Il laboratorio e l'esperienza

Addome acuto medico




Italo Vittorio Tondi



Per "Addome Acuto Medico" (AAM), o "non chirurgico", è da intendersi l'evento doloroso acuto o acutissimo, ad insorgente intensità e diagnosi variabili, interessante uno o più quadranti dell'ambito addominale, riportabile a patologie diverse (intrinseche, estrinseche o sistemiche) che non richiedono interventi cruenti.
In talune circostanze, però, le difficoltà diagnostiche e la perentorietà della cura possono vedere solidamente impegnati medico e chirurgo.
L'essermi trovato ad affrontare con la massima tempestività problemi del genere giustifica, almeno così penso, la stesura di questo brevissimo articolo ai "giovani colleghi" indirizzato.
Mi si potrebbe obiettare che sono un medico di "altri tempi".
La storia, anche la più recente, ci insegna però che non dai mezzi tecnologici e dall'apporto del laboratorio, senz'altro preziosi, ma dalla preparazione tecnico-professionale, dall'attenta osservazione del malato, dalla anamnesi accurata, dall'intuito clinico e dalla esperienza soprattutto (figlia spesso di precedenti errori) talune diagnosi sono possibili. Nella Tabella 1 sono riportate le affezioni mediche che ad un AAM possono indurre.
Se di esse alcune non appaiono di grande difficoltà interpretativa, altre sono di tale eccezionalità e complessità che solo in ambienti altamente qualificati la diagnosi potrà essere formulata.
Nella stessa tabella esse vengono in dieci gruppi suddivise.
Per maggiore comprensione o meno disagevole discriminazione vengono, invece, nella Tabella 2 specificate tutte le affezioni sia mediche che chirurgiche, potenzialmente responsabili di un "addome acuto", e, nella Tabella 3, i quadranti anatomici parzialmente o totalmente dalla obiettività clinica interessati.
Un chiarimento m'è d'obbligo: non essendo alcuni termini eponimici talvolta facilmente decifrabili, preciso che:
a) La sindrome da larva migrans viscerale èuna parassitosi intestinale (miasi).
b) La sindrome di Zieve può essere sintomatica di una anemia emolitica, con ittero ed iperlipemia, in etilisti.
c) La sindrome di Fitz-Hugh Curtis ècaratterizzata da pancreatite acuta, con dolore epigastrico, vomito e collasso.
d) La sindrome di Ogilvie è espressione di una occlusione o sub-occlusione intestinale, per distonia funzionale della innervazione simpatica.
E' ovvio che "conditio sine qua non" per la identificazione diagnostica delle affezioni, nei dieci gruppi inserite, è la loro conoscenza, la attenta anamnesi e la acuta osservazione, con l'ausilio del laboratorio e degli esami strumentali, che dovranno supportare e non surrogare la clinica!
Del primo gruppo, anche se rare, la priorità spetta alle crisi dolorose della porfiria acuta e all'acidosi diabetica.
Se delle malattie, nel secondo-terzo-decimo gruppo indicate, rarissimamente il medico verrà interessato, non infrequentemente egli sarà chiamato a sospettare o accertare quelle nei restanti gruppi inserite.
Del quarto saranno le trombosi artero-venose dei vasi intestinali.
Del quinto-sesto e settimo: la mialgia epidemica (malattia di Bornholm), le radicolo-nevralgie da zoster, le crisi del plesso solare, la colica saturnina.

Ma saranno quelle dell'ottavo-nono gruppo a maggiormente impegnare il medico per la proteiformità del reperto obiettivo, della localizzazione anatomica, delle modalità e della gravità dell'evento: pancreatite acuta, peritonite acuta pluri-eziologica, adenomesenterite acuta, emoperitoneo non chirurgico, esofago-gastro-enteriti acute, pleuro-polmoniti basali (specie nei bambini), pericardite acuta e l'infarto miocardico cosiddetto "anomalo" o "atipico". Come emerge dall'analisi, pur estrapolando le affezioni, solo in ambienti specialistici diagnosticabili, il loro numero rimane ugualmente elevato e complesso.


Compito primario del medico è quello di escludere "in primis" un "addome acuto chirurgico", non richiedendo quasi mai l'AAM la stessa perentorietà terapeutica. Nella difficoltà diagnostico-curativa egli farà bene di avvalersi di una consultazione chirurgica o interdisciplinare. Ribadendo la non futilità dei motivi che il breve articolo mi hanno suggerito faccio mia, anche perché i "giovani medici" la recepiscano, la raccomandazione del prof. Larizza: " ... I dati di laboratorio debbono essere complementari e ricercati, non indiscriminatamente, ma in maniera mirata; debbono essere inseriti nel contesto della fenomenologia clinica...", ed aggiunge: ''Lungi da noi il pensiero di ripudiare l'apporto innegabile e spesso determinante che le moderne affinate, e spesso sofisticate tecniche di indagine possono fornire ai fini della completa caratterizzazione di un processo morboso; quello che vorremmo sottolineare è che il laboratorio non può e non deve sostituirsi al medico, giacché ove questo dovesse verificarsi - e siamo sulla strada - sarebbe la sterilizzazione e la fine della Clinica".


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