Letture meridionali / 1

Alle origini del pregiudizio antimeridionale




Franco Compasso



Il pregiudizio antimeridionale, diretta conseguenza della chiusura egoistica, della quale abbiamo avuto in tempi recenti, legata all'esplosione e alla diffusione del fenomeno leghista al Nord, esempi e comportamenti aberranti, risale agli anni tra la fine dell'800 e l'inizio del Novecento. In quegli anni si afferma in Italia la teoria razziale dell'inferiorità del Mezzogiorno, diffusa dalla scuola antropologica del positivismo.
Le teorie positiviste sull'inferiorità razziale dei meridionali, formulate da Cesare Lombroso, sono riesumate, di volta in volta, per condannate i "terroni" meridionali a tornare al Sud e lasciare i posti di lavoro che, con le grandi e tumultuose ondate migratorie degli anni '50, avevano occupato il Nord. Il mostruoso pregiudizio per i "terroni" trapiantati al Nord, non per libera scelta ma per un grave stato di necessità, viene contrastato con forza intellettuale e rigore morale dalla cultura meridionale.
E così nel 1991, Salvatore Carpino in un suo bel saggio condanna gli anatemi leghisti ("benvenuti in Italia", scrivono allo stadio di Verona farneticanti razzisti) con una fulminante osservazione: "Dai sotterranei della società italiana è rispuntata, con una suggestione nuova e velenosa, la mai sopita contrapposizione Nord-Sud. E' materiale pericoloso". Ed ancora: Giovanni Russo si incarica nel suo incisivo pamphlet di respingere le accuse e di svuotare i pregiudizi antimeridionali della Lega. "Nei grandi e piccoli centri della provincia lombarda" - scrive Russo - è stata assorbita e digerita l'immigrazione, ma è rimasto il pregiudizio per costumi e culture che sono considerati estranei o subalterni".
Dalla inferiorità razziale e dalla subalternità della cultura meridionale rispetto a quella settentrionale prende corpo la teoria e l'esistenza delle "due Italie", conseguenza di "due razze" e "due psicologie". E' la teoria di Alfredo Niceforo, di Giuseppe Sergi, di Pasquale Rossi che, riprendendo e sviluppando le argomentazioni di Cesare Lombroso e della scuola di antropologia criminale fondata da quest'ultimo, ripropongono l'alternativa dei meridionali, i caratteri criminali, barboni, oziosi di questa razza inferiore.
Alla scuola antropologica criminale che configurava con le sue teorie razzistiche l'inferiorità dei meridionali, rispondeva nel 1898 il grande meridionalista Ettore Ciccotti per il quale il pregiudizio antimeridionale era una specie di "antisemitismo italiano". Nello stesso anno, Napoleone Colajanni elevò una sferzante protesta contro "le stolte teorie dei superuomini e delle super-razze, che segnalano la razza maledetta non alla progressiva trasformazione, ma alla distruzione". Per la scuola antropologica criminale la delinquenza di alcune regioni italiane, in particolare Sicilia e Sardegna, si spiega con la diversità delle razze, con l'inferiorità razziale del Mezzogiorno rispetto alle altre regioni d'Italia. L'influenza della razza nelle vicende sociali era stata invocata da molti studiosi prima del Lombroso e del Ferri per spiegare, anche sul terreno economico e sociale, ritardi e dislivelli: "Ma nessuno, sottolinea Colajanni, ha fatto tanto uso e abuso di questa forza misteriosa e l'ha fatta intervenire nella spiegazione dei fenomeni sociali con tanta leggerezza quanto la famosa scuola di Antropologia criminale".
La teoria della "razza maledetta" fu contrastata e denunciata dai meridionalisti dell'epoca come la più comoda scorciatoia per dare una spiegazione, non storica ed economica, ma antropologica, al problema delle "due Italie", delle loro distanze sociali, dei loro dislivelli civili. La teoria della "razza maledetta" fu definita dal Colajanni un "romanzo antropologico" che pure influenzò l'opinione pubblica del Nord.
La teoria della "inferiorità razziale" dei meridionali viene ora affrontata da Vito Teti, un giovane professore dell'Università della Calabria, nel saggio La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale (Manifestolibri, Roma) che ricostruisce l'aspro dibattito che si svolse tra il 1898 ed il 1906 tra studiosi di matrice positivista (Lombroso, Niceforo, Sergi, Rossi) e i grandi meridionalisti di quel periodo, da Napoleone Colajanni ad Ettore Ciccotti, da Gaetano Salvemini a Giustino Fortunato. In quel dibattito affiorano i grandi problemi dell'integrazione razziale, dell'unità economica e sociale del Paese, dei valori della solidarietà che oggi ritornano di attualità nel contrasto lacerante che contrappone il leghismo alla cultura meridionale.
Ancora una volta l'egoismo si contrappone alla solidarietà, la supremazia delle razze forti alla debolezza dei ceti deboli ed emarginati. Ancora una volta, nella storia d'Italia, la contrapposizione lacerante è tra Nord e Sud.
L'importanza del saggio di Vito Teti è nella riproposizione della cultura della tolleranza e dell'integrazione che il meridionalismo ha assunto quale condizione essenziale del progresso civile dell'intero Paese. Come non riflettere in questi giorni - mentre si consuma nella fascia domiziana una nuova crociata d'intolleranza razziale contro gli extracomunitari "diversi" e riaffiorano a Lecco i sintomi razzistici del pregiudizio antimeridionale - sulle parole di Gaetano Salvemini: "La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa, e nella storia si trasforma; spiegare la storia di un paese con la parola razza èda poltroni e da semplicisti".
Ed è particolarmente significativa la riflessione di Teti sul dibattito tra i teorici della "razza maledetta" ed i meridionalisti, quando commentando uno scritto di Ettore Ciccotti afferma che la teoria della "razza maledetta" costituiva nel periodo post-unitario "un elemento di distrazione dal dibattito sulla questione meridionale, e come si collegasse in vari modi con quel sentimento di diffidenza e di ostilità che si andava affermando nel Settentrione d'Italia nei confronti del Mezzogiorno".
I meridionalisti unitari fecero bene a rifiutare e contrastare la teoria razziale sull'inferiorità e sulla diversità del Mezzogiorno: le cause dell'inferiorità del Mezzogiorno non erano da rinvenirsi nella razza ma in secolari ritardi, dalla segregazione geografica (G. Fortunato) all'isolamento dei centri abitati (F.S. Nitti), dal latifondismo assenteista alla borghesia incapace di guidare i processi di rinnovamento della società. Replica con forza Ettore Ciccotti ai sostenitori della razza maledetta, colpendo al cuore la loro teoria generica perché a "chi crede a un'incurabile degenerazione di razza non resterebbe, per amore della logica e dell'umanità, che predicare una guerra di sterminio". E' l'agghiacciante previsione delle mostruose soluzioni finali praticate dal nazismo per sterminare gli ebrei, in omaggio alla superiorità della razza. Ecco a quali conseguenze conduce il pregiudizio razzista. Perciò è da sottolineare, come un contributo culturale di alto livello civile, questo saggio di Teti che ci riconduce alle origini del pregiudizio meridionale per riaffermare diversità razziale e integrazione come un grande fatto di libertà e di crescita civile della società.


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