Dicembre 2003

Ercole Ugo D’Andrea

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L’uomo
dentro il poeta
Enrico Longo
 
 

 

 

Ma davvero
è pensabile che
un’armata così
imponente
si affidasse alle
indicazioni e alle strategie paesane
di portaordini che si muovevano a dorso di mulo?

 

 

 

Coll.:
D. Manti
F. Gerosi
B. De Nicola

 

Ci voleva un amico

aldo bello


Non avremmo mai avuto la possibilità di consultare e pubblicare alcune lettere indirizzate ad Ercole Ugo D’Andrea, se non ci fosse stato l’impegno di un amico, nostro e di “Apulia”: voglio dire di Salvatore Masciullo, che frequentò Ercole Ugo a lungo, e ne contrastò affettuosamente il suo essere schivo, appartato, quasi umilmente alieno – per innata timidezza e interiore vocazione alla solitudine – alla confusione di lingue e di comportamenti di una società che fa di tutto uno spettacolo, un’esibizione, una sovraesposizione intenzionale.
Nessuno di noi riesce più a contare i sodalizi creati da Masciullo non soltanto in terra salentina, le sue capacità di relazione e di frequentazione, il suo proporsi come punto di riferimento di interessi i più vari (dalla ricerca di testimonianze preistoriche alla fotografia). Tutti dobbiamo in qualche modo essergli grati per l’azione stimolatrice, propositiva, che continua a svolgere senza apparire, senza rivendicare paternità, che pure gli spettano.

Come in questo caso: il progetto di render note delle lettere scritte a D’Andrea risaliva al tempo in cui Ercole Ugo era ancora tra noi. Il poeta era condizionato dalla sua naturale ritrosia, Salvatore era tutto preso dalla sua funzione di grimaldello pronto ad aprire gli scrigni più complicati e più riottosi. Il confronto si interruppe perché venne meno l’interlocutore. Il progetto però restò in piedi non solo come modo di dimostrare che ci sono state (ci sono) intelligenze salentine in contatto permanente e sintonico con intelligenze di regioni lontane, ma anche come strumento di conoscenza di universi poetici altrimenti negletti e lasciati in coni d’ombra che non ci onorano.
Credo che la pubblicazione di altre lettere indirizzate ad Ercole Ugo potrà proseguire, se gli eredi dei diritti d’autore lo consentiranno. Il materiale conservato dalla moglie del poeta, signora Silvana Sambati, è semplicemente immenso e altrettanto semplicemente rilevante. Tra i fogli delle corrispondenze sono conservati i segreti della scrittura, i giudizi preventivi e consuntivi di sodali di spicco, le intuizioni folgoranti poi tradotte in poesia, le confessioni di un uomo e di uno scrittore che coniugavano fragilità umana e forza creativa, la prima intesa come dubbio perenne e timore dell’apprendistato maieutico, la seconda come manifestazione di un’invenzione appagata, di una creatività attinta.
Ripeto: ci voleva un amico per cominciare ad esplorare questa miniera diamantifera. Ci voleva proprio lui, Salvatore, con la sua generosa propensione allo scavo a tutto campo e al culto del bello. E, remoto com’è da accademie, circoli e salotti, scusate se non è poco.

L’uomo dentro il poeta

Non è senza significato pretendere di conoscere nel profondo l’uomo oltre che il poeta, scavare nella vita e nell’esperienza, dove spesso si ritrovano le inspiegabili ragioni del discorso poetico.
Andare oltre la poesia per entrarvi più a fondo, raccogliere e interpretare testimonianze vive tra quanti lo conobbero e gli furono amici, recuperare quei fogli scritti ai quali non sempre si attribuisce valore di documento e che invece sono preziosi strumenti per capire e comprendere.
Mi son messo dunque alla ricerca di eventuali fonti che potessero giustificare tanti stati d’animo e motivi ricorrenti nelle liriche: la tristezza e il pessimismo, l’autunno, la notte, la fede sicura e vacillante, il senso dell’attesa per qualcosa che potrebbe accadere, la caducità delle cose umane, lo spazio domestico fatto di luoghi, di cose e di persone, ponte tra il Salento e la terra d’Abruzzo, la madre, figura sempre presente e motivo ultimo della poesia e dell’esistenza...
La ricerca di questa documentazione non è stata infruttuosa; son venuti fuori un diario della madre scritto durante gli anni della guerra, l’introduzione di Ercole a una raccolta di descrizioni dei luoghi d’Abruzzo, “cartoline” come le definisce il padre Romolo, autore delle stesse, e una grande quantità di lettere pervenute da poeti e uomini di cultura amici di Ercole, amorevolmente raccolte dalla madre Elena, alla quale evidentemente non sfuggiva la loro importanza.
La lettura di questi documenti è appassionante; probabilmente potrà risultare utile a quanti conservano interesse per la poesia del poeta galatonese.

Sentiamo qualche passo del diario della madre: «Nevicava. Il freddo, il vento penetravano nelle ossa. Poveri figli miei! Aurelio piangeva: non voleva, non poteva camminare. L’impeto del vento era forte, il nevischio accecava. Ercolino, con un paio di zoccoletti mal fatti, faceva pena».
Ecco l’episodio del tedesco a Pescasseroli: «Quando giungemmo alle porte di Pescasseroli, eravamo mezzo morti. Dovevamo scendere dal carretto: si doveva entrare in paese senza dare all’occhio. I bambini piangevano, lividi, sfiniti. Una sentinella tedesca ci fermò: non volle lasciarci passare. Mi sentii impazzire. Pregai, imprecai, urlai. Il soldato, forse impietosito, ci lasciò andare».
Ecco altri punti in cui si fa riferimento al poeta:
«…Penoso dormire in un bugigattolo, in un letto formato da due brande militari, in cinque persone: io, Rita, Ercolino, Aurelio e mia suocera… Vivere le giornate senza pane e sentire gli strilli di Ercolino, il pianto di Aurelio che lo chiedono!».
La signora Elena chiede in prestito del denaro e compra del prosciutto per poterlo scambiare con grano: «Sono andata con Ercolino in una casa dove due tedeschi bevevano felici, assediati da tanta gente che aspettava con carichi di roba squisita… Tre ore in quella casa! Grida, imprecazioni, preghiere… Il mio prosciutto era troppo fresco, purtroppo: quindi, niente grano. Stanca, digiuna, avvilita, me ne sono tornata a casa con Ercolino che, povero figlio, nell’attesa, aveva ricevuto un sasso sull’occhio, tirato da un demonio di tedesco».
Ancora: «… Ercolino aveva un paio di zoccoletti che gli lasciavano i piedini quasi scoperti…».

La famiglia D’Andrea, diretta per oltre un anno dalla signora Elena, grazie al suo coraggio e al buon Dio, riuscirà a superare le bombe, le mitragliate, le violenze e a ritornare alla vita normale dopo un rocambolesco viaggio in un treno dove le persone erano ammassate come merci, ma nessuno di loro badava a questo particolare. La meta era Galatone, la città salentina dove la famiglia si sarebbe finalmente ricomposta.
Taranto. Brindisi. Nardò.

«Qui un carro agricolo […] ci portò a Galatone. Ci fermammo tutti in casa di nonna Maria, dove zio Attilio provvide a rifocillarci.
Ansante e commossa, arrivò mia madre.
Piangeva di gioia.
Giunse Romolo, trafelato e incredulo.
Il nostro incontro non so descriverlo, non posso descriverlo, lo lascio immaginare».

Il diario appassiona chi lo legge, si scorre tutto d’un fiato. La signora Elena, pur non avendone alcuna intenzione, dimostra insieme alla sua nota sensibilità di donna e di madre una grande capacità di scrittura.
E’ da dire inoltre che anche in una triste occasione la signora Elena vive il ruolo della madre, preoccupata che i figli sappiano trarre insegnamento da tutte le vicende della vita. Si augura che le terribili sofferenze valgano a consolidare l’amore reciproco e per la loro madre.


Il diario della madre Elena

La signora Elena è figura centrale nell’esistenza oltre che nella poesia di Ercole Ugo D’Andrea. Prima e ultima ispirazione, riferimento fondamentale e metro di confronto per ogni cosa o persona.
Ci viene presentata come donna forte, laboriosa, che ha sempre qualcosa da fare, che ha un pensiero per tutti, che soffre per tutti e che sa trovare sempre le parole giuste per rasserenare, comprendere, giustificare.
Donna pratica, tutta per gli altri, che per sé non ha cure né attenzioni, la classica donna del Sud, nata per dare, per donarsi.
Questa donna è amata profondamente, presa a modello ideale di vita, cantata dalla prima all’ultima lirica, idealizzata quasi creatura celeste ed eterna.
Una storia ci può far meglio comprendere la genesi e l’intensità di questo amor filiale.
La storia ci è raccontata dalla madre di Ercole, che, forse per dare sfogo alla disperazione che leggeva negli occhi dei figli, l’aveva pazientemente appuntata sui fogli di un quaderno.

«Oggi la piena del dolore e dell’angoscia è tale da non poter reggere. Le lacrime amare sono più forti di me e cedo al bisogno che da tempo sento di scrivere. E’ Pasqua. Dove sarai, Romolo mio? Sette lunghi e tremendi mesi son passati senza sapere nulla di te, di mia madre, dei miei fratelli. Quanto tempo passerà ancora in questa straziante situazione? Pasqua di guerra, la quarta Pasqua di guerra, ben più tremenda delle precedenti, però. Pasqua in paese forestiero, in casa d’altri, da sfollati, con la minaccia di essere scacciati anche da qui, l’amarezza per tutto quello che manca.
Ricordi... Quanti amari ricordi!…».

Così si apre il diario, che poi ripercorre per buona parte in flashback le vicissitudini della famiglia sino a quel momento per poi procedere nella parte finale “in diretta”.

Nel maggio del 1943, a causa degli eventi bellici, il padre Romolo, che è militare in finanza a Brindisi, crede opportuno trasferire la famiglia in luogo sicuro: quale più sicuro del suo paese natale, Civitella Alfedena, nascosta all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo? E’ così che Ercole, Aurelio, Rita e la madre raggiungono i posti che erano e saranno quelli delle ferie e delle vacanze... quell’anno giunte in anticipo.
Il sig. Romolo era certo che la guerra sarebbe arrivata nel Salento, e infatti ci arrivò, ma non avrebbe mai immaginato che essa sarebbe arrivata, e come, anche nello sperduto paesino d’Abruzzo. Dopo qualche settimana, infatti, la famigliola cominciò a sentire il rombo delle bombe, sempre meno lontano, sempre più sinistro. Si combatte al Macenone, cade il fascismo, si bombarda presso San Lorenzo, a Roma.
Arrivano in Abruzzo altri parenti, le bombe si fanno sempre più vicine... l’armistizio.

«La sera dell’otto settembre facevo lezione ad Ilario. Irruppe nella stanza pallida, cerea mia cugina Melina. Piangeva: – E’ finita la guerra... La pace... L’armistizio!...
Sembrava impazzita.
Corsi in cucina e vi trovai mio fratello Giovanni e mio cugino Don Antonio. Tornavano dal dopolavoro, dove avevano sentito il comunicato radio.
– Sì, l’armistizio… l’armistizio!…
Fuori si gridava. Le campane suonavano a festa. Non riuscivamo a parlare. Piangevamo, e non di gioia.
Quali sarebbero state le conseguenze di quell’armistizio chiesto per risparmiare nuovi lutti all’Italia?».

Tutto finito, dunque? Macché, i guai cominciano adesso.
Agli occhi di Ercolino si presentano colonne di soldati italiani «che giungevano attraverso le montagne stanchi, affamati… la gente accorreva al loro arrivo e offriva da mangiare... poi soldati inglesi, russi, polacchi, nordafricani... E giunsero i tedeschi».
Vide soldati feriti, carri armati, soldati tedeschi, arroganti, violenti, sentì che derubavano quella povera gente delle povere cose che aveva, portare via galline, conigli, maiali, pecore, mucche… Vide la disperazione della gente, la paura, il terrore di fronte a quei soldati cattivi e brutali: uno di loro gli tirerà una pietra in un occhio e lo lascerà ferito.
Sentì gli spari e le bombe vicino casa, dovette correre da una parte all’altra alla ricerca di rifugio e protezione: accanto alla madre, intrepida per necessità, ad Aurelio, piccolo e sofferente, a Rita, silenziosa nella sua precoce maturità.

«Caddero le prime bombe… Due ore durò il bombardamento… molte erano state le vittime ad Alfedena... Quando si sentivano gli aerei si tremava. L’eco lontana delle cannonate ci rendeva sempre più tristi; i bombardamenti continui, e non lontani, alimentavano la nostra paura».

Molti sono i passi in cui la signora Elena descrive episodi di guerra e di terrore, per lei e per i tre piccoli figlioli.
Ercolino patì la fame, gli stenti, il freddo, mal coperto e con sandaletti ai piedi tra le intemperie e il gelo della montagna, soprattutto la paura, il terrore, le lacrime e il coraggio della madre, che iniziava a costituirsi come quella presenza e quel riferimento sicuro e protettivo. Era sufficientemente grande per capire e troppo sensibile per non restare scosso, forse traumatizzato da eventi che avrebbero segnato anche persone più grandi e più mature. Visse condizioni di estrema precarietà, in alcuni momenti non ebbe neppure una casa o un riparo.
Il diario si conclude con queste parole, che la signora Elena chiude tra due parentesi:

(«Forse un giorno i miei figli leggeranno quanto ho scritto. Lo facciano con amore e mi ricordino con sincero affetto. La mamma»), Galatone 27 luglio 1944.

Il rischio che quelle pagine non potessero essere lette, a causa del loro cattivo stato, dai figli e da nessun altro c’è stato; a scongiurarlo è servita l’altrettanto amorevole cura della sorella di Ercole, Rita, la quale ha pazientemente copiato tutte le pagine del diario.

D’Andrea e Betocchi

La corrispondenza tra D’Andrea e Betocchi va dal 1966 fino al 1985. Il giovane poeta salentino invia lettere, riviste salentine, biglietti augurali per le festività natalizie o pasquali o per i compleanni e gli onomastici del poeta. Questi ringrazia e ricambia; nonostante la crescente confidenza, Betocchi si rivolge col “lei” per un periodo molto lungo; soltanto negli ultimi anni compare il tono più confidenziale.
Le lettere di Betocchi sono molto cordiali, affettuose, generose di consigli e di esortazioni; vi traspare un animo sensibile e aperto ai problemi degli altri, in questo caso del nostro poeta, troppo presto assalito da crisi esistenziali, forse anche dipendenti dalla grave malattia che lo sorprende giovanetto, appena diplomato.
L’esperienza poetica resterà il primo motivo della corrispondenza.
D’Andrea si rivolge a Betocchi chiamandolo “maestro”, gli invierà singole liriche e libretti, ogni sua pubblicazione, perché ne riceva un giudizio spassionato e critico. La stessa cosa farà con gli altri amici poeti e letterati e, in particolare, con Macrì, suo conterraneo, Luzi, Ramat.
A Betocchi si rivolge pure per richieste di qualche appoggio presso case editrici, in considerazione delle continue difficoltà nel vedersi pubblicare i libretti, per consigli e notizie su concorsi di poesia.
Il poeta fiorentino è sempre sincero, leale, gli rappresenta le difficoltà nel rapporto con gli editori, gli suggerisce quelli capaci e onesti, si interessa presso editori amici.
Il rapporto si fa progressivamente più intimo, affettuoso, didascalico. Betocchi manifesta il suo animo e i suoi sentimenti, raccoglie i disagi psicologici ed esistenziali, confessa i suoi, suggerisce, ammaestra, consiglia, rimprovera con forza, come un buon padre di famiglia, scuote l’ignavia del giovane e lo incoraggia a dare senso e direzione alla sua vita.
La lettera del 29 dicembre 1968 è molto dura. Gli scrive in risposta ad una lettera che giunge a Betocchi mentre sta per partire per Bordighera per una breve vacanza; porta la lettera con sé.
Ecco cosa risponde: «[...] E’ una lettera che mi addolora e per le tue vicende private e per il modo, che non mi piace, con cui ti comporti rispetto ad esse. Intanto la faccenda della laurea. Il tuo dovere morale era di riuscire a superare l’esame di latino e quindi laurearti. […] Smettila con la delicatezza verso te stesso: e non credere che l’accusarti […] sia una prova di correttezza morale. E’, invece, una scappatoia per scusarti. La via dello scusarsi non serve nemmeno alla poesia: tu sei fregato anche come poeta se prima di tutto non cerchi di combattere a muso duro le tue debolezze […]».
Più avanti: «E se non vuoi dare l’esame di latino, vai a fare il manovale piuttosto che far stampare i libri di poesia a spese di tuo padre. […] Tu devi dare l’esame di latino e laurearti: poi rifatti vivo». Come dire, se non farai quello che ti dico, e che è tuo dovere fare... non farti più sentire.
Nel corpo della lettera Betocchi inserisce quattro versetti di Rimbaud, che resteranno impressi nella coscienza di Ercolino:

  Oisive jeunesse
à tout asservie,
par délicatesse
j’ai perdu ma vie.

L’atteggiamento duro e deciso di Betocchi era sicuramente quello che ci voleva per stimolare Ercolino e infatti di lì a non molto supera l’esame di latino, chiude la tesi sul primo Verga e si laurea.
Scrive a Betocchi, il quale, molto soddisfatto, riallaccia volentieri il dialogo epistolare e riprende a dargli consigli utili: «[…] Ho pensato alle consolazioni che ne avrà avuto il tuo babbo, la tua mamma… e son più contento di averti scritto quella letteraccia di sei mesi fa che di quelle, non molte, poesie di qualche significato che ho scritto. Ma anche la letteraccia non sarebbe servita a nulla se tu non avessi avuto la stoffa dell’uomo capace di reagire […]».
Ed ecco il consiglio: «[…] Pensa ora a ottenere le sistemazioni che meritano il tuo titolo […] Pensa a dare concorsi, esami, quel che occorra: poi inizierai gli studi che faranno tanto piacere a Luzi, a me, a chi ti vuol bene».
Molto importanti, tra l’altro, alcune lettere in cui Betocchi, al quale Ercolino chiede di rinfocolargli la fede che si è attenuata, dichiara di averla persa lui stesso e di non potergli essere d’aiuto.

Dicevo che la poesia è il contenuto principale della corrispondenza e del sodalizio che si crea tra i due poeti. Betocchi è forse la persona, insieme a Macrì, maggiormente chiamata in causa per la prima produzione poetica. D’Andrea dedica a Betocchi e alla famiglia Spazio domestico, dove, tra l’altro, si legge un verso del poeta fiorentino: “Ahi! questo mondo è casalingo...”, all’inizio della parte prima.
Alcune liriche sono poi dedicate ad amici poeti: a Luzi (“Far versi”), a Macrì (“Questo non batter d’ali”), a Lisi (“Tra ombra e luna”), a Bargellini (“Il palpito che a notte”), a Comi (“Non ho che questo cuore”).
A Betocchi è dedicata anche Bruna sorella del 1966, del Betocchi è la prefazione a La porta delle pecore.
Questi tre volumetti risentono molto del Betocchi: ce lo dice lo stesso poeta che non manca di segnalarlo a D’Andrea. Nella lettera del 13 settembre 1966 così infatti scrive Betocchi: «La poesia che mi hai mandato è graziosa e finissimamente scritta, ma a parer mio è troppo Betocchiana, specie del Betocchi “Altre poesie”».
Nella stessa lettera si fa riferimento alla pubblicazione imminente di un altro libello (Spazio domestico) e si leggono questi giudizi su altri autori salentini: «Oreste Macrì […] il più grande salentino del nostro secolo […]», «Comi vostro patriarca […]».
A D’Andrea offre utili consigli: «Leggi i russi, gli inglesi e gli americani, rifuggi dalla imitazione del Betocchi!! Lascia il Petrarca e Mallarmé ai fiorentini: tienti a Dante, Manzoni e Campanella (e Michelangelo, Jacopone)». Perché questi consigli? Vuole forse che acquisti maggiore concretezza, senso di realtà, attenzione alle cose, alle persone, alle storie degli uomini...
Nella prefazione a La porta delle pecore evidenzia l’eccessivo sentimentalismo di D’Andrea e la chiusura entro i confini dell’uscio di casa, anche se rileva una certa capacità di espressione dei sentimenti e, forse, qualche accenno di superamento dell’uscio di casa.
Nella lettera del 23 aprile 1970 Betocchi gli comunica le sue difficoltà nel trovargli una casa editrice per la pubblicazione di Ozi e negozi. Gli fa sapere di apprezzare gran parte delle poesie incluse nel libretto. Le migliori, gli dice, sono oltre a quelle della prima parte, anche “Il fiore dell’incontro”, “Pur se da questo scrimolo di luce”, “Auguri per l’inverno” e “Mesto frutto”. Gli dichiara di trovar belle anche “Come antica stampa”, “Stagioni e l’infanzia”, “Mia nonna”, “Una lumachina”, “La pazienza ti monda”, “Mamma di latte e di cielo”.
Gli consiglia di partecipare col libro ad un concorso di poesia che ritiene particolarmente adatto, il concorso-premio di poesia “R. Gatti” (2 agosto 1971).
Betocchi mostra di apprezzare la spontaneità e la genuinità di D’Andrea al quale riconosce una vocazione naturale di poeta; teme però che finisca per sacrificare la sua natura, correndo dietro a topoi e stilemi di altri poeti e territori. Nello stesso tempo lo incoraggia ad allargare gli orizzonti dell’ispirazione al di là dell’ambiente familiare e degli affetti più vicini.
Intravede probabilmente in D’Andrea la “stoffa” del cantore della patria salentina che deve scoprire e possedere un altro Comi, il «García Lorca del Salento».

Nella lettera del 3 agosto 1972 gli scrive: «[…] fossi in te, starei più vicino a sentir Macrì che non a leggere i poeti fiorentini Betocchi e Luzi perché […] tutte le volte che tu ti rifai alle formule e agli stilemi di Betocchi o di Luzi […] tu cadi in divagazioni rispetto al tuo reale consistere di poeta. Un consistere che non è soltanto quello dello spazio domestico, ma io direi assai di più […]».
Betocchi pensa «[…] a un fondamento popolare e magico cristiano salentino otrantino […]», «[…] il García Lorca del Salento: non voler essere un mediocre imitatore d’altra e diversa poesia».
Qualche giorno dopo (lettera dell’8 agosto 1972): «Avevo già letto il tuo fascicoletto ed espresso il mio parere […] E’ un parere che ti prende un poco a spintoni ma che cerca per il tuo bene di riportarti nella orbita che ti è propria e che il buon Oreste ha voluto chiamare “spazio domestico”: io ti ho parlato invece di quell’altro spazio che consiste nella tua piccola patria […]».
L’invito ad essere originale, fedele a se stesso, espressione poetica della sua terra, è continuo. Si ripete nella lettera del 22 agosto: «Resto invece dell’opinione, che è anche quella di Macrì [evidentemente i due poeti parlavano spesso tra loro di D’Andrea], che se hai una fedeltà da osservare, e nella quale ti potrai affermare, è quella della tua naturalità salentina. Naturalmente a patto che, come tu giustamente dici, tu possa conseguire a traverso di quella, o meglio toccare attraverso di quella un “juanramonismo universale”».
Gli consiglia di tenersi vicino a L’Albero: «Qualcosa che io vedo, nei tuoi riguardi, come era “Il Frontespizio” per me». Si augura che i “gerenti” della rivista comprendano l’importanza di «allevare nelle proprie pagine un nuovo poeta e nutrito dal sangue di quella terra dove la rivista è nata e cresciuta».
In un’altra lettera (26 luglio 1971) Betocchi si era fermato a parlare largamente di poetica sull’abbrivo di Ozi e negozi. In questa lettera non è parco di appunti critici e di consigli: «La tua poesia di Ozi, negozi balzella proprio così, così verde e luminescente, e a palpiti, specie nella prima parte che va fino a pag. 48: con un sentore […] più libero che nella seconda […]», però «tu vi mescoli sentire toscano e pugliese […] il senso di non bene accordato deriva […] dal fatto che la tua bruciante confessione mette al fuoco legna tua verde e legna mia secca insieme».
A pag. 12 del libro (poesia 2) rileva scarsa attenzione allo stile: «[…] saper dire […]», che non è il «[…] saputissimo tuo (pag. 54, “sorrise / di lor divelta grazia” ) che è certo un manierismo letterario decadentistico». La prima parte, che va fino a pag. 48, è più fresca e più sorprendente, da pag 48 in poi è «poesia più compiuta».
Nel mese di maggio 1981, dopo un lungo silenzio di D’Andrea, rimproverato dal poeta fiorentino in un biglietto del 7 marzo, viene pubblicato Bellezza della madre, che Ercole invia a Betocchi.
Il suo giudizio è entusiastico. Ecco come si esprime nella lettera del 10 giugno 1981: «[…] Ho letto di un fiato, e poi riletto trovandolo il più bello dei tuoi libri. Bellissimo poi nella parte ultima, che ha il bel titolo del libro intero, ma anche perché è proprio in quest’ultima parte che tu rinunziando a certi vezzi tuoi personali […] della prima parte […] ti esprimi più concretamente cercando appunto la tempra della poesia nel concreto della esistenza, e negli affetti prossimi […] Con lei [la madre], e il fratello e la sorella, la tua poesia si costruisce saldissima. A parte il fatto che anche la poesia a pag. 32 [X - “Qui dove ogni pietra è fiore”] e altre simili della parte iniziale sono squisite».
L’ultima lettera porta la data del 12 gennaio 1985. Mi sembra opportuno riportarla integralmente:

«Caro D’Andrea,
ho ricevuto verso la fine del mese di dicembre la tua affettuosissima del 19 dicembre, piena di comuni ricordi, fra i quali, famosissimo per entrambi, quello di Mario Luzi, che per te e per me è un grandissimo poeta e amico.
Vedo che il mio ricordo anche nel tuo bigliettino è completato dal rammentare la mia fotografia sorridente che ti consola come si usava un tempo.
Spero che avrai visto l’ultimo stupendo libro di Mario Luzi sulla prosa italiana e che te ne nutrirai.
Abbi dunque tutti gli auguri più affettuosi per l’anno nuovo e per le tue imprese che debbono ricollegarsi alle comuni letture ed affetti.
Un abbraccio dal tuo Carlo Betocchi».

La breve lettera, scritta a macchina su cartoncino, precede di un anno la morte del poeta, che si spegne nel 1986 ad ottantasette anni di età. Viene a mancare a D’Andrea forse lo spirito a lui più congeniale.

[lettera dattiloscritta]

50121 Firenze, 23 Aprile 1970
Borgo Pinti 61

Caro e imbronciatissimo Ugo d’Andrea… perché non potrai non essere imbronciato dopo avermi scritto, nientemeno che in data 31 Marzo, una lunga e bellissima lettera come quella che accompagnava “Ozi, Negozi”, ed avere atteso, finché non riceverai questa, almeno 25 giorni! Io, per altro, non ti avevo affatto dimenticato, e sempre con struggimento, pensavo a questa risposta da darti: ma, ahimè, è la vita che si dimentica di me, a volte mi lascia nell’ignavia, sebbene il peggio sia che l’ignavia semmai consegue alle difficoltà che – sembra fatto apposta! – si fanno più fitte proprio ora che vorrei pensare tranquillamente alla dolce morte, mentre invece non mi danno pace, i guadagni falcidiati (e bastavano per vivere alla meglio), il lavoro in pericolo... ma lasciamo andare e veniamo dunque a te.
Il peggio che devo dirti è che il tuo sogno di vedere stampato “Ozi, Negozi” da parte di Vallecchi, e sia pure a tue spese, è del tutto irrealizzabile. Ne ho parlato con Pampaloni, con Righi, che sono poi i reggitori della baracca a cui s’è ridotta l’antica e gloriosa Vallecchi: e del resto io avevo al riguardo l’esperienza di casi precedenti. Non pubblicano a spese dell’autore (non lo aveva mai fatto nemmeno il Vallecchi schietto); se non nel caso di Enti che propongano volumi celebrativi o altro, in ogni caso mai poesie. Per il Gabinetto Vieusseux pubblicarono, a spese della istituzione, certi volumi che contenevano tutti i dati bibliografici delle prime edizioni francesi di cui era in possesso la famosa biblioteca. Ora, a spese delle Terme di Montecatini, pubblicano una bella guida della Valdinievole… eccetera eccetera.
Consigli per un altro editore? Non saprei come darteli. Gli editori che pubblicano, anche con molte riserve, a pagamento, son tutti più o meno di credito maculato proprio da questa loro arrendevolezza a un certo interesse non troppo controllato. Fra i tanti, chi scegliere? forse De Luca di Roma. Ma allora non saprei davvero se non ti convenisse, pagare per pagare, rivolgerti alla Libreria Editrice Fiorentina. Nel senso che dal De Luca romano, quello che si occupa dei libri di poesia è poi Lucchesi; e le sue predilezioni non credo che possano andare a un libro come il tuo, – come dice Luzi, – di betocchiana modestia nel suo discorrere. Mentre, sia per questa ragione, sia anche per la prefazione di Luzi, forse troveresti buona accoglienza, e magari prezzo decente, dalla Libreria Editrice fiorentina. E pensa che fu proprio questa la editrice degli ultimi e più fulminanti libri del pugliese Fallacara, di cui Oreste Macrì ha proprio ora raccolto gli inediti, presentandoli con una splendida prefazione. Pènsaci; l’editore sarebbe forse un poco appartato; ma non per chi sa (è vero che non sono molti), chi sono io; e pertanto metterebbe molto volentieri l’occhio sul solo e miracoloso discepolo che il Betocchi (come una specie di Germain Nouveau riapparso) ha avuto da vivente tra i poeti italiani. Ti dico la verità... che ero quasi fiero di essermi salvato dagli aficionados imperversanti prima intorno a Ungaretti, poi a Montale, poi a Luzi: mi pareva che ciò fosse segno che dalla mia strada non s’andava alla letteratura (come non ci si va dagli Inni Sacri del Manzoni, mentre ci si va dai Canti del Leopardi…). Bene: a me piacciono gli Inni sacri: sono infatti poesie al servizio del popolo: e il popolo non si risolverà mai in letteratura...
E tu, difatti, sei costruito in quello strano panno di uno che non si sa se voglia far poesia o altro, un non definibile altro. Diciamo subito che il titolo mi è piaciuto molto; e molto la presentazione di Luzi. Poi vedo che ti sei rifatto da un’epigrafe betocchiana e sei passato ad una dedica a tuo padre e a tua madre, che anche m’è stata cara. Poi c’è la lunga sequela delle poesie della doverosità, ovvero del tuo impegno morale, che Luzi ha tanto bene descritto. In questo settore le mie scelte vanno alle poesie V-VI-X-XI-XV-XVI-XIX-XX-XXI-XXVIII-XXXII-XXXV-XXXVIII. Poi ci sono le poesie dall’Ag. 69 al Febb. ‘70, dove la più bella mi sembra la poesia “Pur se da questo scrimolo di luce”. Apprezzo “Il fiore dell’incontro” che sembra a mezzo tra me e Luzi, e ti ringrazio della dedica sulla poesia che segue (A ogni passo festeggi la morte), che tuttavia mi sembra meno ben riuscita: altre poesie che segnalo di mio gusto sono “Auguri per l’inverno” e “Molto frutto”. Infine siamo alle “Prime”. Non vorrei farti dispiacere dicendoti che tra queste sono le poesie che leggo più volentieri: come la bellissima “Come antica stampa” e poi “Stagioni e l’infanzia”, “Mia nonna”, “Una lumachina”, “La pazienza ti monda”, “Mamma di latte e di cielo”. Sono in parte le poesie de “La bruna sorella”, libro a me dedicato nel ‘66, prima de “La porta delle pecore”, appunto stampata dalla Editrice Fiorentina con la mia presentazioncella... Ma per oggi intanto ti lascio e ti abbraccio, sorpreso come sono a tradimento dalla fine del foglio, e dall’ora che si fa tarda. Scrivimi tue nuove considerazioni e ricordami ai tuoi. Carlo Betocchi

[lettera dattiloscritta]

50121 Firenze, 26 Luglio 1971

Carissimo D’Andrea,

ebbi le tue, come sempre affettuose, dell’8 e del 18 Luglio, alla quale ultima ha fatto seguito la bella edizioncina di OZI, NEGOZI: che ti ringrazio di avermi mandato con una dedica altrettanto affettuosa. Formiamo una bella coppia, noi due, con l’unico maestro che, come tu dici, sarei io, e l’unico allievo che, come dico io, sei tu: una coppia singolare che, in fondo, hai inventato tu stesso, e che magari è anche la più curiosa delle tue invenzioni: dove io sono come uno di quei bruchi luminosi che stan fermi su un greppo, vagamente luminosi come infatti s’addice alla mia vita ormai stanca, e tu invece una luccioletta che gli vaga e saltella d’intorno. Un piccolo sistema campagnolo, fuor delle grandi galassie e dei conosciuti universi. C’è anche da dire che la tua poesia di OZI, NEGOZI balzella proprio così, così verde e luminescente, e a palpiti, specie nella prima parte che va fino a pag. 48: con un sentore, in tutta questa prima parte, più libero che nella seconda, quale alle narici infantili era quella dei verdi prati e campi notturni quando s’usciva d’estate, coi nostri genitori, verso i freschi e dolcissimi umidori di quelle notti. Notti sorprendenti poiché la natura era la stessa, era quella dei campi dove avevamo scorrazzato nel meriggio, conoscendone tutti i cantucci, e senza mistero alcuno. Ma la sera, invece, gli stessi luoghi erano pieni di cose sospese, di cose taciute, di cose nascoste, tanto che avevamo bisogno, ogni tanto, di riattaccarci alla mano della mamma. Dunque diciamo che fino a pag. 48 i tuoi OZI siano ricchi di tanta oscura e misteriosa verdezza; ma insieme, anche, di tanta confusione quale appunto era allora, nell’umida notte odorosa, la nostra trepidanza infantile. Letterariamente parlando potrebbe anche dirsi poi che questa confusione ha probabilmente una sua specifica natura: che dovessi dirla io, per quel che può credersi alla mia scarsa chiarezza di critico, potrebbe anche consistere nel fatto che tu vi mescoli sentire toscano e pugliese, tradotto in un dettato qualche volta stranito dagli echi toscani nella difficoltà pugliese di praticarli proprio con tutta la naturalezza d’uno che sia sempre stato sull’Arno. Mettiamo il caso: pag. 38: Mai sempre avventurato, distante / di quel che ami…: di o da? Ovvero, pag. 51: “quelli t’affido, che tu sei più da me”. Ovvero, pag. 81: “del primo venerdì di mese”. Ho notato alcune quisquilie per dirti però che al lettore che son io stride e stona che a pag. 38 non si dica da, che a pag. 51 non si dica da più di me, e che a pag. 81 non si dica venerdì del mese: e la cosa reca un disagio che è simile a quello delle stecche che avviene di sentire qua e là da un’orchestra già di per se stessa scarsa e non bene accordata. Ora, nel tuo discorso poetico fino a pag. 48, il senso di non bene accordato deriva (forse per me solo) dal fatto che la tua bruciante confessione mette al fuoco legna tua verde e legna mia secca insieme: che è l’effetto delle tue fervorose letture dei miei versi: dalla qual cosa ti avevo sempre detto di guardarti; ed avviene che in quella specie di casalingo falò io veda un lingueggiare scarso di vampe tra molto fumo: col quale fumo non voglio dire leggerezza delle cose dette, ma piuttosto frequente oscurità. Che è, d’altra parte, la innocente ed affettuosa rappresentazione della tenera naturalezza tua. Ed inoltre, perché non cercare di evitare crudi urti e ripetizioni di consonanti prossime come addirittura nei tre primi versi della poesia 2 a pag. 12? “La tua poesia cercatela altrove / casa tua tuba silenzio e disamore / a causa tua…”. L’effetto di lettura è orrendo quando si incontra un “casa tua tuba” che poi si ripete in un “a causa tua”: e non credere, Andrea mio, che le ragioni della poesia possano mai dimettere queste segretissime quisquilie del saper dire…: un saper dire che per altro non deve cadere nel saputissimo tuo (a pag. 54) “sorrise / di lor divelta grazia” che è certo un manierismo letterario decadentistico.
La seconda parte, anche se non ha quel sorprendente odore e confusione di campo notturno con un’anima che ci annaspa dentro, è tuttavia poesia più compiuta. Ma a questo punto il cattivo giudice che son io non sa più che cosa scegliere, se la pulizia e il nitore specie delle poesie prime, da pag. 63 in poi, o tutto quello che precede. In fondo quella pulizia da pag. 63 in poi è anche studiatamente letteraria, spesso: mentre quel fascio di sarmenti messi tutti a bruciare insieme fino a pag. 48 ha più del naturale, nel suo confuso. Che non sono un critico si vede di qui: che qui mi fermo, e non decido nulla. Solo che ti segnalo le pagine da me preferite: anzi cito i numeri delle poesie, cominciando dal n. 4 a pag. 14: 7, 11, 12, 13, 16, 18, 19, 20, 21 (un vero hai-kay), 22, 31, 37: passo ora alle pagine: 52, 53, 55 e poi tutte le poesie da pag. 59 a 90 con riserva per le poesie a pagg. 69, 76, 80. Alla poesia di pag. 89 (Far versi) ho scritto accanto: Saba. M’è sembrato che ce ne fosse un gradevolissimo ricordo. E grazie della poesia a me dedicata: dove io ho trovato che la parte migliore comincia da: “qui mi sia dato solo ricordare”.
Eccoti un letterone magari fastidioso: ma che non potrai dire superficiale. Tale è l’affetto che ha per te il tuo vecchio

Betocchi

[sul margine sinistro del foglio, a penna, di non facile lettura]
Appena avrò notizie di un premio adatto te lo segnalerò. Ci sarebbe stato il Premio Gatti, a Bologna, ma la data del tuo libro ne lo esclude.

[lettera dattiloscritta]

Firenze, 3 Agosto 1972

Carissimo Ugo,

mi fece molto piacere la tua visita fiorentina e anche molto piacere di aver conosciuto quel tuo fratello che m’apparve simpaticissimo anche perché – scusa la schiettezza – completamente libero da ipoteche poetiche. Infatti io sono così violentemente cacciato dalla mala sorte nel pentolone della prassi che mi sembra di aver perduto perfino i primi elementi del far poesia, a cominciare dalla voglia. Però quando le leggo mi pare di capirne ancora qualcosa. E, fra l’altro, avendo ricevuto “L’albero” (che deve essere un tuo affettuoso pensiero e anche dell’ottimo Donato Valli), debbo dirti che mi sono fermato ammiratissimo sulla stupenda poesia di Alfonso Gatto: al quale ne scriverò in modo particolare. Bizzarre assai le conversazioni fra Paradiso e Inferno del mio carissimo Pierri. Ma per venire a te ti dirò che ho riletto qui anche il pezzo di Macrì che ti riguarda e che avevo già letto nell’estratto da te ricevuto: molto estroso, simpatico e interessante; come altri pezzetti estrosi del Macrì e benissimo azzeccati ho visto nello stesso numero de “L’albero”. Per venire alle tue poesie son qui a dirti che, in fondo, non c’è dubbio sulla tua capacità di originale poesia: ma, fossi in te, starei più vicino a sentir Macrì che non a leggere i poeti fiorentini Betocchi e Luzi perché, tutte le volte (e in queste poesie che mi hai lasciato capita sovente nei riguardi di Luzi), tutte le volte che tu ti rifai alle formule e agli stilemi di Betocchi o di Luzi (qui sono piuttosto fitte le ripetizioni da Luzi, vedi poesie I, II, VII, X, e altre minori che trascuro), tu cadi in divagazioni rispetto al tuo reale consistere di poeta. Un consistere che non è soltanto quello dello spazio domestico, ma io direi assai di più perché, leggendoti con molta passione, m’avvedo che la tua fantasia è legata a un fondamento popolare e magico cristiano salentino otrantino nel quale devi rifugiarti con tutta la tua intensità trascurando qualunque altra sollecitazione di quella poesia non autoctona e che in fondo non ti è congeniale che per vizio intellettuale, quale sarebbe la poesia toscana dei tuoi Betocchi e Luzi. Tu puoi essere, se vuoi, il Garçia Lorca del Salento: non voler essere un mediocre imitatore d’altra e diversa poesia. Dette rapidamente queste note dopo aver scritto due righe anche a Tentori che ha ricevuto una tua cartolina ed al quale ho accennato di questa tua plaquette. Nella quale le poesie che trovano il mio maggiore consenso sono la III, IV, V, VI (quantunque un poco oscura), VIII e XIII.

Un abbraccio dal tuo Betocchi

   
   
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