Marzo 2007

Transumanza: da Castel di Sangro a Lucera

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Il tratturo del re
Monica Marano - Alberta Marescalchi
 
 

 

Il viaggio lungo il tratturo, era detto “monticazione”:
le mandrie, con i pastori al seguito, lo intraprendevano a maggio, con
la chiusura della Dogana.

 

 

Erano le “vie erbose” che scendevano dall’Appennino centro-meridionale e collegavano l’Abruzzo e il Molise con le terre a clima temperato del Tavoliere della Puglia. Erano i tratturi, gli antichi percorsi delle greggi in transumanza, soggetti a un rigoroso regime fiscale, che era stato istituito dall’aragonese Alfonso I nel 1447 con la “Regia Dogana della Mena delle pecore di Puglia”. Le vie erbose erano sentieri generalmente ampi. I più importanti, quelli che si snodavano con una fascia erbosa mediamente larga 60 passi napoletani, (più o meno equivalenti a 111 metri), erano detti “regi”: vere e proprie “autostrade del Re”, che periodicamente venivano sottoposte a controlli dei limiti della superficie che frequentemente era usurpata dai proprietari dei terreni confinanti.
I tratturi in genere, e quelli di primaria importanza in particolare, presentavano tracciati che assecondavano le naturali conformazioni dei luoghi, creando un’orditura del paesaggio storico e coniugando le connessioni ambientali e naturalistiche con una vera e propria rete di relazioni sociali e culturali. Gli sbocchi, poi, erano multipli. Sempre muovendo dall’Abruzzo e dal Molise, i tratturi culminavano in Campania e in Calabria, oltre che in Puglia e in alcune brevi fasce della Basilicata. Per quel che riguarda la Capitanata, le vie erbose regie erano tre: la Pescasseroli-Candela, la Celano-Foggia, e, non meno importante, la Lucera-Castel di Sangro.

Quest’ultimo, anche se presenta una configurazione abbastanza ristretta, a causa delle continue usurpazioni, ha un’evidente continuità di tracciato, contraddistinto da una ricchissima presenza di testimonianze storiche, artistiche e naturali, che ne fanno un esempio emblematico della civiltà della transumanza. Lungo tutto il percorso, che si snoda per ben 130 chilometri, dalle campagne pianeggianti del territorio di Lucera fino al ponte sul fiume Fittola, nei pressi di Castel di Sangro, è un susseguirsi di splendidi paesaggi e di bellezze incontaminate, che includono i segni inequivocabili di un’edilizia rurale che la cultura agro-pastorale ha impresso all’etnogeografia: nobili masserie, un giorno centri fiorenti di economia curtense; fontane dai profili netti, scolpite nella pietra, con la cattura di fresche acque sorgive; silenti borghi rurali con skylines emergenti con torri e castelli a misura d’uomo, e con piccole chiese che conservano ancora il clima di spontanea devozione popolare; e cippi viari, croci scolpite, cappelle solitarie, taverne dirute, ponti e guadi sui torrenti, anche questi frutto di un’architettura spontanea a servizio dei pastori e dei viandanti.
E dentro questo armonioso patrimonio corale, alcuni celebri esempi di architettura monumentale: le solenni chiese angioine di Lucera, le chiese romaniche della Capitanata e del Molise con cospicui fregi scultorei e con sorprendenti affreschi, la maestosa Basilica di Castel di Sangro, e poi le rocche medioevali, le torri di vedetta, le masserie fortificate, le dimore gentilizie di campagna, e tutto un contesto che riporta alla mente il passato feudale di queste terre.
Il paesaggio rurale incornicia a sua volta un paesaggio naturale meritorio di esplorazione e di scoperta. È il caso dei boschi dei Monti Dauni, che videro Federico di Svevia praticare la caccia col falcone; ma anche del lago di Occhito e della diga sul fiume Celano, presso Borgo San Giusto, nel territorio lucerino, dove si possono osservare numerose specie di uccelli migratori. Poco più a nord, in terra molisana, le dolci alture boschive e il fresco gorgoglio di numerosi torrenti ancora custodi di trote e di granchi d’acqua; fino al confine con l’Abruzzo, con i Monti della Meta e con le Mainarde a vista, che preludono ai contrafforti rocciosi del Parco Nazionale dell’Abruzzo, del Lazio e del Molise.
Il viaggio lungo il tratturo, dal Tavoliere fino ai pascoli abruzzesi-molisani, era detto “monticazione”: le mandrie, con i pastori al seguito, lo intraprendevano a maggio, con la chiusura della Dogana. Si ripartiva da Lucera, dalla parte della celeberrima quercia monumentale di Santa Justa, o dalle vicinanze della diga sul Celone, presso il sito di una colonia di età paleocristiana. Tappa successiva, Biccari, ove reperti dell’età del Bronzo dimostrano che il territorio era utilizzato già allora per la pastorizia: e ancora oggi Monte Sidone, Monte Cornacchia e le rive del Lago Pescara ospitano bellissimi pascoli.
La direttrice del tratturo prosegue per Alberona, oltre il guado del torrente Salsola, col paesaggio caratterizzato da torri con colombaia e da numerose fontane in pietra, e per Volturino, dove presso il guado del torrente Radiosa c’era l’importante Taverna del Cavallaro: qui il tratturo segue il tracciato di un’antica via romana. Si profila, poi, Motta Montecorvino, ai piedi del Monte Sambuco, dove ci doveva essere la città di Pietra, poi scomparsa. E poco dopo appare Volturara Appula, col Santuario romanico della Madonna della Sanità. Oltre, è San Marco La Càtola, dal nome del torrente che attraversa la vallata: area di una faggeta a Monte Orlando, fontane (pila del Ladro e pila di Sant’Onofrio), chiesa matrice che custodisce le reliquie di San Liberato, festeggiato il 19 agosto con la giostra medievale della “Jaletta”. Da qui si risale a Monte Sant’Angelo («Terribilis locus iste», nella gran caverna del Santuario dell’Arcangelo Michele; e Tomba di Rotari, in realtà destinata ad altro uso – o culto – diverso da quello di ultimo approdo del monarca longobardo), luogo di pellegrinaggio di re e imperatori per una lunga età, e cielo di San Giovanni Rotondo, intriso della memoria di Padre Pio.
Si abbandona la Capitanata dopo un lungo cammino, circa 46 chilometri, e poco prima del Ponte dei 13 Archi, sul Fortore, si entra in Celenza Valfortore: la leggenda attribuisce a Diomede la fondazione della città, con il nome di “Celenna”, sul Colle della Valva. Distrutta dai Romani dopo la vittoria su Pirro, fu ricostruita col nome di “Celentia ad Valvam”. Oltre il Ponte è Tufara, paese natale del santo eremita San Giovanni, fondatore nel XII secolo della potente badia benedettina di Santa Maria del Gualdo, presso Forano, nel Beneventano. Sulla vallata, solcata dal torrente Teverone, vigila un possente castello longobardo. Ancora un torrente, il Tappino, ancora un massiccio castello, ma con affreschi del ‘500: il tratturo percorre il territorio di Gambatesa, con una croce lapidea issata sulla Chiesa di San Nicola di Mira (il Santo cui sono dedicate moltissime chiese e cappelle lungo l’intero percorso della via d’erba) e con le taverne del Conte (ruderi), del Tufo e di Petruccio (masserie). Altra taverna, a Pietracatella, insieme con i resti del Casale Grimalda, e, al centro abitato, la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, dove il martedì dopo la Pentecoste rivive una tradizione legata alla civiltà pastorale: alla chiesa è legata la festa della “Madonna della ricotta”, ottenuta dalle pecore pascolate presso il “Campo della Madonna”, costituito da vari terreni donati alla chiesa stessa. Una taverna è segnalata col nome Piedricatello. Poi il tratturo entra nel territorio di Toro, passando per un ponte a schiena d’asino: nella chiesa di San Salvatore sono custodite le reliquie del patrono, San Mercurio. Lungo il fondovalle è Campodipietra, paese che, grazie alla sua posizione strategica, l’Imperatore Arrigo II di Sassonia scelse nel 1022 come base per assediare i bizantini insediati in Capitanata.
Una scorciatoia porta alla Taverna del Cortile, con a vista le mura ciclopiche del Castello Manforte, di Campobasso. La taverna, ancora visibile, incrocia il tratturo regio con il braccio Cortile-Centocelle, anche questo in pieno territorio sannitico. Poco lontano da qui, sul ciglio del Vallone Ingotte, sono le “Ripe”, dimore con aree dedicate, grazie a una “zonizzazione” ante litteram, ai contadini, ai fabbricanti del gesso, ai lanaioli e ai funai (nella chiesa dedicata all’Assunta è custodita una rara copia della Sindone).

Ma tappa più significativa del tratturo è quella della Chiesa della Madonna della Neve alle Quercigliole, di grande suggestione paesaggistica. Il centro di Castropignano, con le mura ciclopiche scoperte nelle vicinanze della Rocca, è identificato con la città sannitica di Palombino. Proseguendo, si apre l’ampia visuale della splendida Vallata del Biferno, dominata dalla mole squadrata di una torre medioevale. Primo tenimento, quello di Oratino, con la Macella a vista: i portali, le balaustre e i balconi delle dimore gentilizie rivelano l’alta perizia delle maestranze locali, con un artigianato legato all’opera di fabbri, doratori, vetrai, pittori e scalpellini. Tre torri angolari circolari e un corpo trapezoidale caratterizzano il castello di Torella del Sannio, che sorge sulla collina del Ciglione, anche se l’insediamento sulla vicina altura di Collalto consentiva un più efficace controllo strategico sui transiti lungo l’antica pista fratturale. La chiesa parrocchiale conserva le reliquie di San Clemente martire.
Il più piccolo paese della provincia di Campobasso dà il nome alla Regione. È Molise, dal nome del nobile cavaliere di origine normanna Rodolfo de Moulins, al quale Roberto il Guiscardo nell’XI secolo assegnò la Contea. L’origine è antica, come testimonia una lapide in lingua osca. Poco più in là, la vecchia Civitavecchia del Sannio ha poi preso il nome di Duronia, dal nome dell’antico centro sannita, a guardia del fiume Trigno, espugnato dai Romani. Una splendida croce viaria del ‘400 indica la direzione del tratturo, da qui largo in tutti i 111 metri, verso Civitanova del Sannio, fino alla vallata del torrente Fiumarella. Guadato il Trigno, la via d’erba raggiunge Chiauci, poi la Taverna Ducale introduce a Pescolanciano, di cui vanno ricordate la “Fonticella” in pietra con abbeveratoio per le greggi, la riserva naturale di Collemeluccio istituita dall’Unesco, le fortificazioni sannitiche e una torre sveva. Poi il tratturo tocca la località “La Pianella”, che apre lo sguardo sul fondovalle dominato da Carovilli, centro in cui vivissima è la memoria dei pastori transumanti, anche per la particolare posizione, che collegava questo tratturo con il Celano-Foggia. Lungo il braccio e poco fuori dall’abitato, una lapide murata sul prospetto della chiesa di San Domenico riporta l’ordinanza del Reame di Napoli con la quale si riconosceva alle comunità di Carovilli e Castiglione il diritto di riscuotere il pedaggio per i pascoli occupati oltre la fascia fratturale. La chiesa dell’Assunta accoglie le spoglie di Santo Stefano del Lupo, nativo del luogo, la cui casa natale è individuata in un ambiente del borgo antico. Poco lontano, Roccasicura è sul Monte Ferrante, che forse deve il nome alla presenza di una fonderia di epoca sannitica: visibili i resti di una fortificazione del VI-V secolo a.C. che garantiva il controllo dell’area fratturale interessata dal passaggio del Celano-Foggia e del Lucera-Castel di Sangro.
Oltre il ponte sul torrente Mandra si raggiunge Forlì del Sannio, situato sul corso del tratturo Pescasseroli-Candela, in un contesto ambientale di grande suggestione paesaggistica. Antica Forulum, inglobata in epoca longobarda nella Contea di Isernia, fu poi feudo dei potenti Carafa. Ultima tappa in territorio molisano, Rionero Sannitico, (antico nome: Rivinigri); o meglio ancora, una delle sue otto frazioni, Montalto, dove i tre tratturi restringono i corsi, come per trovare un unico punto di fusione. Rigoglioso l’ambiente naturale, per la presenza di ricche sorgenti; e pregevole quello faunistico, per la presenza del lupo e dell’orso bruno marsicano. Dopo di che, conclude il fondale di Castel di Sangro, che sotto il Ponte sulla Fittola, torrente che confluisce nel fiume Sangro, cerniera per i collegamenti tra Molise e Abruzzo, vede congiungersi il nostro tratturo col “fratello maggiore”, quello che segue l’itinerario da Pescasseroli a Candela. Antichissima città, che alcuni identificano con Aufidena, città sannitica (mura ciclopiche nei pressi del castello, fortificazioni di Civitalta e Curino) divenuta poi colonia romana.
Qui culminava il viaggio delle greggi svernate in Puglia, con la sosta alla frazione di Roccacinquemiglia, ultima meta di anabasi pastorali che hanno dato un nome, nel bene e nel male, alla cultura e civiltà contadina del Mezzogiorno.

 

   
   
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