della società ecclesiastica.
L. Hansmann e Kris-Rettembeck in AMULETT UND TALISMAN (Monaco, 1966) sottolineano poi la presenza, nei regolamenti per i banchetti di corte, di natternzungenbaum (albero per i denti di vipera) da posare su di un lato della tavola come protezione contro le bevande avvelenate. In realtà, questo risultava essere un oggetto ornamentale realizzato con materiali diversi (argento, corallo, oro e altro), simile ad un albero, con rami dai quali pendevano, come frutti, denti di squalo incastonati in oro o argento ad uso dei commensali, i quali li immergevano nelle bevande con la convinzione che potessero rimuovere l'eventuale veleno in esse disciolto. Il notternzungenbaum veniva anche posato sulla tavola, accanto alle vivande, perchè le lingue come i corni di vipera rivelassero con il loro sudore la presenza del veleno. George Zammit-Maempel, in un suo saggio dal titolo FOSSIL SHARKS' TEETH (74), illustra con molta cura e precisione alcuni esemplari di languier (come comunemente venivano chiamati i natternzungenbaum) esistenti a Dresda, a Vienna e nel Museo della Cattedrale di Mdina a Malta.
Le lingue e gli occhi di serpe non furono oggetto di interesse soltanto in ambito folklorico, ma costituirono argomento di trattazione anche per opere scientifiche di carattere medico e presto entrarono di diritto in questo genere di letteratura. E se l'essere contro i veleni fu la funzione più generalmente conosciuta delle glossopietre, certo non fu la sola o la più efficace. Di esse ecco quanto scrisse Michel Ettmüller, medico:
"Si trovano in questa isola di Malta pietruzze che vengono chiamate "lingue e occhi di serpe". "Occhi per la somiglianza - sono di colore giallo oro - agli occhi dei serpenti; le "lingue" sono rosa e cinerine e si trovano abbondantemente in tutto l'isola... E' certo che la terra, gli occhi e le cosiddette lingue abbiano la virtù non solo di prevenire i morsi velenosi ma anche di curarli, e convengono in molte malattie nelle quali ci sia sospetto avvelenamento. Gli occhi si usano spesso come amuleti negli anelli e funzionano solo a patto che quando li si porto nell'anello tocchino la pelle. La lingua viene appesa al collo e al braccio come gli amuleti... " (75).
A proposito di quest'ultima funzione, da S. Aloysius Tudecius apprendiamo che una dama di elevato grado sociale, verso la fine del XVII secolo, si era fatta confezionare un braccialetto con occhi di serpe (76), mentre ancora verso la fine del XVIII secolo un Gran Maestro dell'Ordine di Malta ne portava uno al dito per preservarsi dalle coliche (77). In un altro passo della sua OPERA OMNIA MEDICOPHYSICA, l'Ettmüller aggiunge inoltre che le glossopietre "assorbono l'acido, hanno potere antiepilettico, diuretico, antidropico, ecc." (78). Ma l'Ettmüller non è il solo studioso che ha attribuito così tante e varie virtù curative alle glossopietre; c'è stato chi ha creduto che servissero persino come specifico per la cura delle malattie veneree. Ecco quanto scrisse invece sull'argomento il cavaliere F. Giacomo Buonamici, filosofo:
"L'altro effetto (che è come consecutivo al primo, ma pare più proprio delle lingue, che dell'altra terra) è l'esser medicina, ed efficacissimo rimedio contro le febbri maligne e pestilenziali, contro le petecchie, vermini del corpo, morsicature di coni rabbiosi, dissenteria e vairole. Dissi parer più proprio delle lingue perchè più frequentemente in Malta ed in Sicilia queste, che l'altra terra, in simili casi si adoprano" (79).
Ovviamente, visti gli infiniti usi e circostanze in cui si potevano adoperare, la grande richiesta di glossopietre per il XVI, XVII e XVIII secolo - periodo di cui si dispone di abbondanti documenti - fece sì che anche queste, come accadde per la terra di San Paolo, venissero falsificate dai circulatores (80) e ambulanti vari a danno degli acquirenti che, da quanto finora si è ripetutamente constatato, appartenevano sia alla classe dominata sia alla classe dominante. Si stamparono dei fogli volanti, di cui del resto si è già parlato, tendenti da una parte a magnificare le virtù della terra e delle lingue e a dare consigli utili per il loro uso, dall'altra a mettere in guardia dalle falsificazioni che di esse si venivano facendo. Ne riproduciamo, per concludere, il testo (81):
LE VIRTÙ DELLE PIETRE DI SAN PAOLO Delle lingue o Occhi di serpe, quali si trovano nell'Isola di Malta.
Questa Terra chiamato Pietra di S. Paolo si trova nella nobilissima Isola di Malta, nella Grotta istessa di S. Paolo, lontano dalla Città Nova otto miglia, è di colore bianchissimo: e di essa se ne formano Imagini, medaglie, tazze, vasetti, e altre cose.
Le lingue di colore cinericio, e l'Occhi di Serpi di pietra di colore arangiato, si ritrovano per tutta l'isola, e così formate, come si trovano, dall'istesso natura, che rappresenta il miracolo grandissimo fatto dal Glorioso Apostolo S. Paolo quando predicò tre mesi nell'Isola suddetta, e la convertì alla Fede di Cristo, e spogliò di veleno tutte le Serpi, che vi erano, rendendoli mansueti, ed inhabili ad offendere, come se fossero di pietra, privilegiando insieme, e le pietre e la terra istessa di molte grazie.
Le virtù della Pietra, e dell'Occhi, e le lingue sudette, sono maravigliose, poichè vagliano contro ogni sorte di veleno, e morso d'animali velenosi, non solo per preservarsi da quelli, acciò non offendano, ma ancora sono rimedio efficace, dopo che alcuno hauesse preso veleno, o fosse stato morso, o punto d'animale velenoso.
Giovano ancora in molte altre infermità, come di continuo se ne vedono esperienze nell'Isola di Malta, e altrove secondo la particolar devozione di chi le usa, con raccomandarsi devotamente al Signore Iddio, e al detto Apostolo S. Paolo, ad intercessione del quale furono da S. D. M. di tante grazie dotate.
Il modo d'adoperarli è, che si sogliono portare in deti anelletti, nei quali siano posti per gemme li detti Occhi, in modo che tocchino la carne.
O si portano dette Linguette al collo, o al braccio.
Overo si beve acqua, o vino, o liquore, nel quale sia distemperata un poco di detta Pietra bianca.
O vi è stato infusa per poco tempo uno di detti Occhi, o Lingue.
O dett'acqua, o vino sia stata in detti vasi fatti di detta Pietra.
E sopra tutto s'avvertisca, che la Pietra, e altre cose suddette siano vere, e reali, e non falsificate: ma portate da fidata persona della sudetta Isola di Malta con le debite fedi. In Messina, presso D. Vittorino Maffei, 1714. A conclusione del racconto le questioni finora trattate, desunte in gran parte da fonti scritte e da informazioni della tradizione orale, a mio avviso meritano qualche considerazione di carattere generale e conducono alla formulazione diretta di una ipotesi. Tutte le tradizioni legate alla figura potente di San Paolo in qualche modo traggono la loro origine da un brano di letteratura di enorme carisma: il passo 28. 2-15 degli ATTI DEGLI APOSTOLI.
La domanda da porsi, a questo punto, è la seguente: può un fatto letterario, anche se di eccezionale importanza, influenzare la realtà nei suoi diversi livelli di cultura fino al punto da modificare il comportamento di ingenti masse di uomini, e in tempi privi dei moderni mezzi di comunicazione di massa?
La risposta da dare, secondo me e senz'altro positiva, se si considerano gli importanti veicoli di diffusione delle idee, mai a sufficienza rilevati e messi in luce, che sono esistiti per tutti i primi secoli dopo Cristo e il Medioevo -apostoli della nuova religione, mercanti, pellegrini e tutta quella massa brulicante di viaggiatori a vario titolo - e le varie realtà socioeconomiche e geografiche in seno alle quali le idee e le informazioni sono giunte.
Vediamo più precisamente. li culto di San Paolo è nato immediatamente, riferito ad un primo grande preciso patronato: la difesa dai serpenti velenosi. L'episodio della vipera, in Luca, costituisce infatti il nucleo essenziale della narrazione. Dai morsi degli animali velenosi (nel nostro caso ofidi e aracnidi) si guarisce facendo ricorso all'acqua dei pozzi di San Paolo e alla terra della grotta di Rabat. In pratica i due antidoti più importanti sono costituiti dall'acqua e dalla terra, elementi primari nella vita dell'uomo sin dal suo inizio e strumenti di difesa contro le varie insidie tese a vanificarli e a renderli improduttivi (siccità, serpi, tarante ecc.).
Se il patronato contro i serpenti velenosi fu il primo e il più vistoso a scaturire dal passo di Luca, non fu però l'unico. La storia delle tradizioni paoline dimostra come al Santo siano stati ascritti, in tempi successivi, altri precisi patronati: la protezione contro gli avvelenamenti in genere, contro le febbri maligne, contro la dissenteria ecc. Le glossopietre che con la vicenda maltese del Santo, come si è già visto, hanno preciso attinenza, sono strumenti usati per scoprire appunto i veleni, per trarre gli stessi da bevande e cibi e neutralizzarli, e per guarire alla dissenteria e dalle febbri maligne.
Se il primo dei patronati appena citati èconseguenza diretta, per estensione, del patronato sui serpenti velenosi, gli altri due scaturiscono comunque dalle parole di Luca, che negli ATTI racconto come il Santo avesse guarito gli isolani malati di febbri maligne e il padre stesso del principe Publio afflitto da dissenteria.
Intimamente legato alle acque, che nella vicenda maltese di Paolo hanno avuto importanza rilevante, è connesso poi il culto dei pozzi.
Per capire l'origine di tale culto bisogna fare riferimento al contesto culturale preesistente all'epoca di Paolo ed espressione diretta di una particolare realtà geografica.
Nella zona di Saint Paul's Bay - luogo designato dalla tradizione come zona di sbarco di Paolo naufrago -, e poi nella Sicilia orientale, ne a zona di Reggio in Calabria e nel Salento, in Puglia, i poteri di San Paolo si concentrarono sul culto delle acque come strumento di guarigione, vita e salvezza quasi certamente proprio perchè si trattava di aree nelle quali difficile era il reperimento di acqua o addirittura ne erano prive, e nelle quali più forte era quindi il sentimento popolare verso il prezioso liquido. Laddove invece alla cristianizzazione preesisteva una situazione culturale legata ad una realtà in cui l'elemento ofidico, per diverse ragioni, ma soprattutto per la sua abbondanza, costituiva una presenza assillante, si è creato di conseguenza un culto di San Paolo strettamente collegato al patronato sui serpenti velenosi, tarante e avvelenamenti in genere. è il caso di Malta, della Sicilia e ancora della Puglia ecc.... dove appunto ipotizziamo preesistesse alla cristianizzazione una tradizione di magia antiofidica collegata ad una realtà in cui il serpente assumeva una posizione di pericolo tale da mettere in crisi il mondo psico-fisico degli abitanti del posto.
E' molto utile a questo scopo mettere in relazione le testimonianze di autori classici relative a Psilli e le prime testimonianze riferite alle specifiche tradizioni paoline di cui finora si dispone - quasi tutte del XVI secolo -nelle quali viene fatto diretto riferimento alle serpi, al nome di San Paolo e a personaggi che con gli ofidi hanno dimestichezza.
Il Protomedicato Regio di Sicilia, nel Quattrocento, riconosce ufficialmente i cirauli purchè loro intervengano, senza medicamenti, in nome di San Paolo. Con tale documento, in pratica, si assiste per la prima volta alla notificazione di una variazione culturale già sicuramente in otto da tempo e all'innesto dei vecchi serpari nei culti della nuova religione. Inoltre, Quintino Eduo nella sua DESCRIZIONE DELL'ISOLA Di MALTA (1536) parla chiaramente di uomini che maneggiano le serpi in nome di San Paolo. Tale notizia, connessa al fatto che in Malta esisteva un tempio dedicato ad Ercole, ci permette di ipotizzare una situazione precristiana legata in qualche modo all'elemento ofidico e pressupporre l'eventuale presenza di operatori che con tale elemento avessero un rapporto di carattere magico. Tale tradizione empirico-sacrale presupposta legato al trattamento dei serpenti e al loro culto, a Malta, viene immediatamente, con l'episodio della vipera che morde la mano di Paolo, assorbita e cambiata di segno nel senso della nuova religione cristiana nascente, che proprio .Paolo andava predicando.
Per quanto concerne la Sicilia e la Puglia, al contrario di Malta tale tradizione antica di magia antiofidica e l'esorcismo coreutico-musicale della taranta vengono cristianizzati in un tempo tardo, attraverso il loro trasferimento nel modello paolino consolidato e ormai ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa.
A cristianizzazione avvenuta, acqua e terra divennero i principali antidoti usati, come si è detto, in nome di San Paolo per guarire i morsicati da serpenti e da altri animali velenosi. Per l'acqua si è già vista la connessione a San Paolo; vediamo ora come la terra, in certe aree, abbia prevalso sul prezioso e sacro liquido.
il meccanismo che ha portato la terra ad essere il più diffuso e resistente antidoto ha avuto origini singolari. Antichissimo è l'uso di terre per la cura di molti mali. La moderno chimica farmaceutica ha dimostrato la sensatezza, l'attendibilità e l'efficacia di tali primitivi procedimenti. In Malta, accidentalmente, si è venuti a scoprire la reale efficacia di una terra esistente soprattutto in una particolare zona dell'isola. E in tale zona, con l'avvento del Cristianesimo, si è individuata la dimora di Paolo Apostolo. La terra curativa, ritenuta miracolosa per il contatto magico con il Santo, è stata usata contro gli avvelenamenti in genere e diffusa poi, per la sua riconosciuta efficacia, in gran parte del mondo. E non a caso: tale terra infatti, essendo, come si è visto, carbonato di calcio quasi puro, ingerita sciolta nei liquidi, costituiva un buon protettivo dell'apparato gastrointestinale. Anche in questo caso, dunque, bisogna fare riferimento, per comprendere un'usanza magica, ad una precisa realtà esistente.
Non c'è tradizione magica che persista a lungo nel tempo, infatti, che non abbia avuto origine da specifiche realtà socioeconomiche, geografiche, botaniche, zoologiche ecc., anche se poi tale tradizione è stata collegata a particolari culti di Santi, nel forte recupero che la Chiesa ha operato nella sua capillare opera di cristianizzazione.
Per tornare alla nostra ipotesi iniziale, che vede nel brano degli ATTI DEGLI APOSTOLI l'origine delle varie tradizioni magico-religiose legate al culto di San Paolo e lo spartiacque tra la religione pagana e la religione cristiana a Malta, dobbiamo aggiungere che tale ipotesi non è poi così peregrina se si tiene conto di quanto, durante tutto il Medioevo, la Chiesa ha rafforzato il carattere di religione del libro, massimamente di quello sacro. Tale caratteristica del Cristianesimo ha contribuito enormemente allo sviluppo di una cultura dotta, la quale ha poi edificato la potenza della Chiesa intervenendo, dall'alto, sulla cultura laica e popolare con il fascino del proprio prestigio. Tra la cultura dotta, in latino, e la cultura laica, in volgare - le quali procedevano in modo parallelo, anche se non all'unisono - sono esistite relazioni complesse che non hanno impedito scambi di notevole interesse. Questa considerazione ci permette di capire come le tradizioni paoline si siano formate quasi esclusivamente nel tardo Medioevo (le date dei documenti a nostra disposizione per questo studio lo confermano, anche se si ritiene che possano esistere documenti meno tardi a noi sconosciuti) e come tali tradizioni poi si siano potute affermare anche presso un ceto sociale molto elevato. La distinzione tra le due culture infatti appare spesso, per i secoli passati, labile ed apparentemente spiazzante. Come si spiega altrimenti che importanti studiosi sentano come dei popolani ed alitino nella stessa sfera culturale, anche se limitatamente a certi argomenti? In tale modo si spiega anche l'interesse e diciamo pure la fiducia che moltissimi personaggi delle alte sfere della Chiesa hanno avuto per le glossopietre e per la terra di Malta. Il caso dell'Inquisitore Passionei costituisce un esempio lampante. Per quanto concerne invece il basso clero non è da meravigliarsi se molto spesso ha ruotato in una sfera di credenze magicoreligiose. Isolato dalla cultura dotto, ha quasi sempre rispecchiato le proprie origini sociali e la cultura folklorica della classe alla quale apparteneva.
Del complesso quadro di tradizioni paoline oggi non resta attivo quasi più niente. Il culto delle acque è, pressappoco, completamente dimenticato; e la chiusura del pozzo di Galatina (Lecce) ne ha segnato l'ultimo atto. Le glossopietre, a Malta, sono ricordate ormai da pochi e solo come curiosità o generici amuleti. Altrove, in Europa, non esiste quasi più neanche il loro ricordo. Ultimi brandelli di riti magico-religiosi legati alla figura di San Paolo sono: quello delle tarantate di Galatina, ormai per altro quasi completamente estinto per intervento, anche questa volta, della forza pubblica, che, con il dichiarato motivo di proteggere le tarantate, ne ha soffocato invece ogni espressione liberatoria, rinchiudendo le pochissime ancora esistenti nella Cappella di Galatina il giorno della festa di San Paolo (29 giugno 1982), e quello dell'asportazione della pietra della Grotta, anche se non più per uso, diciamo, medico ma perchè, genericamente, porta bene.
Uso magico diverso dal solito cui èstato destinato un frammento di pietra della Grotta di san Paolo è quello di essere stato posto nelle fondamenta, quale seme, per la costruzione di una nuova chiesa, come era stato fatto, a suo tempo, per la Chiesa e Convento di S. Agata, Casa Madre della Società Missionaria a San Paolo.
Ancora vivo è, invece, il culto della Grotta dell'Apostolo, visitata ogni anno da migliaia di turisti e pellegrini.
Di tutta la complessa vicenda di San Paolo, per concludere, soprattutto due momenti vengono celebrati nella devotissima isola di Malta: quello del Naufragio, festeggiato il 10 febbraio a la Valletta, e quello del Martirio, festeggiato la prima domenica di luglio a Rabat. E' solo in queste due occasioni, ormai, che il popolo maltese stabilisce con il suo Santo amatissimo un contatto. Diretto e senza materiali magici.
Per questo breve studio sento la necessità di ringraziare l'amico Can. don Giovanni Azzoppardi, Curatore del Museo della Cattedrale di Mdina, per tutte le notizie, i materiali e le indicazioni fornitemi; il professar J. Cassar Pullicino, per la sua generosa assistenza durante la mia ricerca a Malta; il Capitolo della Collegiata di San Paolo, senza il cui permesso tante immagini di corredo non sarebbero state pubblicate; il professar Alfonso M. Di Noia, fonte di ispirazione per tale lavoro.


NOTE
1) F. GIACOMO BUONAMICI, Relazione della Grazia di S. Paolo, N.L.M., Library ms. 15, datato 1667, f. 133 v.
2) Cfr.: MONSIGNOR PIETRO DUZINA, Atti della visita apostolica del 9 febbraio 1575, N.L.M., ms. 643, f. 54; ACHILLE FERRES, Descrizione storica della chiesa di Malta e Gozo, Malta, 1866, pag. 106.
3) GIOVANNI GATT SAID La grotta di S. Paolo a Malta. Considerazioni archeologico-critiche, Malta, 1863, Memoria IV, pag. 63.
4) VINCENZO PAOLO GALEA, Della primitiva chiesa vescovile in Malta. Dissertazione anticritica, Roma, 1864, pag. 9.
5) In quel luogo Gusmana Navarra verso la fine dei XVII secolo, per memoria, fece innalzare una statua di San Paolo.
6) GIOVANNI GATT SAID, Risposta del sacerdote Giovanni Gatt Said alla Dissertazione anticritica del R.mo Can.co Dr. Vincenzo Paolo Galea sulla Primitiva chiesa vescovile in Malta, Malta, 1868, pag. 99.
7) Monografia critica della Grotta di S. Paolo nel sobborgo di Melita, l'antica capitale di Malta, Malta, 1896, pag. 8-17.
8) GIOVANNI QUINTINO EDUO, Insulae Melitae descriptio ex commentariis rerum quotidianarum, Lione, 1536, paragrafo XX.
9) F. GIACOMO BUONAMICI, op. cit., f. 133v.
10) Per la controversia cfr.: Giov. Gatt Said, La grotta op. cit.; V.P. Galea, Della primitiva chiesa, op cit.; Giov. Gatt Said, Risposta op. cit.
11) BARTOLOMEO MIFSUD, Relazione della Venerabile Grotta di San Paolo di Malta, N.L.M., ms. 142, vol. III, f. 8v.
12) MARCANTONIO HASCIAC, Relatione della nuova e grandissima Devozione introdotta nella Santa Grotta di S. Paolo Apostolo nell'isola di Malta con una breve raccolta delle cose più notabili ed antichità di detta Isola, N.L.M., ms. 575 datato 1623, f. 12v.
13) Ibid., fogli 12v, 13r e 13v.
14) GIOVANNI GATT SAID, La grotta di S. Paolo op. cit., pag. 67
15) Alla sacra cripta Gianfrancesco Preziosi-Bonamico (1639-1680), maltese, dottore di filosofia e medicina, dedicò uno degli inni che compongono l'opera dal titolo GAUDIA MELITENSIA, SIVE DIVI PAULI IN MELITA INSULA GESTA TOTIDEM EPIGRAMMATIS CELEBRATA, N.M.L., LIBRARY MS. XVIII.
16) MARCANTONIO HASCIAC, op. cit., f. 10r.
17) F. GIACOMO BUONAMICI, op. cit., f. 134v.
18) GIOVANNI GATT SAID, La Grotta di S. Paolo, op. cit., pag. 65.
19) Cfr. ABELA-CIANTAR, Malta illustrata, ovvero Descrizione di Malta isola del mare siciliano e Adriatico con le sue antichità, Malta, 1772 1780, vol. II, cap. 7; GIUSEPPE GIACOMO TESTAFERRATA, Dissertazione istorico-critica, Di S. Pubblio Martire proto, e vescovo di Malta, indi di Atene, Malta, 1777, paragrafo 23; VINCENZO PAOLO GALEA, op. cit., pag. 64; ACHILLE FERRES, op. cit., pag. 107; PATRICK BRYDONE, Viaggio in Sicilia e a Malta 1770, Milano, 1968, pag. 152; J. CASSAR PULLICINO, Pauline traditions in Malta, in "Scientia a quarterly scientific review", vol. X, n. I, gennaio-marzo 1944, pag. 26; JOHN BEST, Holiday guide to the maltese islands, Malta, 1978, pag. 78;
20) Cfr. F.G. BUONAMICI, Op. cit., f. 136v; M. ETTMÜLLER, Opera omnia medico-phisico theoretica et practica, tomo III, parte I, cap. 2, pag. 226.
21) FERDINANDO PONZETTI, Libellus de venenis, II, 5, Roma, 1521.
22) GIOVANNI QUINTINO EDUO. Op. cit_ paragrafo XXI.
23) PIETRO ANDREA MATTIOLI, Pedacii Dioscoridis de materia medica libri VI, interprete Pietro Andrea Mattioli cum ejusdem commentariis, Venezia, 1544. Edizione uscita: I discorsi... nei sei libri di Dioscoride, Venezia, 1568, pag. 1454.
24) Ibid., pag. 1513.
25) P(alace) A(rchives) V(alletta), Archives of superior courts, Malto Magna Curia Castellaniae (1543-1978), Actorum originalium vol. XV (1570-1571). Pro Thomas de Bastiano. Rif. a tale doc. sta in: G. ZAMMIT MAEMPEL, The magical properties of rock from St. Paul's Grotto, Malta, in "Studies in Speleology", vol. 3, porte I, agosto 1977.
26) PIETRO DUSINA, Op. cit., f. 54.
27) Cfr.: ROCCO PIRRO, Sicilia sacra, tomo II, not. VII, pag. 902; BONAVENTURA ATTARDI, Bilancia della verità. Risposta al libro Intitolato Paulus Apostolus in Mari, quod nunc Venetus sinus dicitur, Naufraghus, del P. D. Ignazio Giorgio Benedettino della Congregazione ragusina, Palermo, 1738, pag. 63 e sgg.; BULLARIUM CAPUCINORUM variis notis et scholiis elucubrata a P.F. Michaele A Tugio in Helvetia, tomo III, Roma, 1745, pag. 229;
M. HASCIAC, Op. cit. foglio 9v; ATTANASIO KIRCHER, Mundus subterraneus, tomo I, libro 7, cap. 4, Amsterdam, 1665; ABELA-CIANTAR, Op. cit., vol. II, cap. 7.
28) G.B. DELLA PORTA, Magiae naturalis libri IV, I, 8, apud G. CIANTAR, De B. Paulo Apostolo in Melitam siculo-adriatici maris insulam naufragio ejecto dissertationes opologeticae in Inspectiones anticriticas R.P.D. Ignatii Georgii de Melitensi Apostoli Naufragio, descripto in Act. Apost. cap. XXVII e XXVIII, Venetia, 1738, pag. 233.
29) ULISSE ALDROVANDI, Serpentum et Draconum libri duo, Bologna, 1640, libro I, 1, pag. 21.
30) SCIPIONE MERCURI, Degli errori popolari d'Italia, Padova, 1645, pag. 280.
31) MICHEL ETTMÜLLER, Op. cit., tomo III, parte I, cap. 2, pag. 226.
32) MARCANTONIO HASCIAC, Op. cit., f. 9v.
33) La dramma corrisponde a 3,50 gr. circa.
34) Vaiolo.
35) F. GIACOMO BUONAMICI, Op. cit., f. 141v.
36) PATRICK BRYDONE, Op. cit., pagg. 152-153
37) S. F. GEOFFROY, Tractatus de Materia Medica sive de Medicamentorum Simplicium Historia virtute, delectu et usu, Venezia, 1742, vol. I, parte I, cap. 6, pag. 45.
38) C. SHAW, Malta "sixty years ago", Londra, .1875, pag. 46.
39) Quinterno delli medicamenti Fatti a Primo Giugno 1713, fogli 75 e 157; copia del ms. è nella Biblioteca privata di G. Zammit-Maempel, Malta.
40) L. FARIGIANI, Taxa recens pretii omnium pharmacorum tam semplicium quam compositum, 1769, N.L.M., BR/137, pag. 34.
41) TOMMASO GARZONI, La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, 1589, pag. 747 e sgg.
42) SCIPIONE MERCURI, Op. cit., pag. 280. Per le contraffazioni della terra di Malta cfr. anche: F.G. BUONAMICI, Op. cit., fogli 136v e 137r: "... quella terra per la sua bianchezza (è) più bella e per la sua sottigliezza più atta a disciogliersi nell'acqua o in altro liquore per bersi o applicarsi per rimedio. E questo è uno de' segni della vera Terra di S. Paolo, che è da alcuni contraffatta col gesso che bagnato si scioglie in pasta, oltre a due altri segni, che è la vera Grazia di S. Paolo, bagnandosi non resta bianca come il gesso, ma diventa gialla, ed ha il medesimo odore che la terra sigillata o bolo armeno".
43) THOMAS BARTHOLINUS, Historiarum anatomicarum et medicarum rariorum, cent. VI, hist. I.
44) ARCHIVIO STORICO DI MANTOVA, Fondo Gonzaga, b. 799.
45) ARCHIVIO DELLA GROTTA DI S. PAOLO, Rabat (1844), ms. libr. A, "Documenti", f. 490r.
46) G. GATT SAID, La Grotta di S. Paolo.., cit., pag. 65.
47) SCIPIONE MERCURI, Op. cit., pag. 280.
48) MICHEL ETTMÜLLER, OP. CIT., tomo III, parte I, cap. 2, pag. 226.
49) JOHANN CHRISTIAN KUNDMANN, Rariora naturae et artis, item in re medica, Leipzig, 1737, in-fol. col. 245-248.
50) G. ZAMMIT-MAEMPEL, Two contra-veleno cups made from Terra sigillata melitenis, in "The st. Luke 's hospital gazette", vol. XI, n.2, dicembre 1975, pgg. 85-95.
51) ARCHIVIO STORICO DI MANTOVA, Fondo Gonzaga, b 799, lettere datate 21 gennaio 1620, 21 maggio 1620, 4 agosto 1620, il gennaio 1621, 2 aprile 1622.
52) G. ZAMMIT-MAEMPEL, The magical properties of rock from St. Paul's Grotto, Malta, in "Studies in Speleology", vol. II, parte I, agosto 1977, pag. 31.
53) JOSEPH R. DIPALMA, Trattato di farmacologia medica di Drill, Padova, 1971, vol. II, pag. 892.
54) G. ZAMMIT-MAEMPEL, The magical properties Op. cit., pag. 31; Two contra-veleno cups Op. cit., pag. 91-92.
55) ARCHIVIO DELLA GROTTA DI S. PAOLO, Rabat, "Corrispondenza 1918-1979", f. 508.
56) lbid., f. 510
57) Gli studiosi sono concordi nell'individuare nel Miocene (circa 30 milioni di anni fa) il periodo a cui risalgono tali fossili.
58) Per quanto riguarda la Penisola Salentina, non risultano tradizioni popolari connesse ai denti fossili di squalo.
59) Serpe acquatico, un tempo ritenuto velenoso.
60) J. WOLFF, Scrutinum amuletorum medicum, Lipsiae et Jenae, 1690, pag. 407 e sgg.
61) PLINIO, Naturalis historia, XXXVII, 59. Cfr. anche O. ABEL, Vorzeitliche tierreste im deutschen mytus, brouchtum und volksglauben, Jena, 1939, pag. 205.
62) IGNAZIO GIORGIO, D. Paulus Apostolus in mari, quod nunc Venetus Sinus dicitur naufragus et Melitae dalmatensis insulae post naufrogium Hospes sive De genuino significatu duorum locorum in Actibus Apostolicis. Cap. XXVII e Cap. XXVIII. Inspectiones anticriticae, Venezia, 1730, pag. CXLVII.
63) ABATE DE WITRY, Mémoire sur les glossopètres et les buffonites (1775), in "Mémoires de l'Académie impériale et royale des sciences et belles-lettres de Bruxelles", II, pgg. 3-4, apud E. WICHERSHERMER, La pierre de Saint .Paul, les lonques et les yeux de serpent de l'île de Malte, in "Bollettino dell'Istituto Storico Italiano dell'Arte Sanitaria", 11, 1-2, gen.-feb. 1922, pag. 154.
64) G. FRANCESCO BUONAMICI, Lettera missiva... diretta ad Agostino Scilla, Malta, 1668, N.L.M. in "Miscellanea" n.103, V, pag. 23.
65) J. WOLFF, op. cit., pag. 83.
66) P. ANDREA MATTIOLI, op. cit., pag. 1451.
67) Ibid. pag. 1465.
68) HEINRICH POGATSCHER, Von Schlangenhörner und Schlangenzungen in 14. Jahrhunderte (lit Urkunden und Akten aus dem Vaticanischen Archive), in "Römische Quartalsckrift fur christliche Altertumskunde und fur Kirchengeschichte", XII, 1898, pgg. 162-215.
70) ARCHIVIO STORICO DI MANTOVA, Fondo Gonzaga, b 799.
71) NIELS STEENSEN, De solido intra solidum naturaliter contento dissertationis Prodromus, Firenze, 1669, pag. 61
72) A. L. ADAMS, On remains of Mastodon and other Vertebrata of the Miocene Beds of the Maltese Islands, in "Q. Jl. geol. Soc. Lond.", vol. 35, Londra, 1879, pag. 528.
73) ARCHIVIO INQUISIZIONE MALTA, (Museo Cattedrale), Memorie dell'inquisitore Mons. Paolo Passionei (1743-54), vol. XI, Mem. II, f. 80r (olim 92).
74) GEORGE ZAMMIT-MAEMPEL, Fossil sharks' teeth. A Medieval safeguard against poisoning, in "Melita historica", vol. VI, n.4, Malta, 1975, pgg. 391-410.
75) MICHEL ETTMÜLLER, op. cit., tomo III, parte I, cap. II, pag. 226.
76) S.A. TUDECIUS, De oculis serpentum et linguis Melitensibus, in "Miscellanea curiosa", dec. I, anno XIX (1678-1679), pag. 289.
77) J. CHRISTIAN KUNDMANN, op. cit., col. 89.
78) MICHEL ETTMÜLLER, op. cit., tomo III, Prolegomeni, tit. XII, pag. 476.
79) F. GIACOMO BUONAMICI, op. cit., f. 141r.
80) MICHELE MERCATI, Dei metalli, Arm. 9, cap. 70, apud IGNAZIO GIORGIO, op. cit., pag. CXLVIII.
81) NATIONAL LIBRARY MALTA, "Miscellanea" 303, estratto 46.


Banca Popolare Pugliese
Tutti i diritti riservati © 2000