POETI DIALETTALI

DE DOMINICIS CAPITAN BLACK (1869-1905)




Ennio Bonea



Nell'immediato dopoguerra a Lecce era facile trovare degli artigiani e qualche popolano di cultura medio-bassa, di mezza età, che citavano versi dialettali di Giuseppe De Dominicis imparati a memoria, senza lettura, per trasmissione orale, dai vecchi ai giovani, da amico ad amico, specie per un riferimento a stati fisici contingenti, ad esempio per denunziare la fame:

Na ndore te purpette se sentìa
ca veramente a nterra te menaa! ...
(1)

Voglio dire che una quarantina di anni fa a Lecce, quando era ancora viva la "cultura pedonale", quella della città percorsa e percorribile a piedi o in carrozzella, perchè mancavano le automobili e gli spazi urbani e suburbani erano a misura d'uomo e gli accadimenti si trasmettevano nell'aria da un punto estremo all'altro: da litri a Fondone, da "lu Tana" (la zona delle case basse di Via Maglie) alle "tre colline", a "la capu te Santu Ronzu" e Fondocupa, zone dove si faceva "lu riu" (la scampagnata di pasquetta); quando la "cultura dell'arco" nell'edificazione di abitazioni civili non aveva ceduto ancora alla "Cultura dell'architrave" che, col cemento armato e le assordanti macchine togliatufo, avrebbe, a metà degli anni Cinquanta, allargato la superficie urbana fino a toccare i paesi limitrofi Cavallino e Surbo e ad inglobare i sobborghi di S. Nicola, Aria Sana, Stalingrado e Caliò Pomponio; Pietru Lau e Capitanu Bracca (pseudonimo dialettizzato da Capitano Black di De Dominicis) erano nomi correnti come "lu Ronzu babbu", la "Giulia", "don Giuliu Pampasciulu", "mesciu Ninu nguè", personaggi viventi del folclore cittadino, a tutti noti, grandi e piccoli, colti e incolti, bersaglio di scherzi impietosi e della "'ngiura" (scherno) degli "aéa" (i ragazzi che crescevano alla scuola della strada, così chiamati dal grido che si scambiavano per radunarsi).
La cultura popolare aveva inconsciamente confuso la figura poetica di Pietru Lau col poeta creatore, passato anch'egli alla mitologia popolaresca come patrimonio indigeno. C'erano coloro che ben conoscevano l'identità di De Dominicis e le sue opere, ma non potevano far testo in una circolazione spontanea di citazioni rispondenti ad esigenze di umorismo altrettanto spontaneo, in una cultura dialettale che solo dopo un decennio circa, in Italia, avrebbe cominciato ad imporsi come materia di studio sistematico, ad opera di autorevoli filologi che pubblicarono le edizioni dei grandi poeti dialettali, dal Belli di Vigolo nel 1953, all'edizione critica del Porta, a cura di Isella, nel 1954-56, dopo che Pasolini e Dell'Arco avevano presentato, nel 1952, la prima antologia di poesia dialettale del Novecento nella quale si ritrovano nominati, ma non più che questo, i salentini G. De Dominicis, Oberdan leone (ma con il cognome appuntato, scambiato per nome), E. Bozzi e A. Tarro. (2)
Giuseppe De Dominicis, nato a Cavallino l'11 settembre 1869 e morto il 15 maggio 1905, aveva pubblicato, dal 1892, Scrasce e gesurmìni, al 1903, Spudhiculature, sette raccoltine di poesie in vernacolo; ma solo nel 1926, ad iniziativa di Francesco D'Elia fu raccolta tutta la sua opera, per decenni rimasta l'unica edizione raramente disponibile. (3)
Il 12 aprile 1945, termine dal quale si è ripreso a parlare di Capitan Black, ad iniziativa di un'associazione universitaria, Angelo Sacquegna commemorava a Cavallino il quarantesimo della morte del poeta. Era un riaprire un discorso interrotto da decenni di silenzio e non si può nascondere che il flusso emotivo, e celebrativo insieme, tolse a quell'intervento (4) la freddezza dell'analisi critica e determinò, nell'oratore, una svista che va rettificata.
Parlando dei Canti della Vita e della Morte, sottolineata la splendida veste poetica e il solido impianto di pensiero con una citazione di F. D'Elia, Sacquegna la attribuiva però a Girolamo Corni del quale riportava un brano di una conferenza, su Poesia e conoscenza: tenuta a Roma nel 1932. Corni, poeta cresciuto e formatosi sulla poesia francese, forse non avrà mai pronunciato una sola parola dialettale nella sua vita, anche se può darsi abbia letto queste "laudi" in vernacolo che esaltano la sacralità dell'amore vincente sulla scienza a sua volta perdente con la morte.

Cce base dunque, Adamu, lu fruttu ca mangiasti,
la scenzia de lu bene, la scenzia de lu male?
se cu fferma la morte lu fruttu tou nu mbale?
(5)

La colpa di Adorno, per De Dominicis, è l'aver preteso di possedere la scienza, senza sapere però fermare la morte.
Allora Padreterno, prega il poeta, toglicela pure la scienza; noi uomini possiamo fare a meno di questa "maga triste", purchè ci resti la gioventù, lo spettacolo del creato, l'amore:

llèanilu puru, llèanilu lu fruttu de la scenzia,
fanni turnare scemi, la mente cu sse chiua!
de quista maga trista nui ride facimu senza;
ma la gioentù, Signore, la morte cu nu strua!

Ni basta a nnui surtantu de li fiuri la ndore
e Ila ista de lu celu, li campi de lu mare.
e nna carusa bionda cu nni tegna allu core
e cu bessa la vita amare, amare, amare!
(6)

L'immagine musicale e luminosa della vita ha, in opposizione diretta quella cupa e spaventevole della morte:

L'uecchi ntesau e lla idde. Lla idde affundu affundu
rande ca cu lla uarda la vista se perdìa!
Stia cu Ili piedi pierti subbra a ttuttu lu mundu;
la capu intru llu celu luntana se scundia!

Era na cosa immenza, paurusa, spamentosa,
ca l'arcu de la fàuce e ncelu nu ccacciaa
e de subbra a stu mundu ogne cchiù bàuta cosa
cu na botta te tìscetu, de pete scrafazzaa!
(7)

Amore e morte sono temi costanti nella poesia di De Dominicis, che non si sofferma sulla episodicità della cronaca e sui riti folclorici (argomento corposo della poesia dialettale in genere), ma non tra loro legati e romanticamente confluenti in esiti pessimistici. Sono anzi forze antagonistiche, in lotta, che hanno come terreno di scontro il mondo e oggetto della contesa gli esseri viventi. Questa lotta si risolve, secondo il poeta, in un processo di riaggregazione di ciò che la morte ha disperso, per effetto, non spiegabile in termini umani, della "resurrezione" della carne, argomento di fede, che De Dominicis ha mirabilmente visualizzato in Lu giudiziu, universale.

E ll'Angelu a ncelu sunandu la tromba:
"O muerti, beriti ca l'ura è rriata!"

Pe mmare pe tterra lu ritu rembomba
e ll'aria la terra se sente traugghiata.

E ogn'acenu tantu cu nn'àutru se unisce
se cangia se scodha se gira sparisce

e ll'acqua la terra le chiante li fiuri
cangiandu de furma sustanzia e cculuri.

La rena la petra se cangia de cquai
e ll'aria la chianta se cangia de dhai

e utandu currendu pe ll'aria se nd'ianu
dentandu nu pete, dentandu na manu.

Li fiuri le fronde li iermi le cozze
su pparte de nn'uecchiu, de nasi su stozze;

e stozze de nasi pe ll'aria currendu
se unìscenu all'uecchi e sse anu facendu

a ffurma de facce. La facce ba ttroa
sse unisca alla capu ca prima era soa.

Nu dìscetu enendu de migghie luntanu
se ncodha cu nn'ugna, se unisce a nna manu.

Na stozza de carne de nn'anca de cquai
se scodha se unisce a nnu razzu de dhai,

currendu e butandu e fissu a nnu muertu,
de nanti de coste de coste de retu

de subbra de sutta qua nnanti a dha mmera
utandu e girandu alla stessa manera...

E ll'Angelu all'aria sunandu la ttromba:
"O muerti, beriti" - rembomba, rembomba!
(8)

Ho voluto premettere questi "assaggi" lirici al percorso, breve, che porterà a dare un profilo del poeta, per sgombrare il terreno dal pregiudizio che la poesia dialettale tratti solo temi caduchi ed effimeri, legati alla cronaca spicciola, inchiodata ad una realtà minuta, di borgata, di quartiere, di vicinato.
De Dominicis è poeta di robusta voce anche se la lingua che usa è di circoscritta diffusione territoriale; ma non è la lingua che limita la circolazione di un poeta, quanto il respiro asfittico della sua voce.
Chi era De Dominicis?
Già negli anni finali del secolo scorso, Giovanni Canevazzi (Fulvio Modena, pseudonimo) aveva pubblicato nella rivista tranese-barese diretta da Valdemaro Vecchi, "Rassegna Pugliese", un lungo articolo su De Dominicis (9), nel quale faceva il punto sugli studi intorno al canto popolare dialettale. Dopo aver rilevato che in Italia molte regioni avevano cultori della poesia dialettale ed amore per il proprio vernacolo, come il Veneto, la Toscana, la Sicilia e Napoli in specie, l'autore addebitava ai pugliesi scarso interesse per tale espressione, fino a formulare una singolare distinzione sulla "piacevolezza" dei dialetti pugliesi, come discrimine della produzione poetica!
"Non faccio appunto di biasimo ai Foggiani e ai Baresi, perchè il loro dialetto non offre alcuna bellezza, alcuna grazia; ma è censurabile, è vergognoso che a Lecce, dove il dialetto è meno ingrato alla composizione poetica, dove ha invece varietà e piacevolezza di effetti [ ... ] si abbandoni la poesia dialettale e non si tenti la canzone popolare, che forse potrebbe dare buoni frutti" (10).
Non mi fermo a confutare questa singolare graduatoria della "bellezza" dei dialetti, formulata sul parametro del campanilismo, ma tale apprezzamento diventa ben più valido, quando sia un poeta dialettale come Trilussa a dichiarare: "Ho potuto notare che la poesia dialettale di Terra d'Otranto eccelle indubbiamente fra i dialetti di Puglia, per dolcezza di linguaggio e profondità di pensiero. Posso dire quindi, a mia modesta veduto, ch'essa occupa un buon posto nella nostra letteratura folkloristica dopo la poesia napoletana e la romanesca. Assai vicino al siciliano ed avendo subìto l'influsso del napoletano, il dialetto leccese non è tanto difficile a leggersi ed a pronunciarsi, una volta conosciute le poche, ma non sempre concordi, regole grammaticali che lo informano.
Ho letto così le poesie del Bozzi e del Capitano Black, del D'Amelio - primo poeta leccese - e di qualche altro.
Per ultimo ho avuta l'occasione di leggere una ottima raccolta di versi di Francesco Morelli ..." (11)
Torniamo alla panoramica disegnata dal Canevazzi. Napoli vanta i suoi Di Giacomo, Pagliara, Russo; Roma: Belli, Pascarella, Zanazzo; la Sicilia: Meli; Milano: Porta, Maggi, Birago; il Piemonte: Brofferio, Calvo; Venezia: Veniero, Gritti, Lamberti. E Lecce? "Di poeti dialettali ne conta pochi nella sue cronache" (12), sentenzia.
A distanza di circa novant'anni da questa panoramica non esaltante per i salentini, le cose sono un pò cambiate. Si è formato un consistente filone salentino otto-novecentesco, senza contare i testi dialettali "antichi e medi" che O. Parlangeli presenta in appendice a Ottocento poetico dialettale salentino (13), e la poesia popolare, di tradizione orale ed anonima, comprendente canti epico-lirici, religioso-lirici, narrativi, funebri, drammatici e testi più mediocri, come indovinelli, ninne nanne, organicamente studiati e raccolti da Irene Maria Malecore (14). A partire, come rileva lo stesso Canevazzi, dall'anonimo autore del poemetto Lecce strafurmata, datato 1769, si contano D. A. D'Amelio, considerato il caposcuola della poesia in vernacolo leccese, Francesco Marangi, noto come Gamiran, Enrico Bozzi Conte di Luna, Giuseppe De Dominicis Capitano Black, Oberdan leone; poi c'è la pattuglia dei meno noti: De Giorgi, De Simone, Greco - che usava lo pseudonimo Indo-Vinate - Giuseppe Silvio Vacca, Raffaele Pagliarulo - pseudonimo, Raoul Pigla - Francesco Morelli di Squinzano, apprezzato da Trilussa; un patrimonio di notevole consistenza. Ad essi vanno aggiunti i poeti viventi, che continuano la tradizione e la consolidano come provinciale, quali Erminio Caputo, Rocca Cataldi, Franco Lupo, Niny Greco, per fare dei nomi, e due poeti che, pur nel solco tradizionale, hanno un timbro che li porta a trovare i destinatari fuori dai confini della municipalità dialettofona, tra lettori che nel dialetto, anche costruito e colto, cercano di trovare i connotati della "diversità" antropologica nei nuclei regionali della comunità nazionale: il magliese Nicola G. De Donno e il cegliese Piero Gatti, che sembrano delimitare l'area linguistica dialettale nella quale si estende geograficamente e storicamente, pur nella varietà di forma, il Salento.
Certo a seguito dell'avvenuta legittimazione, sul piano scientifico-storico ed estetico, della poesia dialettale come letteratura non subordinata, c'è da considerare il problema riproposto da Stefano Giovanardi: "Se si eccettuano le tre o quattro aree che sono riuscite a costruirsi una solida tradizione letteraria in dialetto, per il resto si è sempre trattato, in definitiva, di dar forma all'informe, fissando nei segni della scrittura la materia puramente fonica e assai mutevole del "parlato" locale" (15).
Un condizionamento già messo in luce dal Canevazzi nel suo saggio ottocentesco, che il non dimenticato Oronzo Parlangeli non condivideva quando M. Sansone sosteneva anche lui, che "le letterature regionali e dialettali d'Italia si sarebbero sviluppate in Sicilia, a Napoli, a Milano e a Venezia e, infine, in Piemonte e languirebbero, o avrebbero scarso rilievo, in regioni politicamente prive di importanza", indicando le Marche, l'Umbria, la Puglia, la Basilicata, la Calabria (16),
Parlangeli contestava anzitutto la liceità di "proporzionare la vastità delle singole produzioni letterarie dialettali all'importanza politica che le rispettive regioni hanno avuto nei secoli scorsi", dichiarando che, per quanto "riguarda la Puglia barese, potremmo anche accettarla (s'intende, l'inclusione), ma se invece si riferisce a tutt'intera la nostra regione e se si vuote affermare che il Salento non ebbe una florida, se non proprio floridissima letteratura dialettale, allora non possiamo non manifestare il nostro dissenso. Ché, invece, è vero proprio il contrario: la letteratura dialettale salentina ha sempre avuto una fioritura, se non larghissima, certamente larga" (17).E' Parlangeli, dialettologo di vasta dottrina e di indiscussa autorità, dopo una rapida scorsa su dieci secoli di testimonianze del dialetto salentino, a partire dal Trattato di Farmacologia del medico ebreo Sciabbethai Donnola, oritano morto dopo il 982, giunge alla poesia dialettale salentina illuminata soprattutto da D'Amelio e De Dominicis, non famosi come il Porta e il Belli, ma capaci di trarre dalla minuscola realtà sociale della provincia salentina i motivi comuni agli uomini di ogni latitudine, esprimendoli in una lingua preesistente a quella letteraria, che si apprende via via che si passa dai fenomeni dell'infanzia alla incerta articolazione delle parole "parlate", come diceva D'Amelio

Nudda lingua aggiu studiata
E de nudda sacciu nienti:
Sulu quidda te lu tata
Me sta scioca intru a li tienti.
(18)

Questi poeti dialettali sono coscienti della limitatezza di espansione del foro "messaggio" (anche se poi accade che Pascoli faccia oggetto di una sua lezione, all'Università di Bologna, una poesia del D'Amelio e in particolare quella che inizia con i versi stupendi

Luna mia d'argentu ricca
ca lu sìmeni allu ientu;

sono consapevoli dell'impossibilità di diffusione della poesia dialettale oltre il territorio dove quel dialetto vive (anche se poi uno studioso come Gerhard RohIfs ha costruito e diffuso nel mondo il Dizionario del dialetto salentino(20)); ma sanno che ogni lingua, anche quella "de lu tata", è ambasciatrice della mente e sa spingere ogni cosa se detta come la sente l'anima; sanno di possedere la "forza inimitabile di sentire e di patire per tutti, nell'unico orgoglio di sapersi umili, nella unica grandezza di rendersi piccoli. La gloria del provincialismo, insomma". (21)
Il lavoro di Canevazzi, che apre la bibliografia critica (se pure di critica si possa parlare) del cavallinese, ci informa che, negli ultimi anni dell'800, De Dominicis era notissimo, "non c'è angolo del leccese dove non si conosca questo tipo di poeta" (22).
Ma oggi quanti sono, tra i giovani salentini, che stanno abbandonando il dialetto, non tanto per un malinteso riscatto sociale, quanto sulla spinta di un massificato italiano impuro, televisivo, quelli che ne conoscono il nome? e, tra i meno giovani, coloro che lo saprebbero descrivere nella sua complessione somatica e nella sua ideologia? Ben pochi, sicuramente. E allora ci vengono in soccorso Canevazzi e la sincera, affettuosa e paterna descrizione del giovane De Dominicis, che il duca Sigismondo Castromediano premise alla raccolta Scrasce e gesurmìni.
Questo libretto consacrò la fama di De Dominicis tra gli amici e i compaesani e lo rese centro di attrazione dei trattenimenti pubblici, nei ricevimenti privati in salotti aristocratici e in ricche case borghesi, senza che questo imponesse remore al suo graffiante spirito o attenuasse la carica dei motivi sociali e modificasse il suo disinvolto comportamento, il suo non impeccabile modo di vestire, o lo allontanasse dalle abitazioni dei contadini e dalle taverne.
Così lo ritrae il Canevazzi: "Magro, bislungo quantunque non alto, ha testa piccola, folta di capelli nerissimi, viso minuto, occhi scuri scuri, inquieti, dai quali si sprigionano sguardi espressivi d'inquietudine, di bontà e di malizia, voce grossa, gutturale, memoria prodigiosa. Veste di panni modestissimi ma ficcati su alla carlona, sicchè par che debba lasciar sempre per istrada i calzoni. Trasandato, disordinato, usa un cappello informe, scarpe polverose d'estate, infangate d'inverno, e immancabilmente un bastone o piuttosto un randello di manifattura privata, tutta personale, col quale camminando a passi lesti, fa certo bilanc'arm, da temere terribilmente per chi per via gli va innanzi e, più, per chi gli va dietro.
E un ottimo cuore, non è maligno, è prudente, ha una certa bonaria che lo mette presto nelle altrui simpatie, possa facilmente dal più schietto bonumore alla più profonda malinconia. Ha danari, se ne compiace, ma non li sa tenere; non ha un soldo, il che gli accade spesso, non si mortifica, non si dà carico, e rassegnato, paziente, prende la vita come gli viene e il mondo come lo trova. Fenomenalmente distratto e smemorato commette delle corbellerie di nuovo conio e non è stato raro il caso d'averlo visto gironzare senza colletto e senza cravatta e senza cappello ... ". (23)
L'immagine viva del poeta viene da un suo compagno di scuola fino a che l'adolescente De Dominicis, "dato un calcio ai libri di computisteria e di matematica, aveva dato l'addio agli studi così detti tecnici" e si era rintanato a Cavallino, per fare vita di vagabondo, leggere libri graditi senza nessun ordine e programma, fare il pittore e il "puparo" dilettante, ma soprattutto comporre e declamare, quale che fosse l'occasione, le sue poesie dialettali. Dal ritratto a tinte forti esce fuori il personaggio, labilmente estraibile dalle sue poesie che parlano di se stesso raramente. C'è un autoritratto di Capitano Bracca, ma è radiografia di sentimenti:

Se edissiu quantu è tienneru lu core,
bu lu putiu mangiare cu lu pane!
me tremulano l'osse pe tterrore
puru se cciu na musca.
(24)

profilo di un uomo non di guerra, incapace di minima violenza, quasi un pusillanime che ha paura del sangue, tanto da ridere di se stesso:

... lu pane a ntaula nu lu tagghiu
ca timu li curtieddi.
(25)

Quanto all'aspetto fisico, un accenno al "mustazzu" che "de deice pili è tuttu" e

Pe lu riestu suntu comu tutti:
portu lu nasu, l'ecchi e li capiddi;
'nzomma nu suntu de li tantu brutti,
e mancu de li megghiu.
(26)

Nella suo produzione l'autobiografismo è quasi bandito, sono le occasionali circostanze a suggerire la materia di riferimento: un "addio" al paese natale è nella lirica che ironizza sulla fine del mondo prevista dall'astronomo tedesco Falb, per il 13 novembre 1899:

Addiu, Cadhinu miu, ddunca su' natu,
ddunca a chiamare mamma me mparai!

cui segue il ricordo di Lecce:

Addiu, o Lecce, a ddunca aggiu studiatu,
ddunca li megghiu amici nci me truai.
(27)

Dobbiamo dunque alla pagina di Canevazzi se possiamo delineare, con l'immaginazione, la figura fisica di questo poeta che sta in bilico tra un picaro e un bohémien, come conferma il brano di Castromediano, che descrive la stanza dove il Capitano Black viveva: "Il letto stravolto, la cassa aperta a chi piace mettervi la mano, tre sedie, una sciancato, la seconda sfondato, la terza manca di mezza spalliera, la più accettabile è la quarta presso lo scrittoio, pur esso impiantato a sghimbescio. E v'è un cappotto arrotolato in un angolo, abiti e berretti alla rinfusa, un oriolo da sacca pendente da fianco al letto meditando i lunghi anni di suo riposo. E poi libri spaginati, carte sgualcite, righette, lime, coltelluzzi, bulini, succhielli, stecche di basso, scalpellini ecc.. Non vi mancano colori a polvere o stemprati, nè pennelli d'ogni grossezza, e matite e boccette d'olio di lino ed altre vernici. Di qua bozze di caricature, di là pietre da litografare, e teste e figure modellate in creta, e pezzi di legni forti con iniziate incisioni, articoli di giornali incominciati e ben presto dimenticati, un diavoleto insomma da spaventare, poichè l'autore di tanto disordine se ne impipa e senza badare a chi lo avvicina prosegue a disegnare, a dipingere, a intagliare, a litografare e a schiccherare cronache saporite che i giornali si litigano".(28)
La descrizione del Castromediano mette in risalto il temperamento e fa corrispondere il manifestarsi pubblico del poeta con il disordine creativo, indice di un'indole ricca di stimoli, attenta a cogliere ogni suggerimento interiore ed esterno, senza organizzazione selettiva; istintivamente rivolta a ridurre i casi più comuni dell'esistenza, propria e della comunità di cui faceva parte, nel risvolto del bonario sarcasmo tipico di tutti i grandi umoristi: una consapevole mescolanza del tragico e del farsesco quotidiano che sempre si accompagnano.
De Dominicis sa mediare tra i due opposti, senza cadere nelle trappole del pessimismo e del bozzettismo, mantenendo un timbro coerente e costante in tutta la sua produzione e mutando, a seconda dei temi, i toni della sua poesia, che vanno dal patetico di Amore e morte (I, p. 140) al comico di Lu surdatu (II, p. 115), dallo sferzante di Don Gaitanu (II, p. 309) al sociale di La creazzione de l'omu, (II, p. 65), dal descrittivo di Lu presepiu (II, p. 189) all'ironico di Nu cunsigliu cumunale (I, p. 106) all'epico di Li martiri d'Otrantu (II, p. 13).
Una mediocritas oraziana, di cui forse Black non aveva coscienza per limitatezza di studi classici, ma che gli veniva da un sufficiente corredo di letture che lo fanno al tempo stesso poeta popolare e colto. Egli scriveva per destinatari predeterminati: i suoi amici, i suoi conoscenti, i suoi paesani. Traendo gli argomenti dalla vita di ogni giorno, i personaggi dall'ambiente familiare e provinciale, non rinunciava, servendosi del dialetto leccese e di Cavallino mescolati liberamente, al suo mondo interiore arricchito da poeti che egli amava e traduceva in vernacolo: Dante, Petöfi, Baudelaire, V. Hugo, Heine, con l'interrogativo, per noi irrisolto e irrisolvibile, se dall'originale o da traduzioni in italiano.
Era la moda del tempo, seguita dai dialettali e dai poeti in lingua sui coetanei e contemporanei: i modelli erano Carducci, e il suo amico Stecchetti, in misura minore Aleardi e Prati, traduttori anch'essi degli identici poeti, che si ritrovano in Vincenzo Ampolo di Surbo e in A. Trifone Nutricati Briganti di Copertino, conosciuti e letti da De Dominicis che prediligeva il D'Amelio, del quale non disdegnava di innestare interi versi, che appaiono evidenziati in corsivo, nella sua poesia Li sunetti:

- Beh, lu sunettu poi te l'ha mparatu?
Jeu sacciu: "Cristu, miu, suntu lu Nniccu".
- "E ttie mò, cce cumandi,
cu dici quidhu de l'annu passatu?".

Cce diaulu dici? cce pensieri puerti?
Fazzu biti stasira
ca sacciu: "cu lli sensi sciacchi e muerti... " -

"Se nu llu mpari, pittule nu nd'ai" -
- "E nah, ca te nde dicu cchiui de mienzu?
"Desira, cu li sensi
tutti fràceti e muerti me curcai ... "

Dice lu striu: "La notte de Natale
nascìu nocciu Signore
e foi na fetta ... fetta principale... ".
(29)

Forse fu proprio la lettura delle poesie di D'Amelio, negli anni in cui De Dominicis, prima di dare un calcio alla scuola e ai libri, cominciò ad esercitare la poesia in lingua (che si ritrova nell'edizione del '26 nel gruppo delle Poesie inedite), a farlo decidere a scegliere il dialetto.
Montale spiega la scelta dialettale nei poeti così: "In due modi, quando si è uomini di qualche cultura, si può essere dialettali: o traducendo dalla lingua [ ... ] o ricorrendo al dialetto come ad una lingua vera e propria, quando la lingua sia considerata insufficiente o impropria ad una ispirazione" (30); e più avanti rafforza questa sua intuizione esemplificando: "Porta e Belli scrivono nell'unica lingua che essi avevano a loro disposizione; se la Ninetta del Verzee fosse stata scritta in un italiano che noi possiamo immaginare press'a poco uguale a quello del Grossi, il capolavoro del Porta non sarebbe nato; e il Belli ci fa dimenticare che il romanesco non è forse un dialetto ma una diversa patina dell'italiano". (31)
Ebbene, si può dire la stessa cosa di Capitano Black, senza alcuna reticenza per un paragone che potrebbe parere ... impertinente; egli avvertiva in se stesso quel che Vittorio Pagano avrebbe detto tanti anni dopo: "Certe parole dialettali, certi costrutti, certi atavici modi di dire, sono capsule poetiche che scoppiano illuminando ad ogni tocco di lingua, ad ogni arpeggio di labbra, ponendo per sempre i fonemi, i sintagmi e gli stilemi di un linguaggio che costringe a poetare, cioè ad immaginare nella specie del pianto o del riso, ad ogni costo". (32)
Per De Dominicis fu una scelta ideologica, ma non perchè la sua fosse una lingua di contestazione a quella dominante, come aveva teorizzato Giuseppe Ferrari (33)che egli forse neppure conosceva, ma per l'ambizione minima di avere un diretto e immediato destinatario, i suoi contemporanei. A differenza di Porta e di Belli, De Dominicis non ha lasciato nessuno scritto teorico o polemico sulle ragioni delle sue scelte linguistiche, ma ha delineato una sua poetica nelle quartine di Dichiarazioni:

Disse Leupardi, ca la püesia
è comu carusedda ca àe parata:
bu nticepu ca la carusa mia
porta rrobbe de casa e bae strazzata.

Ae estuta de rrobbe de cuttone,
ci mamma a lu talaru n'ha tessute:
me le dese de quandu era uagnone
e moi de int'anni ni l'aggiu cusute.

............................

Abetu nu fa monecu - ete nticu
lu pruerbiu; e cacciu la carusa mia,
a bui, amici miei, la benedicu,
cu nci stati nu picca a cumpagnia.

Uliti bu la nticepu comu ete?
- Llecra de care comu simu nui,
dice de bene dunca nc'ete,
e ci mmereta male, male e cchiui.

Me siti amici: e sulu cu pensati
ca è carusa e ca ete rrobba mia,
crisciu ca tantu nu la mmattrattati,
cu la pigghiati a cauci a su la ìa.
(34)

Nei confronti del poeta romano e del poeta milanese c'è da tener presente la diversità storica e culturale dell'ambiente, del contesto sociale ed economico; mentre c'è analogia di temi (i ceti popolari e quelli borghesi e aristocratici nei quali essi si immergono) e di livello (né l'uno né gli altri, poeti "di getto", ma basati su premesse culturali, con agganci, modelli e tradizioni letterarie differenziate in valenza, ma comuni, come Dante e Byron).
Pensiamo a un Pietru Lau in italiano ed avremo il fallimento della poesia di De Dominicis; né potremmo immaginare un Pietru Lau sradicato dalla civiltà contadina, dalla miseria popolana, dal paesaggio piatto e assetato del Salento. Il capolavoro costituito dai cinquanta componimenti del poemetto Li martiri de Otrantu, fa comprendere la reale densità epico-lirica di una poesia che in dialetto ha raggiunto livelli da cui restano di molte lunghezze distaccati i numerosi lavori in lingua, poesia o prosa che usino, sull'argomento, come si può rilevare dal recentissimo saggio di A. Vallone (L'eccidio otrantino [1480] tra canoni retorici e invenzione narrativa dal XVII secolo ad oggi) (35), che raccoglie tutta la bibliografia letteraria sul tema otrantino. Solo un romanzo, e non paia strano l'accostamento, gli si avvicina per la lucida penetrazione dell'animus popolare e per l'efficacia della tragica rappresentazione della sciagura di un'intera popolazione omologata socialmente dalla fede e dalla rovinosa caduta: L'ora di tutti di Maria Corti (36).
Basterebbero i già citati canti della vita, della morte, il giudizio universale, per consentire a Giuseppe De Dominicis di superare legittimamente i confini dei dialettofoni, per porsi a fianco dei grandi nomi della poesia dialettale. Non mi paiono pertinenti le riserve che Francesco Gabrieli avanza nei confronti del "macchiettismo" di Capitano Black (37); del resto egli stesso azzarda, non avendo però la volontà di portarlo a fondo, il paragone tra Li martiri de Otrantu e Villa Glori di Pascarella; se l'avesse condotto, senza nulla togliere al poeta romanesco, il nostro salentino ne sarebbe uscito, come a mio modesto parere ne esce, largamente superiore. Questo riconoscimento, se i morti percepiscono, avrebbe ripagato il De Dominicis del torto che gli fu fatto, quando Pascarella venne a Lecce a leggere la sua Scoperta dell'America, nel 1903, di non potere incontrare e dialogare col più famoso collega.
E' analoga a questa, la posizione che molti anni prima Armando Perotti aveva espresso quando avanzava riserve sulla "improba e inutile fatica di scrivere in dialetto salentino una specie di Divina Commedia" (38) a cui rispose Oberdan leone diffondendosi però su questioni di grafia più che chiarire la questione della "traduzione" (39).
Dante, oltre ad essere un modello, come s'è detto, comune a tanti grandi poeti dialettali, costituisce per Black un mezzo aulico per dare sfogo alla propria ideologia che, si badi bene, si forma nel periodo post-unitario, all'ombra del mito risorgimentale di Castromediano, con una coscienza politica nuova, mancata a F.A. D'Amelio morto nel 1861, in età molto avanzata, 86 anni, che non aveva raccolto i fremiti liberali del '48 (si veda a tal proposito il bell'articolo di P. Palumbo in Lecce vecchia (40)). Questa coscienza non impedisce tuttavia al De Dominicis di constatare come le antinomie sociali non siano scomparse dopo la caduta dei Borboni e l'acquisita unità politica.
I suoi Canti di l'autra vita, in quartine di endecasillabi, 15 in tutto, cinque per ogni "regno" d'oltretomba, più il canto di epilogo Tiempu doppu, svolgono, allegoricamente, la storia dell'umiliazione contadina. Il protagonista di questo viaggio ultramondano non è il poeta, ma Pietru Lau, un cafone, splendido esempio di scarpe grosse e cervello fino, un piccolo Masaniello che, da morto, riesce a portar guerra, ecco la grandiosa fantasia di De Dominicis, al Padreterno. Così si apre il poemetto:

Quandu foi ca murìu lu Pietru Lau
era matina prestu de sciuedia
e fenca a ttantu nu sse utau sputau
rriau dha lu diaulu quasi a menzadia.

Doppu ca lu purtune ibbe tuzzatu,
lu purtaràru te lu nfiernu essìu
nni disse: "Lu capu stae ssettatu
a ntàuIa e tocca spietti, figghiu miu".

Idhu purtaa nna stozza te muzzune,
se enchìu la pippa e sse la mpezzecau;
subbra a nnu piezzu, a nfacce allu purtune,
straccu te lu caminu se ssettau.

Na ndore de purpette se sentìa
ca veramente a nterra te menaa! ...
Idhu, pueriedhu miu, ca certu aìa
do giurni ca lu pane nu ssaggiaa,

ncignau: Ohimmè! lu primu male è quistu,
tte scazzeca la ndore e cu nu pruèi!
Ulìa cu ssacciu cce nni fici a Cristu
quali su' state le peccate mei!"
(41)

Dannato all'inferno per avere rubato uno stoppello di grano, per sfamarsi, si ribella e suscita una rivoluzione tra i morti: per loro la libertà diviene una molla incontenibile, che il poeta dialettale sa esaltare senza retorica:

E dha notte scappara. Comu? Comu?
Bedhi, la libertà nde face tante!
Nnu piccinnu cussine ddenta nn'omu,
ogne creaturu tantu nu gigante;

Nu nc'è pparìti, nienti! na muragghia
se zumpa megghiu de nnu rapetale;
nn'omu stuccatu a ntuttu cu nu mbagghia,
ene la libertà e nni minte l'ale;

nu scemu ddenta n'omu giudeziusu,
ogni pporta de fierru è de cartune,
la catina é nnu filu, nnu pertusu
se fece rande comu nnu purtune.
(42)

Una rivoluzione, dicevo, per eliminare... la giustizia (uguale per tutti si dice, come la pioggia, ma, aggiungeva maliziosamente Disraeli, c'è chi ha l'ombrello e chi non l'ha) e sostituirla con l'amore. la teoria sulla giustizia... ingiusta ha tocchi di "finezza" contadina:

Lu Pietru Lau nu appena Ilucesciutu
li cumpagni allu Limbu te lassau
e pete cata pete, rresulutu,
mmeru allu Purgatoriu se nfelau.

Camenandu pensaa: "Lu Patreternu
nc'è ccerte cose ca l'ha fatte torte!
Idhu criau lu peccatu e criau lu nfiernu,
fice dèbule l'omu e Ilu ose forte.

L'estru nu giurnu a ncapu ni salìa
e ll'omu cu Ila fimmena te criaa.
Ci ni lu disse? Cedhi! Li ba cria
senza cu nc'essa no necessità.

Face l'omu de tuttu rre assulutu
e nni pruibisce n'arveru, nu fruttu...
quid'autru ricchia, mienzu cannarutu
se lu ba mmangia... Beh, se rreota tuttu!

L'omu cu mangia tocca zzappa nterra,
la fimmena cu dogghie ha parturire,
le porte de lu celu le ba nzerra,
de lu paraisu nde li face essire,

subra all'umanità ni menesciau
tutti li uai, meserie, malatie,
fintantu Cristu de omu se cangiau
e disse: -Tata, scùntala cu mmie!

E sse la scunta a mmodu ca murire
ncruciatu cu do latri lu facìa;
muertu de sangu ni ba fface essire
l'urtima stizza ca nni rrumanìa...

E ppe nna fica? An fine te la fine
nna terata te ricche e ssissignore;
ma cu se mbestialisca peccussine
quista nu bè giustizia, è mmalecòre!

Non più limbo, inferno, purgatorio, ma paradiso per tutti; non più dannati e premiati, ma tutti fratelli. E' una predicazione che seduce tutti e Pietru Lau, il misero che riscatta l'umanità dolente, il popolano che parla contro la potenza meno sanguinaria, ma la più invincibile, quella del Padreterno, convince e vince.

"Benissimu! retara. Evviva! Brau!
quistu ntru Ila cucuzza porta sale!
Alli voti mo moi! Sam Pietru Lau
s'ha ffare te sta uerra generale!"

"Cce generale e generale, santi!
- idhu ni respundiu - cquai tra de nui
simu surdati rasi, tutti quanti;
cinca pote te cchiui, fazza te cchiui!"
(44)

E c'è perfino lo scontro con gli angeli, difensori di Dio, guidati da San Michele. Ma:

Quandu unu Sam Micheli a pigghia a mmira
mentre ca l'angeliedhi ncuraggiâ;
zzicca nna petra tanta, nni la tira,
mmira nni tira, lu curpisce e ppah!

ba ccate comu fica mpassulata!
Quandu se ìddera senza generale,
l'Angeli te sunara rreterata
mmeru allu paraìsu utandu l'ale.

Quantu mbrazza la ista cumparìa
semmenatu te muerti tuttu quantu,
e pe ll'aria mbrunuta se sentìa
e pianti ed inni e de le Parche il canto!
(45)

Il secondo grande personaggio, analogo per contrasto, è un pescatore, Primaldo, il quale, nell'altro vasto disegno storico-poetico (influenza di D'Amelio, ma diversa coscienza politica, diverso scenario: non la storia romana, ma quella salentina), la caduta di Otranto aggredita dai Turchi, guida all'estremo sacrificio i suoi concittadini: diventano tutti giganti, essi piccoli, poveri ignoranti, nell'"ora di tutti", quella della morte, per testimoniare la fede.
Attraverso Pietru Lau, Capitan Black opera il riscatto, almeno fantastico, attraverso il "comico" mai degradato a farsesco, dall'ingiustizia della società, da una vita di soprusi patiti e di coatta subordinazione. Pietru è il vendicatore di quanti hanno sofferto per colpa altrui, che hanno rubato per sfamare se stessi e i propri figli. Primaldo rappresenta la coscienza integra del fedele che con l'esempio trascina all'olocausto i suoi otrantini. Il "riso" dialettale, ne Li martiri d'Otrantu, si muta in tragico di rara efficacia descrittiva, da resoconto di contemporaneo inviato di guerra:

E ccadìanu le palle e scrafazzânu
lamie spundandu li muri cchiù ffuerti;
ccenca a nnanti se ttruaa strucunisciânu,
ddu nna palla cadìa, cadìanu muerti.

Murìanu: intre lle case e pe lle strate
autru cca mmorte e spamientu nu se ite;
mamme cu Ili piccinni scafazzate,
ecchi, precati a sutta a nnu parite.

Sècuta lu cannune e rembumbare
e ll'aria nde rrepete lu rrumore
e de intru Utrantu se nde sente ausare
schidhi e prechere de ci spera e more!

E lla luce se perde chianu chianu'
pe llu fumu ca rria subbra le nule,
mentre ca a basciu, sutta Giurdignanu,
intru llu fuecu sou scinde lu sule!
(46)

l'indagine psicologica del vincitore Achmet, vinto dal martire Primaldo, ha nella lirica XLIII toni di narrazione orale che solo il dialetto non rende falsi:

De Agumattu la raggia arde cchiù forte
eténduli cussì fiermi restare.
O fede cchiù putente de la morte,
quale forsa te face tremulare?

E sse storce, se mozzeca, se danna,
se ttinchia, se precipeta, se mpica.
Cu ll'ecchi spungulati la cundanna
dae de la morte. Nngiallenisce, strica

li dienti, mente astima, stompa a nterra,
stròzzula. Berlabei giusta la chianca.
Comu Primardu pe lla capu nferra,
a ncelu cumparìu na luce bianca

e nna nula cu mille sarafini
ca la grolia de Diu tutti cantânu
e de subra llu celu gesurmini,
rose, parme, curune semmenanu !
(47)

De Dominicis ha, nonostante sia impregnato di tardo romanticismo meridionale, la coscienza della realtà, il senso delle vicende umane, perciò conclude la grande allegoria rivoluzionaria di Pietru Lau e del paradiso per tutti, con l'amara, ma non disperata, conclusione del canto autonomo Tiempu doppu, nel quale sembra anticipare il cinico concetto del principe Salina che domina l'atmosfera subdola e incantata de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: le rivoluzioni si fanno perchè tutto resti come prima.

Iti quandu era a mmanu allu Signore,
buenu buenu e daveru nu sse stia;
ma nu nc'eranu poi tante palore,
na cosa comu moi nu ssuccedìa!
Ci lassa la strada ecchia pe lla noa,
sape cce Ilassa e nnu sape cce troa".

E ccussì susperandu se nde sciu.
Lu Padreternu mentre lu uardaa,
me fice l'ecchiu rizzu - "Bedhu miu,
me disse doppu, a cquai li sta spettaa.
Cce cosa mai de buenu po' benire
de 'ntru nna casa ddu nu nc'è lu sire? (48)
...........
Se lu sire nu nc'è ttegna la ugghina
ca nde pigghia li fili spalestrati,
la casa de palore sempre ècchina,
nu stanu nnu mumentu rreggettati.
Nci ole unu cu ccumanda, a cquai è Ilu piernu;
tocca begna de neu lu Padreternu!"

ldhu intantu stia dhai. leu, comu ntisi
ste cose, cu ccert'autri me ncucchiai.
Cu lla purtamu a ncurtu: nci me misi
e lla matina stessa cumbinai.
Cce festa! Cu lle bande lu pigghiammu,
subbra allu tronu a mbrazze lu ssettammu.

Non si può certo dire, stando alle conclusioni della rivoluzione mancata della Uerra a mparaìsu, che De Dominicis impartisse una lezione di progressismo riferendo l'allegoria della rivoluzione mancata alle beghe della politica a lui contemporanea.
Gli esiti di un quietismo conservatore avrebbero portato, qualche decennio dopo le vicende di Pietru Lau, un "sire" che usò la "ugghina", cioè il nerbo di bue o il manganello, contro "li fili spalestrati" e che comandò da solo. Ma in Capitano Black non va ricercato ciò che non c'è; nè si può interpretare il suo messaggio con il carico delle esigenze storiche che abbiamo oggi.
Egli seppe innestare nella sua poesia, rivestendola del sorriso, spesso amaro, dell'umorismo e della satira, la protesta contro le ingiustizie del mondo. Questa protesta, egli non la indirizzò contro il "potere" degli uomini, ma la depositò, senza essere blasfemo, nel grembo del Padreterno che fece il peccato, che "tentò" l'uomo, che creò le differenze di classe, quasi obbedendo a un capriccio.
Avendo creato il mondo in cinque giorni, ecco cosa ti combina secondo il poeta:

"E' bellu - disse - M'aggiu mmurtalatu!
ma lu penzieri miu nu ss'ha spicciatu".

Se ieu n' 'ia statu a ncoste, largu sia!
bu parlu chiaru, nde l' 'ia scusigliatu.
N' 'ia dittu: Padreternu, ssignuria
nu ttantu mutu ca t'ha mmurtalatu:
lu mundu ca t'ha fattu a nnu mumentu,
crìsciu ca basta pe divertimentu.

L'uèmmeni percè diaulu me l'ha ccriare?
percene? ccu tte déscianu piaceri?
Ma nu giurnu pentitu te nd'ha' ttruare,
quandu a ncapu te a binne stu pensieri! -
Ma insomma a cqua sta Terra nci ni truamu
pe ccausa soa e ttocca nci restamu.

Sciutu a ccampagna e doppu mmuntunata
la terra, le capase se pigghiau;
doppu nc' 'ia fatta na bella sutata,
acqua de nnu pelune nci menau.
Presciatu ca n' 'ia enutu stu penzieri
cu Ila zzappa ncignau ffazza murtieri.

Se nfurdecau le razze e de dha Iuta,
tantu nu pupu ccummenzau a mpastare;
na figura simpatica, panzuta,
àuta, bedha de facce, reculare...
Doppu l'ibbe spicciatu, lu fiatau:
"Tie si' Roscildi" disse, e lu lassau.

Zzicca Iuta de neu, pigghia e nde fice
n'autru pupazzu, bellu, mposematu.
Lu spiccia, lu ncarizza e poi ni dice:
"Tie si' Ttorlonia". E tuttu ffacendatu
nde mpasta n'àutru e disse: "E' Ttamburrini".
N'àutru nde spiccia a llu chiamau Martini.

Ma facendu pupazzi 'ia ncadhisciatu,
pe lla fatia superchia scia ssaccandu.
Fercuràtibu quantu nc' 'ia straccatu! ...
E ppoi a desciunu, cce tte criti! ... Quandu,
zzeccau la Iuta, all'aria la menaa
e "Alho! Facimu uèmmeni!" retaa.
(50)

Va notato tuttavia che la satira contro i ricchi e l'aristocrazia non è nata da odio di classe o dall'indignazione come in Giovenale, non è carica di risentimento come nell'Aretino; è invece un misto tra il graffio popolaresco di Pasquino e l'ironia ridanciana e gabellante del Giusti di Sant'Ambrogio e del Brindisi di Girella. Tornando al "macchiettismo", va detto che in ogni poeta, anche nei più grandi, una parte, quella minore, della produzione, non può essere messa sullo stesso piano di quella che lo ha reso grande; anche Giove, dicevano gli antichi, di quando in quando dorme. Così, se si lascia trasportare dall'animo nativo del barocco, Black finisce col gareggiare col Marino; si veda in L'amore de na vergine.

Facci de piru! mendula fiurita!
rasta de rosa mia! milu ngranatu!
ndore de génziu! fraùla sapurita!
pruma d'argentu! uèrtu sigillatu!

Culonna d'oru! dàttulu fiurutu!
spiga de ranu! chianta prematia!
Lu core te asi toi stae ssaccarutu,
gigliu ddacquatu miu! parma de ulìa!

Dàmmilu nu asu! n'àutru! n'àutru moi...!
de ntru lu piettu miu tirande l'arma...
strùscime tuttu ntru le razze toi,
torce ddumata mia! chianta de parma!

E idhu se la asaa! Ncelu le nule
picca picca se ìddera rruccare:
tuttu de paru fore essiu lu Sule,
de luce li cuprìu e ncignau a ccantare:
(51)

E' vero che nelle "macchiette" la poesia di De Dominicis cade, ma è vero anche che da esse traspare la capacità del poeta di essere, quando vuole, al livello basso della cultura contadina, di penetrare nel mondo minuscolo dell'umanità incolta ma autentica dei popolani, di conoscere le debolezze di una psicologia semplice e di saperle denunziare, sorridendo, con fine segreto di correggerle come diceva Orazio, che cos'è che vieta di dire il vero con il sorriso? De Dominicis, quando ai suoi tempi il solo viaggio che il cafone facesse fuori dal paesello natìo era nel periodo di leva militare, sbozza la "macchietta" de Lu surdatu.

Lu cappieddhu alla fessiante,
lu secàru mpezzecatu,
nu nc'è cedhi cu llu para
ca ss'ha ccuetu de surdatu.

E nde mpalla fessarei!
e ha mancatu trenta misi!
Quantu ulìa cu llu sentiti
bu crepati te li risi!

leu bu cuntu sulamente,
tra le tante belle cose,
ccenca a sirsa ni sciu ffice
quidha sira ci se ccose.

Sirsa appena rriatu a ccasa,
cu llu mbrazza se menau,
e idhu testu, rebambitu:
"Tu chi siete?" demmandau.

"Comu, ohimmè! nu mme canusci
quantu bene t'haggiu fattu?!
Suntu sirda!" - "Mica no,
mi non ti canosco affattu!"
(52)

Il mondo piccolo, familiare, dell'osteria tra giocatori di tressette, dei litigi tra marito e moglie, delle chiacchere sulla porto di casa, della vita nella masseria, dell'amore campagnolo, ormai cambiato, è nella lirica paesana e popolare di De Dominicis, pur se non tocca i livelli dell'arte. In essa resta traccia di quelle abitudini che per gli studiosi di etnologia sono dati non più rilevabili sul campo, come oggi si dice. Ma al suo tempo colpi profondamente gli strati meno acculturati del popolo leccese che in quelle poesie, "sunetti", come volgarmente si definivano, ritrovò se stesso. Vi si riconobbe e, per la nativa dote di saper ridere di se stesso, le fece proprie e ne diffuse la circolazione orale, come si era fatto in antico, con le canzoni popolari, le nenie funerarie, le ninne nanne, i proverbi, gli stornelli. De Dominicis fu quindi suscitatore di interesse culturale per chi non aveva coscienza della cultura come espressione nativa, per chi si considerava "affabbetu", cioè analfabeta, convinto, come è stato fino a qualche decennio fa, che la cultura fosse solo quella dei libri, quella dei "signori".
Questa convinzione, propria dei ceti borghesi, aristocratici e degli intellettuali libreschi, che cioè la poesia dialettale fosse un modo di espressione "bassa", non degna di studio, di analisi, di seria considerazione, ma solo un aspetto dilettevole della popolarità locale, fece sì che il buon De Dominicis e gli altri suoi colleghi poeti, come il Bozzi, il Leone, non ricevessero investiture di riconoscimenti ufficiali.
C'era chi aveva intuito il valore artistico di questi documenti, ma non era ascoltato; ne è prova quanto scriveva Gino Scarfoglio nel 1911: "Giuseppe De Dominicis, il genio della nostra poesia, è stato dimenticato e invano con vari articoli io, con una lettera al 'Tribuno Salentino' la colta professoressa Giulia Palumbo, si è cercato di promuovere onoranze degne del poeta: la città è rimasta sorda all'appello e ha tributato onori a... Paolo Burget!" (53).
Lo sviluppo della dialettologia sollecita oggi una revisione di tutta la storia dei poeti, magari cogliendo l'occasione di celebrazioni e commemorazioni, in modo che esse non siano un pretesto per riparare passate disattenzioni con un'accortezza formale. Si deve ormai passare al vaglio critico, con rigore scientifico, l'opera di De Dominicis che pure, nel corso degli ultimi quarant'anni, ha avuto una fortuna editoriale che non è toccata a D'Amelio, Bozzi, Nutricati Briganti, Leone, Marangi, Pagliarulo.
Alla stampa delle Poesie curate da Antonio Chirizzi, del 1955, sono seguite due edizioni approntate da Ernesto Alvino, una nel 1956 a Matino e l'altra nel 1962 a Lecce (Ed. Orsa Maggiore) e, nel 1976, l'editore Congedo di Galatina ha ristampato l'edizione curata nel 1926 da Francesco d'Elia, contenente anche la Prefazione all'edizione del 1892 di Scrasce e gesurmìni di Sigismondo Castromediano, facendola precedere dalla nota Aspetti della dialettalità di Giuseppe De Dominicis di Mario D'Elia, il quale riporta nel solco degli studi scientifici della dialettologia un poeta sul quale la ricerca potrà aggiungere ad una rinnovata piacevolezza di lettura, l'indagine rigorosa sulla lingua nativa dei salentini, come acutamente ha osservato Nicola G. De Danno, "non, com'è ovvio, sull'ala di un affidarsi al mito illusorio e antistorico del selvaggio, ma con una speranza e un progetto di recupero 'storico' di valori comuni". (54).
Va notato tuttavia che non si dispone di nessuna ristampa o riedizione di una commedia, di cui Francesco D'Elia parla nella introduzione all'edizione del 1926, La scola te lu sire, tre atti in versi martelliani, messa in programma, perchè fosse rappresentata, dal Circolo Mandolinistico, ma mai andata in scena. Un campo d'indagine abbastanza vasto che oltre ad avere, sia pur marginalmente, interessato studiosi e critici (F. Lala, M. Prato, O. Parlangeli, M. D'Elia, D. Valli), comincia ad attirare l'attenzione dei giovani ricercatori, come Rino Buia che sollecita un'edizione critica delle poesie di G. De Dominicis, con un articolo che rileva le già conosciute imprecisioni ed omissioni nel saggio e nei testi dell'edizione del 1926, pubblicando anche degli inediti (55), e di studenti universitari, come Nadia Fortunato, laureatasi al Magistero di Lecce, nell'anno accademico 1980-81 con una tesi sul poeta cavallinese.
Un segnale interessante questo, perchè se Walter Della Monica preconizza, in base ad un'inchiesta in tutta Italia, la fine dei dialetti "indipendentemente dai revivals dialettali che si promuovono per un verso o per l'altro, presumendo [ ... ] di fare un'opera di meritevole ma illusorio recupero linguistico" (56), è vero che, sosteneva Mario Sipala, il ritorno al dialetto "è una discesa nella vecchia miniera abbandonata in cui disseppellire valori recuperabili, espressioni, parole, cadenze sintattiche, fonemi avviluppati inscindibilmente alle cose e alle figure del mondo dialettale". (57)Questa operazione di taglio antropologico, etnologico e folclorico, elementi di cui i poeti dialettali fanno uso per contaminazione, sollecita una ripresa coscienziale di una identità che va sempre più sbiadendosi, sotto l'aggressione, creduta conquista autonoma, delle mode, dei costumi, degli stereotipi linguistici altrui, nella errata convinzione che la fratellanza universale, fatto dello spirito, si possa attuare rinunziando al patrimonio della propria tradizione indigena.
Ritornare al dialetto, può dare la sorpresa dei sapori antichi: "Il dialetto, che incontro di contrari - scrive Bufalino -. Più sembra rustico e grave, più riesce a sprigionare musiche, eloquenze e fantasie espressive che non trovano l'uguale nella parlata cortese". (58)


Note
1) G. DE DOMINICIS, Nfiernu, C.I, vv. 13-14, I, p. 57, in Le poesie di Capitano Black, Congedo, Galatina, 1976, voll. 2, pp. 180-324, con nota introduttiva di Mario D'Elia; ristampa dell'edizione: Lecce, Stab. Tipogr. Giurdignano, 1926. Si farà riferimento a questa edizione con la sigla PCB. Trad.: "Si sentiva un odore di polpette che veramente ti faceva cadere a terra".
2) M. DELL'ARCO - P.P. Pasolini (a cura di), Poesia dialettale del Novecento, introd. di P.P. Posalini, Parma, Guanda, 1952.
3) Cfr. n. 1.
4) A. SACQUEGNA, Discorso commemorativo, in G.D.D., Poesie (a c. di A. Chirizzi), Matino, Soc. Anon. Tipogr., s.d. (ma 1955), pp. LXV-LXXXVIII.
5) G.D.D., Lu cantu de la vita, vv. 19-22, in PCB, II, p. 100. Traduz.: "Che valse, dunque, Adamo, il frutto che mangiasti, la scienza del bene, la scienza del male? Che eredità utile lasciasti agli uomini, se il tuo frutto non vale a fermare la morte?".
6) Ibid., vv. 27-34. Traduz.: "Toglicelo, toglicelo pure, il frutto della scienza, facci ritornare scemi, si chiuda la nostra mente! noi possiamo farne senza di questa trista maga; ma, Signore, la gioventù, non ce la distrugga la morte! A noi basta soltanto l'odore dei fiori e la vista del cielo, la distesa del mare e una fanciulla bionda che ci si stringa al cuore e che la vita sia amare, amare, amare! ".
7) G.D.D., Lu cantu de la morte, vv. 25-32, in PCB, II, p. 103. Traduz.: "Alzò gli occhi e la vide. La vide a fondo a fondo, grande che a guardarla la vista si perdeva! Stava a piedi aperti su tutto il mondo; la testa si nascondeva lontano dentro il cielo! Era una cosa immensa, paurosa, speventosa, l'arco della falce non lo conteneva il cielo e stando sopra a questo mondo, schiacciava ogni cosa con un colpo di dito e di piede".
8) G.D.D., Lu giudizziu universale, vv. 1-28, in PCB, II, pp. 105-106. Traduz.: "E l'Angelo in cielo, suonando la tromba: "O morti, resuscitate perchè l'ora è arrivata! ". Il grido rimbombo per mare e per terra e l'aria la terra si sentono in travaglio. E ogni acino piccolo si unisce con un altro si scambia si scolla si aggira sparisce e l'acqua la terra le piante i fiori cambia si scolla si aggira sparisce e l'acqua le terre le piante i fiori cambiando di forma sostanza e colori. La rena la pietra si cambia di qua e l'aria la pianta si cambia di là e se ne vanno rigirandosi correndo per l'aria diventando un piede, diventando una mano. l fiori le fronde i vermi le cozze sono parti di un occhio, pezzi di naso; e pezzi di naso correndo per l'aria si uniscono agli occhi e si vanno componendo a forma di faccia. La faccia va cercando di unirsi alla testa che prima era sua. Un dito, venendo da miglia lontano, si unisce con un'unghia e con una mano. Un pezzo di carne di una gamba di qua, si stacca e si unisce con un braccio di là, correndo e rotolando e fisso ad un moto, davanti di lato di lato e di dietro di sopra e di sotto qui vicino e più lontano ruotando e girando allo stesso modo... E l'Angelo suonando la tromba nell'aria: "O morti, resuscitate! " - rimbomba, rimbomba! ".
9) G. CANEVAZZI, Un poeta dialettale. Giuseppe De Dominicis, in "Rassegna Pugliese", vol. XV, n. 3, giugno 1898, pp. 65-76.
10) ID. cit., p. 66.
11) TRILUSSA, Prefazione a Francesco MORELLI, Fugghiàzze sciàline, Lecce, Ed. "Prospettive Regionali", s.d., 3.
12) G. CANEVAZZI, cit. p. 66.
13) O. PARLANGELI, Raccolta di testi dialettali salentini, in Ottocento poetico dialettale salentino (a c. di Ribelle Roberti), Galatina, Pajano, 1954, pp. 227-251.
14) I.M. MALECORE, La poesia popolare nel Salento, Firenze, Olschki, 1967.
15) S. GIOVANARDI, Le parole antichissime, in "La Repubblica", Roma, 24 agosto 1982.
16) M. SANSONE, Relazioni fra la letteratura italiana e le letterature dialettali, in AA.VV., Letterature comparate, Milano, Marzorati, 1952, p. 278.
17) O. PARLANGELI, Considerazioni sulla letteratura dialettale salentina, in M. CONGEDO-V.E. ZACCHINO (a c. di), Almanacco salentino 1968-69, Galatina, Ed. Nuova Apulia, 1968, 288-9.
18) F.A. D'AMELIO, Dedeca (Dedica), vv. 13-16, in Ruesci a lingua leccese, Lecce, Stamperia dell'intendenza, 1932, p. 1.
19) F.A. D'AMELIO, op. cit.
20) G. ROHLFS, Vocabolario dei dialetti salentini, Galatina, Congedo, 1976, voll. 3, pp. 1200.
21) V. PAGANO, Celebrazione dei poeti dialettali di Terra d'Otranto, in T. PELLEGRINO (a c. di), Le celebrazioni salentine, Lecce, Ed. dell'Albero, 1952, p. 26.
22) A. CANEVAZZI, cit. p. 69.
23) A. CANEVAZZI, cit. p. 70.
24) G.D.D., A cinca nu me sape, vv. 29-32, in PCB, I, p. 79. Trad.: "Se vedeste quanto è tenero il cuore, ve lo potreste mangiare col pane! Mi tremano le ossa per il terrore, anche se ammazzo una mosca".
25) lbid. Trad.: "a tavola non taglio il pane perchè temo i coltelli".
26) lbid. Trad.: "Per il resto sono come tutti: porto il naso, gli occhi, i capelli; non sono del tanto brutti e neanche del meglio".
27) G.D.D., La fine de lu mundu, vv. 19-22, II, p. 299. Trad.: "Addio, Cavallino mio, dove sono nato, dove imparai a chiamare mamma! Addio, o Lecce, dove ho studiato, dove trovai i migliori amici!".
28) SIGISM. CASTROMEDIANO, Prefazione, in PCB, I, pp. 12-13.
29) G.D.D., Li sunetti, vv. 1-14, II, pp. 190-1. Tradu.: "- Beh, l'hai imparata, poi, la poesia? Io so: "Cristo mio, sono Nnicco". "- E tu ora, che pretendi, di dire quello dell'anno passato?" - Che diavolo dici? che pensieri hai? Stasera ti farò vedere che conosco: "Con i sensi fiacchi e smorti ... " - "Se non la impari, non avrai le frittelle" - "E vuoi vedere che te ne dico più di metà?" "Ieri sera mi coricai con le membra fradice e smorte ... " Il bambino recita: "La notte di Natale nacque 'noccio' Signore e fu uba 'fetta'... 'fetta' principale"...
30) E. MONTALE, Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976.
31) Ibid.
32) V. PAGANO, cit. p. 22.
33) G. FERRARI, Saggio sulla poesia popolare in Italia, in Opuscoli politici e letterari, Capolago, Tip. Elvetica, 1852.
34) G.D.D., Dichiarazioni, vv. 1-8 e 17-28, in PCB, I, pp. 73 e 75. Trad.: "Disse Leopardi, che la poesia è come una ragazza che va agghindata: vi anticipo che la ragazza mia indossa vesti di casa e va strappata. E' vestita di robe di cotone, che la mamma mi ha tessuto per lei al telaio: me le dette da quando ero ragazzo e ora, a vent'anni, le ho cucite per lei... Abito non fa monaco - è antico proverbio; e presento la mia ragazza, a voi, amici miei, perchè ci stiate un poco in compagnia. Volete che vi anticipi com'è? Allegra di cuore come siamo noi, dice bene dove ce n'è, a chi meriti male, (dice) male e di più. Mi siete amici: e solo che pensiate che è una ragazza e che è roba mia, credo che non la maltratterete né la prenderete a calci per la strada".
35) A. VALLONE, L'eccidio otrantino [1480] tra canoni retorici e invenzione narrativa dal XVII secolo ad oggi, in Nuovi studi di storia letteraria napoletana, Napoli, Ferraro, 1982, pp. 139-174.
36) M. CORTI, L'ora di tutti, Milano, Feltrinelli, 1962.
37) F. GABRIELI, Rapsodia salentina in Presso il termine di Solon, Napoli, Bibliopolis, 1981, p. 21.
38 ) A. PEROTTI, Un poeta quasi nostro, in "Corriere della Puglia", Bari, 17-XI-1909.
39) O. LEONE, Per un poeta nostro, in "Corriere Meridionale", Lecce, 30-XII-1909.
40) P. PALUMBO, Una pagina di vita leccese, in Lecce vecchia, Lecce, Centro Studi Salentini, 1975 (1a ediz., 1912), pp. 23-30.
41) G.D.D., Nfiernu, Cantu I, vv. 1-20, in PCB, I, pp. 157-58. Trad.: "Quando Pietru Lau morì, era un giovedì di prima mattina, ma gira e rigira, arrivò dinanzi al diavolo quasi a mezzogiorno. Dopo aver bussato al portone, uscì il portinaio dell'inferno e gli disse: "Il capo è seduto a tavola e devi aspettare, figlio mio". Egli portava una spuntatura di sigaro, riempi la pipa e se la accese; stanco del cammino, si sedette su una pietra di fronte al portone. Si sentiva un odore di polpette da farti cadere a terra veramente! Egli poveretto, che di certo non assaggiava il pane da due giorni, cominciò: Ohimé! Questa è la prima tortura, l'odore ti stuzzica ma non puoi provare! Vorrei sapere che cosa ho fatto a Cristo, quali sono stati i peccati miei!".
42) G.D.D., Nfiernu, Cantu V, vv. 29-44, in PCB, I, pp. 181-2. Trad.: "E quella notte scapparono. Come? Come? Belli, la libertà ne fa tante! Uno piccolo così, diventa un uomo, ogni giovane così un gigante; non c'è ostacolo, niente! Un muro si salta meglio di una siepe; un uomo è malandato da non volere niente, viene la libertà e gli mette le ali; uno scemo diventa un uomo di giudizio, ogni porta di ferro diventa di cartone, la catena un filo di cotone, un buco si fa grande come un portone".
43) G.D.D., Purgatoriu. Cantu I, vv. 1-32, in PCB, I, pp. 185-6. Trad.: "Pietro Lau non appena albeggia lasciò i compagni nel Limbo e lemme lemme, ma risoluto, si infilò nel Purgatorio. Camminando pensava: "Il Padreterno alcune cose le ha fatte storte! Lui creò il peccato e creò l'inferno, fece l'uomo debole e lo volle forte. Un giorno gli venne l'estro e ti creò l'uomo con la donna. Chi glielo disse? Nessuno! Li creò senza ce ne fosse necessità. Fa l'uomo sovrano assoluto di tutto e gli proibisce un albero, un frutto ... quell'altro minchione, mezzo goloso se lo va a mangiare... Beh, tutto va a rovescio! L'uomo per mangiare deve zappare la terra, la donna deve partorire con dolore, rinserra le porte del cielo e li fa uscire dal paradiso, riversò sull'umanità tutti i guai, miserie, malattie, fino a che Cristo si mutò in uomo e disse: - Padre, scontala con me! - E se la sconta in modo da farlo morire in croce con due ladri; morto gli fece uscire l'ultima stilla di sangue che gli restava...E'per un fico? Alla fin fine una tirata d'orecchie, sissignore; ma che si imbestialisse o quel modo non è giusto, è cattiveria!".
44) G.D.D., Uerra a mparaisu (Guerra in paradiso), I, Cantu III, vv. 33-38. Trad.: "Benissimo! gridarono. Evviva! Bravo! Questo ha sale in testa! Ai voti, subito! San Pietro Lau si deve fare generale di questa guerra!". "Che generale e generale, santi! - egli rispose loro - qui tra di noi siamo soldati rasi, tutti quanti; chiunque può di più, faccia di più!".
45) G.D.D., Uerra a mparaisu, Cantu IV, vv. 89-100, in PCB, I, pp. 254-5. Trad.: "Quando uno punta la mira su San Michele mentre dava coraggio agli angioletti; prende una pietra grossa così, per tirargliela, mira, gli tira, lo colpisce e pahf! cade come un fico secco! Quando si videro senza generale, gli Angeli suonarono la ritirata volgendo le ali verso il paradiso. Quanto abbraccia la vista, tutto appariva seminato di morti e per l'aria abbrunata si sentiva 'e pianti e inni e delle Parche il canto'".
46) G.D.D., Li martiri d'Otrantu, XI, in PCB, II, p. 23. Trad.: "E le palle cadevano e schiacciavano tetti sfondando i muri più saldi; stroncavano ciò che si trovavano di fronte, dove cadeva una palla, cadevano morti. Morivano: nelle case e nelle strade non si vede altro che morte e terrore; mamme schiacciate con i figlioletti, vecchi, sepolti sotto una parete. Il cannone continua a rimbombare e l'aria ne ripete il rumore e dentro Otranto si sentono alzare gridi e preghiere di chi muore e spera! E la luce scompare piano piano per il fumo che arriva sulle nuvole, mentre in basso, verso Giurdignano, nel suo fuoco il sole tramonta".
47) G.D.D., Li martiri d'Otrantu, XLIII in PCB, II, p. 55. Trad.: "La rabbia di Achmet si accende più forte vedendoli restare così decisi. O fede più potente della morte, quale forza ti fa vacillare? E (Achmet) si contorce, si morde, si danna, si picchia, si abbatte, soffoca, con gli occhi sbarrati dà la condanna a morte. Diventa giallo, digrigna i denti, mentre bestemmia, pesta i piedi, bofonchia. Berlabei (il boia) aggiusta il cippo. Appena afferra per il capo Primaldo, in cielo apparve una luce bianca e una nuvola con mille serafini che cantavano tutti la gloria di Dio e seminavano dal cielo gelsomini, rose, palme, serti di fiori".
48) G.D.D., Tiempu doppu (Tempo dopo), vv. 289-300, in PCB, I, p. 275. Trad.: "Vedi quando ero nelle mani del Signore, bene bene davvero non si stava, ma non c'erano poi tante chiacchiere, non succedeva una cosa come adesso! Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia e non sa che cosa trova".
E così sospirando se ne andò. Il Padreterno mentre lo guardava, mi strizzò l'occhio: - "Bello mio, mi disse dopo, li stavo aspettando qui. Che cosa può mai venire di buono dentro una casa dove non c'è il padre?".
49) G.D.D., Tiempu doppu, vv. 331-342, in PCB, I, p. 227. Trad.: "Se non c'è il padre che tenga la sferza con cui prenda i figli sbalestrati, la casa è sempre piena di litigi, non stanno un momento tranquilli. Ci vuole uno che comandi, qui è il punto, deve venire di nuovo il Padreterno! ". Lui intanto stava lì. Io, appena sentii queste cose, mi accordai con certi altri. Per farla breve: mi misi d'impegno e la mattina stessa combinai. Che festa! Lo prendemmo con le bande musicali e a braccia lo sedemmo sul trono".
50) G.D.D., La criazzione de l'omu, vv. 11-36, in PCB, II, pp. 65-7. Trad.: "E' bello - disse - Mi sono immortalato! Ma il mio disegno non è completo". Se gli fossi stato a fianco, alla larga! Ve lo dico chiaro, lo avrei sconsigliato. Gli avrei detto: Padreterno, signoria (vos) non ti sei comportato molto bene; il mondo che ti sei fatto in un momento, credo che basti per divertimento. Perchè diavolo mi devi creare gli uomini? perchè? perchè ti diano piaceri? Ma un giorno ti troverai pentito di esserti fatto venire in testa questo pensiero! Ma insomma, noi ci troviamo qui in questa terra per causa sua e ci tocca restarci. Andato in campagna, dopo aver ammonticchiato la terra, prese gli otri; vi versò acqua da una vasca dopo essersi fatta una bella sudata. Contento perchè gli era venuto in mente questo pensiero, cominciò con la zappa a fare un impasto. Si rimboccò le maniche e da quel fango cominciò a impastare un pupazzo grande: una figura simpatica, panciuta, alta, bella di viso, normale ... Dopo che l'ebbe finito, gli soffiò sopra: "Tu sei Rotschild" disse e lo lasciò. Prende di nuovo fango e ne fa un altro pupazzo, bello, inamidato. Lo finisce, lo accarezza e poi gli dice: "Tu sei Torlonia". E tutto affaccendato ne impasta un altro e disse: "E' Tamburrini". Ne finisce un altro e lo chiamò Martini. Ma facendo pupazzi s'era annoiato, per l'eccessivo lavoro affannava. Figuratevi come si era stancato! E poi a digiuno, che ti credi! ... Quando, prese il fango, lo gettava in aria e: "Alè! Facciamo uomini!" gridava".
51) G.D.D., L'amore de na vergine, Cantu IV, vv. 17-32, II, 151. Trad.: "Faccia di pero! mandorla fiorita! pianta di rosa mia! mela granata! profumo d'incenso! fragola saporita! piuma d'argento! orto sigillato! colonna d'oro! dattero fiorito! spiga di grano! pianta primaticcia! Il cuore è assetato di tuoi baci, giglio mio imperlato! ramoscello d'ulivo! Dammelo un bacio! un altro! un altro ora ... ! Tirami dal petto l'anima ... consumami tutto tra le tue braccia, torcia mia accesa! pianta di palma! E lui se la baciava! In cielo le nuvole si videro poco poco scostare: all'improvviso uscì fuori il Sole, li coprì di luce e cominciò a cantare:.".
52) G.D.D., Lu surdatu (il soldato), II, pp. 215-6. Trad.: "Il cappello alla smargiassa, il sigaro acceso, non c'è chi gli sia pari perché è tornato dal servizio di leva. E ne spara fesserie! Ed è mancato trenta mesi! Quanto vorrei che lo sentiste per creparvi dalle risate! Vi racconto solamente, tra le tante belle cose, quel che andò a fare a suo padre la sera che arrivò. Appena arrivato a casa, suo padre si gettò per abbracciarlo, e lui intostato, rimbambito: "Tu, chi siete?" domandò. "Come, ohimé, non mi conosci per quanto bene ti ho fatto? Sono tuo padre!". "Mica no, mi non ti conosco affatto!".
53) G. SCARFOGLIO, Prime battaglie. Polemica. Lecce, Bortone e Miccoli, 1911, p. 92.
54) N.G. DE DONNO, Dieci sonetti in dialetto magliese e una nota sulla cultura popolare, in Note e documenti di Storia e Cultura Salentina, Maglie, Società di Storia Patria per la Puglia, 1976, p. 139.
55) R. BUJA, Per un'edizione completa e critica delle poesie di G. De Dominicis, in "Rassegna Salentina", A. V, n. 1, gennaio 1980.
56) W. DELLA MONICA, I dialetti e l'Italia, Milano, Pan, p. 3.
57) M.P. SIPALA, Memoria lirica e condizione dialettale, in AA.VV., Culture regionali e letteratura nazionale, Bari, Adriatica, 1973, p. 396.
58) G. BUFALINO, Museo d'ombre, Palermo, Sellerio, 1982, p. 65.


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