UN SALENTINO ALLE ARDEATINE / UGO BAGLIVO

A ROMA UN GIORNO DI PRIMAVERA




Sergio Torsello



"Molti si meravigliano - si è chiesto recentemente lo scrittore Enzo Siciliano - perché mai l'antifascismo sia così radicato in tanti italiani. Lo è perché alcuni scrittori, Levi tra questi, hanno saputo rappresentare in modo non più cancellabile quanto il fascismo e il nazismo, e ogni tirannia novecentesca, fossero al di fuori del mondo morale che è patrimonio di tutti gli uomini". Certo, Primo Levi, con il suo drammatico racconto in presa diretta dall'interno dell'universo concentrazionario nazista, ha compiuto un'operazione paragonabile (per l'impatto emotivo e la forza della testimonianza storica) a quella compiuta su un altro versante, con le dovute differenze e le evidenti analogie, da Solzenicyn per il Gulag staliniano: ha fatto conoscere e reso pubblico il "dramma dell'indicibile", la dimensione collettiva dell'olocausto.
Ma la storia della resistenza ai regimi totalitari del nostro secolo non fu solo la vicenda dei grandi attori. Accanto a loro, infatti, migliaia di anonime comparse furono carne e sangue, idealità e sentimento dei movimenti di liberazione.
E' il caso di Ugo Baglivo, comparsa non del tutto anonima sul grande e tragico palcoscenico della Resistenza italiana. La sua storia inizia e si conclude, bruscamente, a soli 34 anni, il 24 marzo 1944. Roma dorme ancora quella mattina di 52 anni fa, quando le civette partigiane notano un frenetico movimento di truppe tedesche. Il giorno precedente c'era stato l'attentato dei Gap in via Rasella, nel quale rimasero uccise 33 SS del battaglione Bozen: la rappresaglia era nell'aria, ma nessuno si aspettava un'esplosione di violenza così inaudita. Si preparava, infatti, quello che sarà definito "uno dei più orrendi delitti contro l'umanità".
Massimo Rendina, comandante partigiano e storico della Resistenza, lo descrive così: "La strage delle Fosse Ardeatine fu compiuta a Roma dai nazisti, il 24 marzo 1944, nelle cave di pozzolana situate a due km. oltre porta S. Sebastiano. Le SS vi uccisero per rappresaglia 335 uomini, a seguito dell'azione compiuta dai Gap il giorno prima in via Rasella. A comandare la strage, dopo averne fissato le modalità e prendendovi personalmente parte, fu il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler. La maggior parte delle vittime venne prelevata dal carcere di Regina Coeli, direttamente dal braccio gestito dai tedeschi, e da via Tasso; 50 furono scelte e consegnate personalmente dal questore fascista Caruso. Kappler dispose che le esecuzioni avvenissero con un solo colpo alla nuca, dopo aver introdotto i prigionieri nei cunicoli, i polsi legati con una funicella, cinque o sei per volta [ ... ]. Tra i martiri vi erano persone di tutte le età e condizioni sociali, anche vecchi e ragazzi, padri e figli, fratelli e molti patrioti, appartenenti o membri attivi delle organizzazioni partigiane, ma anche alcuni completamente estranei alla Resistenza, finiti in carcere per caso o per aver commesso qualche reato comune; 75 furono uccisi soltanto per odio razziale perché ebrei". (1)
Su 335 italiani trucidati quel giorno dai tedeschi, 13 erano pugliesi (2) e 4 salentini: Ferruccio Caputo, studente, nato a Melissano (3); Federico Carola, capitano dell'aeronautica, nato a Lecce (4); Antonio Pisino, sottufficiale di marina, nato a Maglie (5), e Ugo Baglivo, avvocato, nato ad Alessano.
Unico "intellettuale" e il solo con qualche incarico di responsabilità nelle organizzazioni della Resistenza tra i salentini delle Ardeatine, Ugo Baglivo nasce ad Alessano, in via Storella, il 24 novembre 1910 da Salvatore Baglivo, medico condotto originario di Tricase e Luigia Bregoli, casalinga. Le notizie sulla sua giovinezza sono piuttosto scarne e frammentarie. Sappiamo che consegue il diploma al Liceo Palmieri di Lecce nel 1927. Lo stesso anno si trasferisce a Roma, dove si laurea in giurisprudenza, discutendo una tesi in diritto penale, a soli venti anni, con il massimo dei voti, nel 1930.
E' uno degli studenti più brillanti del suo corso, tanto che viene accolto quasi subito come assistente universitario e, grazie ad una borsa di studio, può seguire un corso di perfezionamento in Germania. Negli ambienti accademici della Capitale, caratterizzati da un rigido conformismo ai dettami del regime, non tardano ad essere note le sue simpatie, peraltro espresse apertamente, per il pensiero liberale di De Ruggiero. Baglivo, del resto, fu il tipico esponente di quella generazione di giovani intellettuali italiani di estrazione "medio-alto borghese, che utilizzava ancora canali organizzativi interni al fascismo stesso" per manifestare una spontanea opposizione al regime, che troverà poi nel movimento liberalsocialista una più "compiuta dimensione politica". "Per molti giovani - scrive Giovanni De Luna nella sua Storia del Partito d'Azione -quelli furono gli anni di una prima scoperta della politica, alimentata da una fitta trama di incontri personali, riunioni, scambi di lettere e documenti programmatici, convegni clandestini. Si delineava una nuova figura di cospiratore che si muoveva con relativa disinvoltura nelle maglie della repressione poliziesca, sfruttando gli indubbi privilegi che gli derivavano da conoscenze familiari, attività professionali, complicità di classe e, più concretamente, dalla disponibilità di tempo e dalla possibilità di viaggiare e spostarsi senza destare sospetti. La cospirazione si estendeva secondo itinerari che spesso coincidevano con le tappe della carriera universitaria e professionale di un militante, secondo un effetto moltiplicatore che Capitini aveva previsto e curato ("non mi proponevo che di suscitare senza raccogliere: che ognuno parlasse con altri senza organizzare; importava che ci fossero persone salde che diffondessero, e il resto sarebbe venuto poi"). Le incursioni nelle strutture di regime erano frequenti e spesso coronate da successo, nella militanza nei Guf, nella partecipazione ai littoriali, ma anche in singoli gruppi organizzati".
Già in quegli anni infatti Ugo Baglivo aveva riunito attorno a sé un gruppo di giovani "che si definiva scherzosamente "antigomista" (alludendo al dittatore sudamericano), che si era formato per incontri avvenuti in occasione di un convegno a Roma promosso dal ministro fascista Bottai al quale erano intervenuti antifascisti stranieri del gruppo cattolico di Esprit" (6). E' in questo clima che, nel '3 5, giunge puntuale la denuncia di un delatore, probabilmente un collega dell'università, che in una lettera indirizzata ad Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista, accusa Ugo Baglivo, il fratello Renato e alcuni suoi amici di "propaganda antifascista e disfattista", definendoli "traditori del Regime" (7). Si appuntano così su di lui le attenzioni della polizia fascista, che lo arresta nel '38, ancora sulla base delle accuse di un delatore, "perché responsabile di avere divulgato in occasione della visita di Hitler a Roma un manifesto in cui c'era scritto tra l'altro: "Il nostro eterno nemico è in casa nostra! L'applaudirete voi? Viva l'Italia di Vittorio Veneto e della libertà. Abbasso l'Asse dei traditori!"" ed anche perché manteneva rapporti con elementi politicamente sospetti [ ... ] ed ebbe a leggere vari opuscoli comunisti che erano stati portati dalla Francia. [ ... ]. Condannato a tre anni di confino, viene inviato a Gioiosa Ionica (Reggio Calabria); poiché si trattava di elemento "non pericoloso" poteva infatti essere inviato in un comune di terraferma. Liberato in occasione del Natale del '38 (per atto di clemenza di S. E. il Capo del Governo) veniva sottoposto a regime di vigilanza. Nel giugno del 1941 veniva richiamato alle armi ed assegnato all'81° Reggimento Fanteria di stanza a Roma; sempre vigilato fino al 1943" (8).
La sorella, Adriana, oggi residente a Lecce, ricorda così quei giorni del confino: "Io e mia madre andavamo spesso a trovarlo a Gioiosa Ionica. Conservo nella memoria la sua immagine sempre sorridente e fiduciosa: "Vedrai - ripeteva a mia madre - quest'incubo finirà presto". Ma era anche estremamente fermo nelle sue scelte. Rifiutava nel modo più assoluto di firmare la richiesta di grazia nonostante le pressioni dei miei familiari. Alla fine mio padre decise di chiederla al suo posto e gli venne accordata". Sconta dunque poco meno di un anno, ma quando torna alla normalità la sua vita è distrutta: viene degradato (aveva acquisito durante il servizio militare il grado di ufficiale di complemento dell'esercito), allontanato dall'insegnamento universitario e per vivere è costretto a fare l'avvocato. Inizia così un periodo d'isolamento, durante il quale gli peserà soprattutto la lontananza dagli amati studi di diritto (9). Alla fine del '41 sposa Iole Enrica Castagna e qualche tempo dopo nasce la figlia Simona. Risalgono a quegli anni i suoi rapporti con esponenti di spicco del liberalismo e della Resistenza capitolini, e la sua adesione all'appena costituito Partito d'Azione nel cui programma egli trova la sintesi di quelle idee di libertà e di giustizia sociale nelle quali aveva sempre creduto.
"Il mutamento costituzionale del 25 luglio 1943, che segnò la conclusione irreversibile di un'epoca storica, aprì per Ugo Baglivo la strada dell'azione. [ ... ]. Si impegnò a fondo in quell'attività complessa e molteplice a cui si dedicarono coloro i quali ritenevano che l'espulsione dal governo del responsabile dell'invasione del suolo nazionale e il semplice annunzio del ritorno alla normalità costituzionale non erano sufficienti, nella tragedia dell'Italia, mentre si imponeva la reale liquidazione del regime fascista. Ebbe contatti con Carlo Scialoja, direttore della rivista di Giurisprudenza Il Foro Italiano, con Giovanni Persico, ex deputato al Parlamento che aveva partecipato alla lotta dell'Aventino contro il fascismo, con alcuni di quegli uomini che facevano capo a Meuccio Ruini ed erano esponenti di un movimento che si era già espresso, alcuni mesi prima della caduta di Mussolini, in un giornale clandestino intitolato Ricostruzione, organo del fronte della libertà, e doveva poi denominarsi Democrazia del Lavoro, ed entrare a far parte del gruppo dei sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale; ebbe contatti con Federico Comandini, con Carlo Concetti, con Guido Calogero" (10).
Ma è dopo l'8 settembre che l'attività di Ugo Baglivo si fa ancora più intensa nel tentativo di partecipare alla difesa di Roma dall'aggressione nazista. "Tutto egli osò nei giorni 8, 9 e 10 settembre per cooperare alla difesa di Roma, vagò da un luogo all'altro per raggiungere i vari centri di organizzazione delle forze popolari, per coordinare quei centri in un piano di azione comune per quel programma di difesa di Roma che gli uomini del Partito d'Azione speravano di poter realizzare intorno al nome, per Roma fatidico, di Raffaele Cadorna, valoroso soldato d'Italia che doveva poi acquistarsi segnalate benemerenze nella lotta di liberazione del Nord" (11).
L'Italia Libera, l'organo clandestino del Partito d'Azione, diretto tra gli altri anche da Leone Ginzburg, in un numero pubblicato all'indomani della liberazione di Roma, lo ricorda così: "Era un idealista senza essere un eroe; univa cioè alla fede in idee di libertà, ad idee di giustizia sociale, una avversione profonda contro ogni oppressione, una fattività intelligente, una comprensione viva ed immediata delle circostanze che lo rendevano, nonostante la sua ancora giovane età, uno degli elementi più preziosi del nostro partito. Dall'8 settembre divenne uno dei centri di rifornimento e di propulsione; il suo studio fu la sede di riunioni diurne e notturne del comitato romano, fin quando la polizia non vi pose l'occhio. Divenne capo politico della I Zona e la dura terribile lotta che il partito condusse a Roma fu da lui intensamente vissuta fino al marzo del 1944. Braccato dai nazi-fascisti che gli avevano ripetutamente perquisito la casa e lo studio, alloggiando ora in un posto ora in un altro, si adoperava ugualmente a tenere salde le fila delle formazioni di punta del partito anche in altre zone ove avvertisse delle deficienze".
Nella Roma "città aperta" entra dunque in clandestinità, fa trasferire i suoi familiari in un'altra abitazione per evitare rappresaglie e si dedica interamente all'attività partigiana. "Prendeva dai centri di distribuzione e andava distribuendo la stampa clandestina, i "Buoni della liberazione" per la raccolta di fondi finanziari per le opere della Resistenza, raccoglieva e distribuiva armi, stabiliva piani per le azioni di sabotaggio militare". (12)
Ma la fine di questa sua straordinaria avventura umana e politica era ormai dietro l'angolo. E puntuale arrivò il 3 marzo 1944, quando venne arrestato dalla famigerata banda Koch in casa del fraterno amico e compagno di lotte Donato Bendicenti, un avvocato calabrese cui toccherà la sua stessa sorte alle Fosse Ardeatine. Venne interrogato in via Romagna e poi rinchiuso a Regina Coeli. Trascorsero ventuno lunghissimi giorni dal suo arresto senza che gli venisse contestato alcun reato.
Poi, il 24 marzo, il suo nome fu inserito nella lista degli ostaggi compilata dal questore fascista di Roma, Caruso, e consegnata ai tedeschi. Nei primi giorni di detenzione, riuscì a far pervenire alla consorte una breve lettera, rimasta poi l'unica, dalla quale traspare l'alto profilo morale dell'uomo e la sua totale dedizione alla causa della libertà: "Tu e la piccola Simonetta siete tutto il mio mondo e solo per la grande tragedia in cui siamo travolti non possiamo godere di noi. Purtroppo oltre ai doveri individuali e familiari vi sono anche doveri nazionali e umani che bisogna rispettare".
Scrive ancora Capano: "Il fatale giorno 24 marzo 1944, per il pietoso suggerimento di un agente carcerario, Ugo Baglivo venne a conoscenza della sorte tragica che attendeva lui e i suoi compagni di prigionia, ed ebbe anche l'offerta di salvarsi con la fuga. Egli volle però rimanere unito con i compagni nel comune destino, ed evitare che con la sua fuga determinasse la morte di un altro, tacendo ai compagni la notizia della morte imminente" (13). Quel giorno alle Fosse Ardeatine morirono, oltre a "gran parte dei migliori quadri della Resistenza, dei più decisi combattenti in ogni settore" (Battaglia, Storia della Resistenza), anche dieci avvocati romani. Dopo la liberazione, l'Ordine degli Avvocati di Roma intestò ai loro nomi alcune aule del Tribunale civile. Sin qui dunque quello che ci raccontano le fonti.
Per il resto, soprattutto nella sua terra d'origine, dal '49 (quando la scuola media di Alessano a lui intestata assume l'attuale denominazione) fino al '92 il nome di questo figlio illustre di Alessano scivola lentamente in quell'oblio che qualcuno ha definito "il silenzio della storia". Fino al '92, appunto, quando riappare in un elenco di cittadini del passato ai quali intestare una strada. A lui tocca una via in periferia, senza neppure una targa che lo ricordi. Troppo poco forse se si pensa che sono stati gli uomini come lui i veri padri dell'Italia democratica.
E se è vero che la partecipazione del Sud (e del Salento, in particolare) alla lotta partigiana non seguì un disegno organico, ma fu "la somma di tante vicende individuali, di tante scelte di vita, di tante presenze singole in tutti i settori di attività che il movimento di resistenza seppe opporre al fascismo", in questa storia la vicenda di Ugo Baglivo occupa senza dubbio un posto di primissimo piano. Di lui in fondo resta poco. Niente gesta eroiche o grandi scritti teorici. I suoi saggi giuridici sono ormai quasi introvabili. Rimane, di sicuro, quell'impegno incessante, senza riserve o tornaconti personali, contro i nemici della libertà. E' una storia "minima" e al tempo stesso esemplare la sua, che ci è sembrato il caso di ricostruire perché la memoria non si perda: convinti, con Primo Levi, che oggi l'imperativo non sia tanto ricordare, quanto piuttosto "meditare su quel che è stato".


NOTE
1) Massimo Rendina, Dizionario della Resistenza Italiana, Editori Riuniti, 1995, p. 16. Sulle Fosse Ardeatine sappiamo ormai tutto, grazie ad una cospicua letteratura Fiorita nel corso degli anni sull'argomento. Un classico sul tenia resta il lavoro di Attilio Ascarelli, Le Fosse Ardeatine, 1945, disponibile in alcune copie presso l'Anfim di Roma. Recentemente è stato ripubblicato, per conto degli Editori Riuniti, anche Morte a Roma, il lavoro del giornalista americano Robert Katz del 1967.
2) L'elenco completo è in Puglia Antifascista di Mario Dilio, Bari, Adda Editore, 1981.
3) Ferruccio Caputo, nato a Melissano il 16 ottobre 1922, fu arrestato dalla polizia fascista il 23 marzo 1944 per essersi trovato nascosto nella zona dei fatti di via Rasella (Archivio Anfim).
4) Federico Carola, nato a Lecce l'11 novembre 1912. Ufficiale dell'aeronautica, partecipò alla campagna di Libia e di Grecia. Fu arrestato dalla polizia tedesca il 12 gennaio 1944. Venne rinchiuso prima a via Tasso e poi a Regina Coeli. Patriota badogliano, "in esecuzione di ordini avuti da autorità militari italiane si adoperava col fratello Mario per procurare benzina e copertoni per automezzi destinati a facilitare azioni da compiersi nei dintorni della capitale. Tradito dalla persona a cui si era rivolto fu arrestato col fratello" (Archivio Anfim).
5) Antonio Pisino, sottotenente di marina e studente universitario, era nato a Maglie nel 1917. "Dopo l'8 settembre, scrive Emilio Panarese nel suo I partigiani Magliesi caduti nella resistenza, aderì alle bande armate d'azione costituitesi a Roma. Arrestato nel dicembre del 1943 fu rinchiuso a via Tasso e condannato a tre anni di reclusione". Medaglia d'argento alla memoria con questa motivazione: "Entrava nella resistenza battendosi nella diuturna lotta per la liberazione della capitale dall'oppressione straniera. Più volte, in piena stagione invernale. attraversava a nuoto il fiume Tevere per mettere al sicuro armi abilmente sottratte al nemico nel corso di rischiose imprese. Arrestato e a lungo torturato nelle tristi prigioni di via Tasso, veniva infine trucidato alle Fosse Ardeatine". In Salento per la libertà e la pace, pubblicazione a cura dell'Anpi leccese, 1984.
6) C. D. Ragghianti, Disegno della liberazione italiana, Nistri Lischi. Pisa 1962, pag. 294.
7) Capano R.P., La Resistenza in Roma II vol., Napoli, Macchiaroli, 1963, p. 446.
8) Salvatore Coppola. Conflitti di lavoro e lotta politica nel Salento nel primo dopoguerra (1919-1925), Ed. Salento domani, 1984, p. 106. Riporta il contenuto di un fascicolo dell'Archivio di Stato di Roma intestato a Ugo Baglivo.
9) Ugo Baglivo fu autore di numerosi saggi su argomenti giuridici. Il suo ultimo lavoro, Sul reato permanente nel diritto romano. Super Grafiche Abete. pp. 80, uscì nel 1943, durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio. Poco prima dell'arresto del '38, era apparso negli Annali di Diritto e Procedura Penale un suo saggio dedicato, ironia della sorte, proprio al Reato di mero sospetto.
10) Capano R.P., La Resistenza in Roma, op. cit., pp, 447-449.
11) Capano R.P., La Resistenza in Roma, op. cit., p. 451.
12) Capano R.P., La Resistenza in Roma. op. cit., p. 453.
13) Capano R.P., La Resistenza io Roma, op. cit., p. 456.


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