Quando il grido non muore in gola

La Puglia e i suoi poeti dialettali




Giacinto Spagnoletti



Chiunque consideri un po' perplesso l'attuale fioritura della poesia dialettale, che già allinea i suoi piccoli classici, proprio quando i dialetti tendono a sparire sulle bocche dei parlanti, con ogni probabilità penserà a un paradosso. E in effetti si tratta di un paradosso. Da una parte Marin, Noventa, Pierro, Buttitta, Loi, e i nostri grandi dialettali (Pietro Gatti e Nicola G. De Donno); dall'altra il parlottìo paesano che ha ormai i giorni contati, e quella leggera patina che ogni regione lascia trascorrere sulla lingua nazionale. Più che altro si tratta di accenti, di cadenze. Tuttavia la letteratura non è nuova a questi strani miracoli, conosce queste estreme difese, tanto vero che lungo il corso dei secoli il dialetto usato dai letterati ha proceduto parallelamente agli eventi della letteratura nazionale. Basta ricordarsi del Basile, del Meli, del Belli e del Porta. Oggi la rivincita del dialetto in poesia si deve alle risorse che esso ha ancora a disposizione, rispetto a I l'appiattimento determinato dai mass media nella lingua d'uso. Non c'è dunque che da rallegrarsi se il dialetto viva una seconda vita. Altro motivo di soddisfazione: pur attingendo motivi alla poesia popolare, i poeti in dialetto non hanno mai sconfinato da una colta e raffinata letterarietà. Insomma il dialetto in poesia non si è mai identificato con la vera e propria poesia popolare. Anzi, muovendo a scacchiera in ogni parte d'Italia, e perciò anche in Puglia, è sembrato più volte che riuscisse a profittare delle mode trionfanti (come il marinismo nel Seicento, e l'Arcadia nel Settecento), per ridar fiato a strumenti espressivi divenuti logori.
Fu il Croce a mettere in evidenza giustamente questo fenomeno, in un saggio divenuto poi famoso, contenuto nel volume Uomini e cose della vecchia Italia (1927): "La letteratura dialettale riflessa, la sua origine del Seicento e il suo ufficio storico". Osservava il grande critico e filosofo: "Il movente effettivo, o il movente principale, della letteratura dialettale riflessa non che essere l'eversione e la sostituzione della letteratura nazionale, era, per contrario, l'integrazione di questa, la quale le stava dinanzi, non come un nemico ma come un modello" (1).
La Puglia non iniziò questo cammino nel Seicento. In quei secolo pochi ricordavano il prestigio di quello che Dante ricorda nel De Vulgari Eloquentia come il volgare "pugliese", che si estendeva fuori dai confini della regione, sublimandosi in lingua aulica e cortese nei poeti della scuola siciliana. Nella poesia valgono assai meno che per la prosa erudita, per i sermoni, gli atti municipali, le esperienze in latino, che trovavano il loro centro nelle accademie, dove si coltivava una letteratura dotta, circoscritta a gruppi culturali ben precisi. Non sono poche le accademie che ebbero vita, sull'esempio di quelle napoletane, a Lecce (Acc. dei Trasformati), a Bari (Le Accad. del Pigri e dei Coraggiosi, degli Erranti e degli Incogniti), a Bitonto (Accad. degli Infiammati), a Gravina (Accad. dei Famelici), a Monopoli (Accad. del Venturieri), senza contare quelle di Taranto, di Nardò, di Venosa, destinate nell'Ottocento e nel nostro secolo "a cedere il luogo alle Reali Società Economiche ed alle Società di Storia Patri" (2) (M. Dell'Aquila).
Diamoci delle spiegazioni fuori da un generico sguardo d'insieme. Il ritardo che accusiamo nella nascita della nostra poesia dialettale ha delle ragioni insite nella natura e nella specificità delle varie parlate. Se si vuoi tracciare, almeno per momenti sommari, un quadro della poesia pugliese in dialetto, il primo dato importante che viene in evidenza è la sua "varietà", risultato di divisioni etniche e storiche fra le varie parti della regione, di antica origine. "Non erano italici, come nel sud occidentale, gli abitanti della Puglia anteriori alla conquista grecoromanci", scrive M. Corti, "ma Messapi, cioè di origine illirico-veneta; vari studi antropologici e linguistici hanno provato come la civiltà messapica avesse caratteristiche originali e di avanzato sviluppo e soprattutto una forte capacità di lavoro. Nel Salento, al sostrato messapico si deve aggiungere, come per il sud della Calabria, la colonizzazione greca, alla quale i salentini amano far risalire un certo prestigio culturale e artistico che li distingue ai restanti pugliesi. La situazione di area laterale, quindi marginale, dell'intera Puglia non solo durante l'occupazione romana, ma anche in epoca moderna, ha contribuito certo a conferire alla Puglia una fisionomia inconfondibile" (3).
Questa mancanza di unità culturale della regione, per la quale si può parlare di "baresità" e di "salentinità" come di due poli a sé stanti, a parte le altre frange, destinate a non fondersi tra loro in unità etnico-linguistica, è alla base naturalmente della notevole diversità dei dialetti, a differenza di altre aree italiane, storicamente più unite, quali la Sicilia, la Toscana, il Veneto, la Lombardia, dove le varie parlate presentano notevoli affinità. Inoltre, attraverso i suoi dialetti la Puglia dà l'immagine della separazione determinata dal latifondo e dalle distanze che hanno impedito l'unificazione in gruppi omogenei linguisticamente e culturalmente. Pur tenendoci lontani da questioni economiche e sociali, queste hanno pur qualche diritto di essere considerate, quando si parla di dialetti. Secondo O. Parlangeli, infatti, non si dovrebbe parlare di una, ma di più Puglie. Così anche dai punto di vista delle parlate, questa terra non è percorsa da un filo unico dal nord al sud. i tarantini non comprendono i dialetti che si parlano a pochi chilometri di distanza, a Manduria o a Martina Franca che fanno parte della loro provincia. E il fenomeno si ripete nella Puglia adriatica, la più vessata dalle invasioni e dalle incursioni. Ma nella Puglia ionica le differenze sono più vistose, considerata la forte influenza greca; sicché l'area tarantina è più vicina linguisticamente a Metaponto e a quella delle altre città della Magna Grecia.
Ci sono altre considerazioni da aggiungere, per spiegare il ritardo e la relativa modestia, alle origini, dei risultati poetici nei nostri dialetti. Nel trattare degli sviluppi ottocenteschi e novecenteschi di essi, Pier Paolo Pasolini, nel noto saggio che fece da introduzione alla celebre Poesia dialettale del Novecento, poi pubblicato in Passione e ideologia (Milano 1960), stabilì qualche punto di confronto fra i nostri e i poeti della Calabria e della Sardegna -Vincenzo Ammirò e Paolo Mossa - i principali iniziatori nell'una e nell'altra regione dei rispettivi cursus dialettali. Essi per la poesia sono nomi importanti, e formano una tradizione che tarda invece a crearsi in Puglia. Francesco Paolo d'Amelio e Francesco Saverio Abbrescia, il primo salentino, il secondo barese, ad Ottocento inoltrato, non danno che risultati mediocri, secondo Pasolini. Il giudizio diventa più severo, se vogliamo commisurarlo ad un periodo in cui la poesia dialettale "era un'operazione che si potrebbe dire naturale". "Noi, naturalmente, - continua Pasolini - giudichiamo attraverso inevitabili deformazioni, manomettiamo, sia pure senza volerlo, il giusto equilibrio della storia: ma a questa nostra retrodatazione di un 'gusto' siamo in parte autorizzati dai grandi risultati di un Belli e di un Porta, prima, e poi di un Di Giacomo e un Russo, che stanno a dimostrare in quale modo nell'Italia dei primi moti rivoluzionari dal '21 al '48, e poi nell'Italia appena unificata, si potesse scrivere della poesia dialettale, fuori da ogni polemica, fuori dalla cronaca" (4).
limitiamoci a osservare che non si tratta solo, nel caso della poesia in dialetto pugliese, di un ritardo naturale, bensì di operazioni frammentarie che delimitano un orizzonte angusto, in cui la dialettalità resta allo stato di emarginazione, ridotta al gusto ridanciano di satira di costume d'un ambiente municipale, ad uso e consumo di quelle classi medio-alte che l'hanno sempre coltivato. "Ancora nell'Ottocento, l'immagine della Puglia più nota nel Reame era quella della maschera (creata da Giuseppe Tavassi) di don Pancrazio Cucuzziello, detto il Biscegliese, bersaglio preferito di burle e motteggi, una spalla che, parlando un misto di dialetti pugliesi, perseguitata dai guai, derisa, abbindolata, derubata, protetta invano da Tartaglia e inutilmente difesa da Pulcinella, era il simbolo del provinciale sprovveduto, fonte di risate per i privilegiati abitanti della capitale, frequentatori del 'San Carlino'. Ai quali, ormai, veniva meno una visione realistica della storia" (5) (A. Bello).
Il fatto più grave da registrare, nell'Ottocento dialettale pugliese, è la mancanza di quello spirito di protesta e di denuncia derivata da secolari sopraffazioni, che dà un sapore tutto proprio alla poesia calabrese. Analoghi motivi (l'arretratezza culturale, le angherie fiscali, l'amara condizione dei contadini, il rigido rapporto tra le classi, ecc.) esistevano anche in Puglia, dove la cultura della miseria era l'unico fattore unificante. Ma non si ebbero che risultati irrisori nella poesia, non tali comunque da venir segnalati.
La rivoluzione romantica, come ogni altro fenomeno innovativo avvenuto in passato, giunse col dovuto ritardo (di decenni) nelle terre del Salento, dove la cultura locale contava buone istituzioni culturali di carattere accademico e scolastico. Fin dai secoli precedenti, col Barocco e con l'Arcadia, Lecce aveva rafforzato il suo prestigio rispetto alle città dell'intera regione. Così pure fu dell'espansione del dialetto nei centri più evoluti del Salento, come Galatina, Maglie, Gallipoli, Otranto: una tradizione che alcuni studiosi fanno risalire al 1832, anno di pubblicazione delle Puesei a lingua leccese ("Poesie in lingua leccese") di Francesco Antonio D'Amelio (1775-1861), impiegato all'intendenza della sua città. "In realtà - scrive M. Marti - questo comporta, forse già di per sé, una sorta di freschezza stilistica, connessa alla novità [ ... ]. Per un verso egli ha le lentezze e i languori del tardissimo arcade, e degli arcadi prosegue i modi delle poesie d'occasione; e per altro verso si apre una certa sensibilità romantica in qualche modo approssimativa e impacciata, anche in relazione agli avvenimenti della sua vita e a un certo candore religioso di carattere domestico e rituale" (6):

Passa e spassa aggiu sciaccatu
cchiù de quiddrhi ci anu ncaccia;
lu farcune stae nserratu,
e la beddhra nu se nfaccia.

("Passa e ripassa, mi sono stancato più di quelli che vanno a caccia: il balcone sta chiuso e la bella non si affaccia").

Essenziale al discorso dialettale di D'Amelio èl'accento, quel tono dimesso, colloquiale che egli dà al suo verseggiare, privo di punte realistiche, come di impulsi polemici e satirici: un patrimonio che resterà costante nella lirica dialettale salentina.
Dalla contigua area tarentina nasce di lì a poco, con grazie effusive certamente maggiori, la voce di Emilio Consiglio (1841-1905), del quale l'unico studioso che volle occuparsene nel primo decennio del Novecento, Vito Forleo, raccogliendo le sue Poesie italiane e tarentine (1907), parlò di humour, anzi di "amaritudine del motteggio". Ed è così. Prima di scrivere le sue cose migliori d'intonazione assai diversa, il Consiglio, dietro la maschera di Cataldo Selaride, aveva seguìto talune questioni di politica municipale a base di epigrammi pungenti. Ma non è là che dobbiamo ritrovare il poeta, bensì in certe felici corrispondenze psicologiche con il paesaggio marino: una sorta di ebbrezza che dà nel patetico, con un sottile modo di lamentarsi che attenua le tinte e spegne i gridi, come in talune grandi liriche di Di Giacomo. Se ne vedono i risultati nel dittico "Travagghie de idde" e "Travagghie de iedde", oppure nella bella sequenza in quartine "A feste 'o sciardine di Biamonte" ("La festa nel giardino di Biamonte"), dove vibra un'aria di festa, fra cielo, alberi e mare:

U sole ha pueste rete a li muntagne
cu tante strisce d'ore e di zaffire;
u mare no si muove e no si lagne:
l'arie èsirene, fresche e si rispire.

Sarà ca pi rispett'a li signure
li viente one pigghiate 'nota vie:
stè cante u gridde mmiezz'a li fiure,
ma no cu tuene di malincunie...

("Il sole s'è messo dietro alle montagne con tante strisce d'oro e di zaffiri; il mare non si muove e non si lagna: l'aria è serena, fresca e si respira. Sarà che per rispetto ai signori i venti hanno preso un altra strada; sta cantando il grillo in mezzo ai fiori ma non con tono di malinconia") (Traduz. di P. Mandrillo).

Nell'ultimo decennio dell'Ottocento il Salento esprime la figura singolare di Giuseppe De Dominicis, che fu buon traduttore in dialetto della grande poesia straniera del secolo scorso, e cantore della vita contemporanea leccese. Visse a Lecce dal 1869 al 1905; e gli aspetti caratteristici della sua città trasferì in un'opera fra balzana e satirica, Canti de l'autra vita, in saporose quartine divenute presto popolari nell'ambito cittadino. Morto a soli trentasei anni, il De Dominicis, che amò soprannominarsi Capitan Black, attende ancora oggi chi ne rivaluti le doti, non solo nell'ambito della satira di costume ma in quello dell'evocazione storica. E si tratta di un poemetto dedicato ai "Martiri d'Otranto", un episodio vibrante della storia salentina, rivissuto più tardi dalla fantasia di M. Corti, N. De Donno e C. Bene, in modi letterari diversi, lontani tutti dalla drammatica allure popolaresca di Capitan Black.
Francesco Saverio Abbrescia (Bari, 1813-1852) è il primo che conti nella tradizione, pur essa recente, del dialetto barese. Canonico di spiriti liberali (per la sua partecipazione ai moti del '48 e alla Dieta di Bari, venne processato e privato dell'insegnamento) non fu il solo ecclesiastico meridionale a unirsi ai patrioti di quell'epoca. Ebbe anche, come altri poeti dialettali, il gusto di rappresentare "senza falsi sentimentalismi, rasentando irriverenze e oscenità" (M. Dell'Aquila) il mondo popolare. Il suo spirito polemico lo portò a caratterizzazioni d'un certo estro, come l'avvocatesca denunzia dell'avarizia nel capitolo "Au serare" ("AIl'usuraio"). Accenti di generica denunzia non mancarono alla vena disinvolta di Davide Lopez (Bari, 1867-1957), nella quale si ritrovano, trasferiti nell'aspro dialetto barese, temi che erano di moda nella poesia napoletana, anche la maggiore, dal Di Giacomo al Russo, senza però il magistero linguistico di questi, espressione di ben altra civiltà letteraria.
Il cantore più ispirato della sua città è indubbiamente Antonio Nitti (Bari, 1886-1951), vissuto nella stagione verista e crepuscolare fra Otto e Novecento, durante quel momento effusivo e sentimentale che si manifestò in tutti i dialetti della penisola, dietro l'esempio del Pascoli e del Di Giacomo. Pasolini, che lo accolse nella sua Antologia della poesia dialettale del Novecento, unico fra tutti i poeti pugliesi, nota che egli "pur provenendo dalla tradizione locale appartenga già a una nuova generazione, in cui è andato totalmente o quasi perduto il ricordo delle Puglie barboniche" (7). Occasione, questa, per il Nitti di inserirsi nel coro nazionale, ma anche per ricordarci il gusto paesaggistico e macchiettistico che è costante nella lirica in dialetto del Mezzogiorno. Il teatro della sua osservazione è Bari, vista con il taglio virtuosistico dei digiacomiani a cui non manchino vivaci doti di rappresentazione. E lo si nota in questo delicato pastello di "A vespre" ("AI vespro"):

Come se strenge u core
acchiamendanne u mare
a l'ore c'au marnare
ascenne a pezzecà;

acquanne drete a Specchie
u vespre, chiane chiane,
se stenne e va lendane
la lusce a termedà;

a l'ore ca se tenge
de fuoche San Catalde,
quanne sparsece u ccalde
nand'a l'Avemarì.

A june a june tanne,
le pene e le dulure,
le larme e le pendure
te pare de sendì.

("Come si stringe il cuore guardando il mare nell'ora in cui il marinaio scende a pescare; quando dietro lo Specchio il vespro, pian piano, si stende e va a tormentare lontano la luce; nell'ora in cui si tinge di fuoco San Cataldo, quando scompare il calore davanti all'Avemaria. A uno a uno i dolori e le pene, le lacrime e le punture ti sembra allora di sentire") (Traduz. di P.P. Pasolini).

Rapido e commosso, nella lirica di Nitti domina il paesaggio, che quando manca fa scadere le sue qualità a semplice e più modesta obbedienza realistica, con quelle piccole regole che il galateo lessicale dei dialetti ha fissato da sempre.
Nei dialetti della Capitanata, l'ultimo poeta, per così dire, tradizionale è Francesco Paolo Borazio (San Marco in Lamis, 1918-1953), che esercitò vari mestieri (fu spaccapietre, imbianchino, e anche pittore a olio). Trent'anni dopo la sua morte, fu tratto dall'inedito un suo poema in sestine, Lu trajone, scritto in dialetto garganico, con intenti eroicomici oggi assolutamente desueti. Si tratta di una favola che registra all'interno d'una tradizione orale (il gusto del cantastorie) varie allusioni alla vita dell'autore e del suo paese. E il paese ritorna nei poemetti e liriche de La preta favedda ("L'eco"), ora con ilare e disincantata aggressività, ora sotto il profilo d'una bonaria saggezza popolare, che la parlata locale mette a segno con indubbia bravura.
Quando si passa alle esperienze più recenti del dialetto pugliese in poesia, che man mano raggiungono punte d'eccezione, non si può più parlare di tradizione, ma di dilatazione o espansione tematica e di affinamento tecnico, derivato da una decisa autonomia del linguaggio letterario. Così accade al dialetto di Giacomo Strizzi, a quello di Pietro Gatti e di Nicola De Donno, ciascuno ricavato da un ambito preciso (come accadrà ai più giovani lino Angiuli e Francesco Granatiero), poi decisamente vòlto a una cifra personale d'espressione. E' il rivolgimento di grande peso letterario a cui abbiamo accennato all'inizio, quella rivincita del dialetto sulla lingua nazionale che, in certi casi, va a coprire un vuoto di secoli (con l'eccezione di Napoli, Sicilia, nel Mezzogiorno; Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, nel Settentrione); in altri invece è la singolare reazione di una personalità che solo in una piccola "patria" linguistica trova di che portarsi al livello della poesia nazionale. E i nomi, come sappiamo, sono famosi: da Pierro a Marin.
I segni di questa maturazione espressiva non mancano in Puglia e si avvertono specialmente nella seconda parte del Novecento, quando l'evoluzione della lirica italiana ha già una sua fisionomia compiuto e un alto valore esemplativo. Se si può dare un giudizio d'insieme a esperienze fra loro molto dissimili, diremo che nessuno degli autori ora citati (e specialmente i maggiori) rivela un modello specifico,- ma su tutti il travaglio della lirica contemporanea ha impresso orme e statuti che sarebbe superfluo mettere in evidenza, dal momento che i nomi sono quelli di Ungaretti, Saba, Montale, Quasimodo, ecc. Senza dimenticare che il rapporto con il Pascoli non èvenuto mai meno.
Il più vecchio, e già scomparso, è Giacomo Strizzi (Alberona, Foggia, 1888 - Torino 1961), che si servì del suo dialetto d'origine per scandire le sue semplici riflessioni poetiche in quadretti di vita agreste, che non esprimono la pena del lavoro, ma solo un delicato gusto della campagna, goduta nell'interezza dei suoi tanti particolari ad ogni ora del giorno. Più d'ogni spiegazione può essere eloquente la lettura di "A cunigghière" ("La conigliera"):

Pare na conigghière
a casa de cummare
Bundanzie, a palettére:

tre cìtele rampèjene
nda nache; tre zurlèjene
p'u cane 'm bocc'a pòrte;

duie fanne a mucciarèdde
sott'o Iétte; e Bundanzie,
sempre p'u beniamine

'pezzecate a vunnèdde,
truttéire p'a trippa 'nnanze.

("Pare una conigliera la casa di comare Abbondanza, la panettiera: tre bimbi dimenano le manine nella culla; tre ruzzano col cane sull'uscio; due giocano a caponascondere sotto il letto; e Abbondanza, sempre col beniamino appiccicato alle gonnelle, trotta 'per la casa' col ventre gonfio avanti") (Trad. dell'autore).

Le scaltre sonorità del dialetto di Strizzi disegnano alla fine un mondo limitato a pochi e sicuri affetti, e a consonanze con la natura di cui si avverte la presenza soprattutto negli animali. Avrebbe potuto nascere un nuovo spirito arcadico, ma Strizzi seppe evitarlo mantenendosi in senso largo dentro l'orbita del Pascoli di Myricae.
Il nome e l'opera di Pietro Gatti (Bari, 1913) ci conducono a Ceglie Messapico (Brindisi), il cui dialetto, pur compreso nell'area salentina, ne ha perduto vari caratteri, o, come egli dice, è diventato parte di un'enclave, "una colonia superstite di taluno dei rudi rustici ceppi delle popolazioni sannitiche" (8). Di questa terra Gatti, cominciando a scrivere ad età avanzata (il primo volumetto, Nu vecchju diarie d'amore, venne pubblicato nel 1973, quando egli aveva sessant'anni), ha voluto "celebrare" ogni aspetto lieto e tragico, col proposito sempre taciuto di elevarla a parte integrale dell'uomo, della sua fatica costante, dei suoi bisogni elementari, delle sue memorie familiari: un connubio che di idillico e georgico non conserva che poche tracce, quelle insopprimibili, chiedendo al contrario per essere "fissato" la presenza dello sguardo, dell'orecchio, vicini al flusso esistenziale delle persone, degli animali, delle cose. Ed ecco allora in questa poesia (A terra meje, 1976; Memorie d'aiere e dde iosce, 1982; 'Nguna vite, 1984) il bisogno di andare alle radici, di scendere nel profondo, un viaggio ctonio compiuto senza spirito d'avventura, dimesso, silenzioso, alla scoperta di molti segreti di cui il cuore non si dò pace.
E sarà ora il canto di un carrettiere che s'incide nella notte serena (un'eco del "canto notturno" leopardiano?), ora la sorpresa, camminando per un tratturo, di un muro ricoperto dai rovi, ora la visione di un camposanto di campagna: colori, voci, odori che non si sovrappongono formando al contrario una catena di segnali, una magìa di cui si ignora il principio e la fine - e mascìa èuna parola chiave nelle liriche di Gatti -; forme che avanzano o si dissolvono dopo la prima apparizione, "no vrettìscene de vite" - una vertigine di vita - che potrebbe soffocare ogni altra presenza. "Sonde de terre le penziere mije" - sono di terra i pensieri miei - riconosce il poeta, mischiando parole e polvere, che porterà poi con sé nell'ombra della casa, stordito e pacificato.
La poesia di Gatti procede per lasse, lunghi periodi musicali che si dispiegano per dilatazione da verso a verso, accompagnando quelle sorprese incantevoli, quei riconoscimenti dolorosi: un fascinoso giuoco di suoni e assonanze in cui si riflette la contemplazione di tanta mascìa. Perché è nella sua voce che il poeta vorrebbe poter raccogliere l'orfico richiamo delle piante, degli animali, mischiato a tutti i sordi rumori della terra, ai fruscii, ai silenzi intercorrenti. Si direbbe che questo concerto, ogni volta tentatore, rechi in sé qualcosa di mistico, ma è proprio alla sua insorgenza che Gatti non fa caso. Il suo orecchio non sta in ascolto di messaggi e la sua mente non va in cerca di simboli; né egli sente il bisogno di colmare qualche vuoto dell'anima. Quei bollichìo della vita (cudu vugghje d'a vite, di cui parla una sua poesia) gli basta per evitare ogni spiegazione che si potrebbe dare religiosamente; serve a conoscere solo più da vicino i motivi peculiari dell'esistenza e anche i suoi limiti.
L'ansia religiosa di Gatti, che una delle sue raccolte più cospicue, Memorie d'ajere i dde josce, rivela sapientemente, sembra uno stimolo, mai un affanno, a riandare con la mente a fantasiosi segreti della natura, ad affacciarsi al mistero della morte, ad avvertire commossa la presenza dei vivi (tutti i personaggi della sua poesia formano una sola famiglia), lasciando da parte il delirio della Storia, la vicinanza e la violenza degli avvenimenti. Ed è per questo, forse, che molti canti di Gatti rischiano di tramutarsi in messaggi accorati pronunciati a voce bassa, a difendere il suo credo animistico. E d'altra parte questa è l'unica risposta che egli si dà nell'ultima raccolta, 'Nguna vite ("Qualche vita") definita dai curatori uno "Spoon river italo-meridionale": "Sonde nu picca d'àneme sultande/ i dde core, ca sèteche na piste" ("Sono un poco di anima soltanto e di cuore, che segue una pesta").
Qual è, considerando solo la tematica, l'aspetto che differenzia la poesia di Gatti da quella di Pierro? Entrambi, indubbiamente, hanno avvertito la vicinanza della terra come un insieme di elementi orfici, difficilmente decifrabili; ma in Gatti non s'accende mai la nota nostalgica, il nero fuoco dei ricordi d'infanzia che nella poesia di Pierro dà tocchi lugubri. E in più il risultato di questo lungo viaggio a ritroso nell'intimità terrestre non ha in lui nulla di disperato, finisce sempre in elegia.
Un'accorta esegesi potrebbe mettere a confronto - come è stato già fatto da M. Marti -la "terra" di Gatti al "paese" di De Donno. L'una, espansa e perfino astorica, immateriale, sfiorata da immedicabili tormenti spirituali, l'altro un microcosmo dai numerosi risvolti d'attualità, uno scenario tumultuoso di passioni umane che, conclusa la loro paradossale vicenda, sembrano viste da lontano, additate come spettacolo, da una voce di moralista che abbia ottenuto il dono di ricordarsi di tutto: della storia dei singoli, della vita di un intero paese.
Il dettato di Nicola G. De Donno non poteva svilupparsi - dati i precedenti umanistici dell'autore (nato a Maglie nel 1920, ma laureatosi alla Normale di Pisci) se non attraverso modelli ideali. E quello da lui scelto, il Belli, gli è parso poter ancora incarnarsi quale voce giudicante nel fitto intrecciarsi degli interessi umani, non ultimi gli interessi politici. La maggior parte dei suoi sonetti (e ricordiamo le principali raccolte: Cronache e paràbbule, 1972; Paese, 1979; Mumenti e ttrumenti, 1986) nascono come scommessa di un intellettuale che si è trovato a far da testimone: una condizione analoga a quella del grande poeta romanesco. Di quest'ultimo conservano il ritmo intenso, la clausola mordente, e sono dedicati a personaggi reali o immaginari, dal senatore al fiscolaro, dal miliardario al seminarista, la cui vita però non è seguìta nel frastuono cittadino o paesano, bensì sembra apparire come proiettata da una lanterna magica sul bianco di un muro. Ciò che si vede ha il guizzo d'una apparizione illusionistica e insieme l'evidenza di qualcosa che "c'è stato". Alcuni abitanti di questo paese parlano di un episodio saliente della propria vita, da "epitaffi" (9) nei quali nessuno si mostra pentito o in colpa: la vita si ripete nell'aldilà tale e quale. De Donno aggiunge di suo il piacere, naturalmente ironico, di "non" partecipare. E' raro che i suoi sonetti si caratterizzino per una trovata comica, per uno sberleffo, o altro di caustico com'è nella tradizione satirica e nello stesso Belli. Più che personaggi, questi "epitaffi" ci disegnano dei caratteri, che si esprimono secondo una tipologia particolare. E ciò che li unisce è un dialetto, una parlata domestica, talvolta regolata da sottigliezze causidiche. E' il dialetto puro salentino, quello di Maglie, che l'autore in un "a parte" ci indica anche come "catina de bbarcune ca ne ttacca, / mente e carne, e stu pizzu de biccocca / de paese perdutu, ca lu scacca / lu sule e lli rrifiata bboccabbona / distini chiusi come ciralacca" ("catena di barcone che ci lega, mente e carne, a quest'angolo di bicocca di paese perduto, che il sole percuote e gli respira bocca a bocca destini chiusi come ceralacca").
Dunque destini, che ogni carattere reca in sé per costituzione. Chi parla di destino non può avere che una visione pessimistica della vita. Così De Donno che, prendendo atto della nascita del "suo" paese, con le case degli uomini, i sindaci, le chiese, conclude: "jeu parlu e pparlo, e Iloru persuvase /rrèstane, ca lu ciucciu lu carrese / sana a Ila varda, e òutru nu Ili trase" ("io parlo e parlo, e loro persuase restano, che l'asino sano il garrese sotto il basto, e altro non gli entra in testa"). Egli, infatti, non ha parlato di qualcuno in particolare, ma di quanti sono fatti in un certo modo. Un giuoco letterario? Si direbbe piuttosto il frutto di una lunga riflessione sulla condizione umana, trasferita in un paese, peggiorata dalle abitudini e dai suoi vizi, ma non per questo meno rispondente all'idea dell'uomo.
Di fronte a questa irreparabile condizione di fatto, non è meno evidenziata, nei sonetti di De Donno, la violenza della natura, un sole, un'estate che stende "a tradimento" il paese che senza resistere si lascia piantare nella sua nuca una bandiera di stoppie. E' l'immagine prevalente di "Friscura d'acque", una delle numerose poesie dove all'impatto umano subentra quello fisico di una realtà da sempre minacciosa. Ad esse l'autore ha dato una spinta fantastica che di per sé è sconvolgente, con invenzioni lessicali, ritmiche, e di immagini, mescolando ricordi e speranze, furori e abbattimenti che rimandano alla sua vita.
E' stato De Donno qualche anno fa a rivelare l'intensa vena eticoreligiosa di Erminio Giulio Caputo (Campobasso, 1921), un poeta di formazione autonoma che affida al dialetto salentino le sue ansie e le sue traversie spirituali aperte ai più drammatici interrogativi. Non senza motivo, "speciale rilievo" ha nella sua poesia - scrive De Donno nel l'introduzione a La chesùra (1980) - "la posta passiva dell'emigrazione, tragedia devastante in ogni suo aspetto umano e sociale, strettamente collegata con l'altra dello scoramento e della disoccupazione dei giovani". Ma, a parte i contenuti, è il tono accorato, l'appassionata scansione dei suoi versi a restituirci la fisionomia di questo poeta, sfuggito alla considerazione di vari critici e antologisti, pur in un periodo di grande attenzione ai fermenti della poesia dialettale. Ecco un tratto del paesaggio della campagna salentina da lui rappresentato:

Rìtanu jùtu
le razze desperate de le ulìe
ca lu faùgnu junduliascia e pàrenu
li nanni nesci,
li nanni de li nanni ca la carne
qua subbra se squartàra
beèndu l'acqua mara de li puzzi,
calmandu a stientu
la fame ntica.

("La chesùra")

("Gridano aiuto le braccia disperate degli ulivi che agita il favonio e sembrano i nostri nonni, i nonni dei nonni che la carne qui sopra si lacerano bevendo l'acqua amara dei pozzi, calmando la fame antica").

In "Sta terra", echeggia lo strazio nostalgico dell'emigrante, che casi la ricorda:

terra de stracchi silenzi
de suènni prufunni
ca nu còniuga verbi allu futuru.

("terra di stracchi silenzi di sonni profondi che non coniuga verbi al futuro").

Dei due poeti più giovani, Angiuli e Granatiero (l'uno nato a Valenzano, Bari, nel 1946, l'altro a Mattinata, Foggia, nel 1949), si attende - dopo varie prove felici - quel momento conclusivo in cui la loro poesia, proveniente da due diverse aree pugliesi, possa risultare un'esperienza compiuta. Entrambi, ma il primo in particolare per la sua poesia in lingua, hanno avvertito il richiamo alle proprie radici, e il dialetto risponde a una tale esigenza vivificandosi nel cuore di una civiltà contadina, quella pugliese, dai mille risvolti mitici e rituali. L'incontro di Angiuli con il dialetto di Valenzano risale ai primi anni Sessanta, e ha dato frutti considerevoli in June la lune (1979) e nella bella sequenza E àrue dei crestiene ("L'albero dei cristiani"), apparsa nella rivista "Il Belpaese" (1985). "L'ironia", come è stato detto, diventa in lui "correttivo della pena e dell'elegia" (10) (A. Motta). Per Granatiero, invece, vale "lo scavo di un dialetto arcaico, ritrovato per forza di studio e di memoria nella parola morta" (11) (G. Tesio). Esso lo rende partecipe della memoria contadina, come alternativa alla solitudine e al vuoto provocato dalla lontananza.


Note
1) Cfr. Uomini e cose della vecchia Italia, Bari 1927.
2) Cfr. La letteratura dialettale in Italia, v. II, Paler mo 1984.
3) Amare contee, a cura di A. Bello, Rimini 1985.
4) Cfr. Passione e ideologia, Milano 1960.
5) Amare contee, cit.
6) Cfr. La letteratura dialettale in Italia, v. II, cit.
7) Passione e ideologia, cit.
8) Cfr. A terra meje, Fasano di Puglia 1976.
9) Pitaffi è una sezione del vol. Paese, Cavallino di Lecce 1979.
10) Prefaz. a June la luna, Fasano di Puglia 1979.
11) "Diverse lingue", a.I., n. 2, ott. 1986.

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

ANTOLOGIE
P. Sorrenti, La Puglia e i suoi poeti dialettali, Bari 1962;
T. Giuttari - L. Grande, Cento e passa poeti dialettali, Milano 1973;
A. Motta - C.A. Augeri, Oltre Eboli. La poesia, Manduria 1979, v. 1°; R.
Nigro - D. Giancane, Poeti della Puglia, Forlì 1979.

STUDI DI CARATTERE GENERALE
M. Melillo, Lingua e società in Capitanata, Napoli-Foggia 1966; id., I dialetti di Puglia, Roma 1970;

M. Sansone, Cultura regionale, in "Lingua e Storia in PugIia", Siponto (Manfredonia), n. 1, 1974;
AA.VV., "Sulla dialettalità negli scrittori italiani del dopoguerra", Atti del Convegno Nazionale, Lanciano 1970, 1971, 1974; L. Paglia, "Puglia", in Inchiesta sulla poesia, Foggia 1979;
G. De Matteis, "La poesia dialettale della Daunia, in La letteratura dialettale in Italia, a cura di P. Mazzamuto, cit., v. 2°;
M. Dell'Aquila, "La lirica dialettale pugliese e lucana", in La letteratura dialettale in Italia, cit., v. 2;
G. Custodero, Puglia letteraria del Novecento, Ravenna 1982.

PER GLI AUTORI CITATI VEDI:
FRANCESCO A. D'AMELIO. M. Dell'Aquila, Parnaso di Puglia nel '900, Bari 1983.
FRANCESCO S. ABBRESCIA. F.S. Abbrescia, volume commemorativo, a cura di A. Nitti ed altri, Bari 1913; M. Dell'Aquila, Parnaso di Puglia nel '900, cit.
EMILIO CONSIGLIO. V. Forleo, prefaz. a Poesie italiane e tarentine, Taranto 1907. GIUSEPPE DE DOMINICIS. F. D'Elia, prefaz. a Le poesie di Capitano Black, rist. dell'ediz. Lecce 1926, Galatina 1976, vv. 2; M. Marti, "N. De Donno e P. Gatti: per una linea della poesia dialettale salentina", in La letteratura dialettale in Italia, cit. v. 2°.
ANTONIO NITTI. P.P. Pasolini, Introduz. a La poesia dialettale del Novecento, cit.; M. Dell'Aquila, Parnaso di Puglia nel'900, cit.
GIACOMO STRIZZI E. Perrotta, "La Gazzetta del Mezzogiorno", 20 ott. 1958; id. "Il gazzettino Dauno" (Foggia), 18 mag. 1983; C. Serricchio, "La poesia dialettale di G. Strizzi, in "Aspetti letterari" (Napoli), fasc. II-III, 1965; M. Dell'Aquila, Puglia, Brescia 1986.
PIETRO GATTI. M. D'Elia, La poesia dialettale di Pietro Gatti, Galatina 1973; L. De Tommasi, "Il Meridione" (Brindisi), nn. 39-40, 1-8 dic. 1973; F. Lala, "Un poeta cegliese", in "Studi Salentini" (Lecce) nn. XLIX-L 1976; G. Custodero, "Controcronache di Puglia" (Fasano), n. 3, 15 mar. 1977; R. Nigro, "Quaderni del Gruppo Interventi Culturali" (Bari), lu. 1977; D. Valli, "L'Albero", n. 57, 1977; 0. Macrì, ivi, n. 57, 1977; M. Marti, "Notizie dal Salento: la poesia dialettale del cegliese P.G." in Studi in onore di Raffaele Spongano, Bologna 1980; id., "N. De Donno e P. Gatti: per una linea della poesia dialettale salentina", in La letteratura dialettale in Italia, cit., v. 2°; "Il Quaderno di Viaporticella", Omaggio a P. Gatti, (con contributi di M. Marti; D. Valli; V. Biondi; R. Conte, V. Gasparro, R. Santoro, P. Meta).
NICOLA GIUSEPPE DE DONNO. D. Moro, prefaz. a Cronache e paràbbule, Bari 1972; A. Vallone, "Nuova Antologia", apr. 1972; D. Valli, "L'Albero", n. 48, 1972; id., introduz. a Paese, Cavallino di Lecce 1979; E. Panareo, "Salento domani" (Lecce), 31 mar. 1979; N. Carducci, "La Gazzetta del Mezzogiorno", 3 apr. 1979; M. Marti, "Rassegna salentina" (Lecce), mar-apr. 1979; id. "N. De Donno e P. Gatti: per una linea della poesia dialettale salentina", in La letteratura dialettale in Italia, cit., v. 2°; M. Corti, prefaz. a Mumenti e trumenti, Lecce 1986.
FRANCESCO PAOLO BORAZIO. F. Sabatini, prefaz. a Lu Trajone, S. Marco in Lamis (Foggia), 1977; M. Picchi, "L'Espresso", 24 apr. 1977; E. Maizza, "Giornale di Brescia", 23 lu. 1977; R. Nigro, "Il Cicloplano" (Bari), 30 ott. 1978; id., ivi, 11 nov. 1978; S. D'Amaro, "Galleria", sett-dic. 1978; T. De Mauro, prefaz. a La preta favedda, Manduria 1982; M. Dell'Aquila, "La lirica dialettale pugliese e lucana", in La letteratura dialettale in Italia, cit., v. 2°.
ERMINIO GIULIO CAPUTO. M. Schiattone, "Nuovi orientamenti", nn. 40-1, sett.-dic. 1976; N. De Donno, Introduz. a La chesùra, Cavallino di Lecce 1980.
LINO ANGIULI. A. Mongiardo, "Il giornale di Calabria", 1 febb. 1976; R. Di Biasio, "Il Messaggero Veneto", 14 febbr. 1976; E.F. Accrocca, "La Gazzetta del Mezzogiorno", 4 mag. 1976; L. Paglia, in Poeti in Puglia, Foggia 1979.
FRANCESCO GRANATIERO. G. Tesio, Introduz. a U iréne, Roma 1983; id., "Lunarionnuovo", a. IX, n. 45 (1988); A. Oreggia, "Cuneo provincia grande", apr. 1987; P. Gibellini, "Diverse lingue", a. II, n. 3, lu. 1987; S. Lanuzza, in Lo sparviero nel pugno, Milano 1987.

Funerale del poeta

Francesco Saverio Dodaro


ad Enzo Panareo

nel retro della camera mortuaria
fra i pini rinsecchiti
la polvere
il sole

un applauso
al verso
al canto
ed all'amico

poi il silenzio
lunghissimo
la commozione
ed il viatico

nel ventre cimiteriale
tra i carrelli ferrosi
la pece
ed altri pianti

ancora un applauso
al verso
al canto
ed all'amico fuggito

ancora il silenzio
lunghissimo
la commozione
e l'arrivederci

sulle pagine del desiderio
tra i segni della disperazione

12 giugno 1987

 


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