Bottega delle spezierie

Una stupenda generazione




Antonio Verri



Ecco, siamo all'ultima puntata dell'inchiesta, voluta da Sudpuglia, sugli autori salentini, autori non certo per bizza definiti eccessivi.
Ve li ricordiamo, tanto da avere, con i nomi che verranno fuori questa volta, un quadro completo e splendido della creatività nel Salento, ovvero di quel l'intensissimo microcosmo solare, mediterraneo (a cui, però, non è estranea una famelica luna) che, abbattute oramai barriere storiche, geografiche e culturali (non è ottimismo: guardare bene per credere!), fa i conti e cresce insieme al resto d'Europa. E' un dato di fatto: il Salento non ha mai avuto artisti e scrittori di tanto assoluto valore così concentrati in un dato periodo: la meraviglia, la sorpresa, se volete, è che sono riusciti in un solo colpo a spazzar via provincialismo e altre faccenduole legate all'isolamento e alla distanza!
Autori, si è detto, su cui sicuramente puntare al di fuori di ogni limite e di ogni potere culturale. Uno per volta gli autori già trattati: Salvatore Toma poeta, Cosimo L. Colazzo compositore, Lucio Conversano pittore, Oronzo Coluccia pittore, Abele Vadacca scultore, Costantino Giannuzzi scrittore, Gigi Specchia pittore, Edoardo De Candia pittore. Un nostro lavoro monografico, purtroppo non possibile anche per scelte editoriali, avrebbero sicuramente meritato: F. Tolledi, F.S. Dodaro, A. Massari, A. Errico, R. Guido, F. Gelli, A.M. Massari L. Elia, C.A. Augieri, S. Sperti, R. Spada, E. Imbriani, E. Corianò, C. Ruggeri, A.M. Cenerini, W. Vergallo e volendo in certo modo allargare non avremmo avuta nessuna difficoltà ad includere: A. De Carlo teatrante, F. Bevilacqua fotografo, E. Miglietta operatore poetico, R. Greco pittore, M. Didonfrancesco cartapestaio-pittore, V. Balsebre, P. Liaci, S. Nocera, S. Greco, R. Sambati, Giuseppe Conte, e sicuramente qualche altro che adesso ci sfugge. (E tutto ciò non con la voglia di fare un minestrone, bensì per cercare di tirare le prime fila di questa splendida stagione salentina).
Per rendere ancora più credibile la faccenda dobbiamo necessariamente tirare in ballo, far quadrare il tutto con puri creatori come: Ezechiele Leandro, stupendo pittore istintuale, valoroso soldato di filo di ferro; Carmelo Bene, dissacratore barocco a cui è stato facile, con "Nostra Signora dei Turchi" e con "A boccaperta", dare le coordinate poetiche per un Salento non identificabile nei muretti a secco e maturo per levitare; Vittorio Pagano, una meteora poetica tutta ancora da scoprire e che, una volta in piena luce, ci condurrà, ci schiuderà le porte di un sottilissimo e raffinatissimo rapporto con una delle più mature civiltà poetiche, la francese; altro poeta che ci lega all'Europa (pianeta spagnolo stavolta), con suggestioni e disperazioni indicibili, è Vittorio Bodini. E se a Bodini, Pagano, Bene, Leandro, aggiungiamo Geremia Re e Aldo Calò e la vastissima analisi poetica di Francesco Saverio Dodaro e la sfrenata libertà pittoricoespressiva di Edoardo De Candia, abbiamo un quadro completo di quelli che sono stati i nostri maggiori creatori, ma soprattutto gli innovatori che hanno favorito lo stato di grazia della recentissima creatività artistico-poetica salentina, ovvero, lo ripetiamo, un microcosmo che non ha niente da temere nel confronto con altre stazioni operative creative nazionali.
Una creatività non certo in punta di piedi, libera finalmente da quelle tossiche delusioni insite nella famosa formuletta: Sud, condizione dell'anima. Un fare poetico molto ampio (pensate alle stupende realtà di Cosimo Colazzo o di Abele Vadacca, o di Fabio Tolledi, giovanissimi) che cerca i suoi supporti, le sue fondamenta non nel già citato muretto a secco ma nello scambio con altre esperienze e, in un continuo arricchimento, con altri maestri. E se a questo aggiungiamo la spontaneità, i voli poetici e l'impegno continuo, ma anche l'ambizione e a volte un pizzico di geniale arroganza; e aggiungiamo anche la loro smodata e irriguardosa libertà (come non pensare a Salvatore Toma o a De Candia), lo scivolar via facilmente da qualsiasi pastoia o imbottigliamento, o lo schivare con grande intuito le pretestuose e faraoniche iniziative culturali in provincia, che nascondono, con eleganza, bassissime forme di avido potere... Molto voraci, i nuovi autori salentini, solitari, a volte predoni, a volte audaci, geniali, non sono altro che il ritratto di una stupenda generazione -e non importa numerarla - di un nuovo sentire e di nuove costruzioni, qua in un lembo di terra da sempre bistrattato, e per tantissime altre faccende ancora bistrattato...
Ecco, adesso, per non lasciar campata in aria questa nostra tesi o per cercare dei punti fermi in questa nuova realtà, non abbiamo mezzo migliore che entrare, cercare di entrare - per quanto possiamo, naturalmente - con qualche tratto essenziale nell'anticamera dell'officina degli autori di quest'ultima puntata.
Qualche tratto. Non è facile l'impresa. Comunque, prima ci sentiamo di dire, di ribadire (quante volte lo si è ripetuto!) la totale indifferenza, l'ostilità il più delle volte, degli Istituti e delle Istituzioni: l'Università, per fare un esempio, in questa bella stagione creativa non c'entra un bel niente, come non c'entra una sempre più fievole Accademia, o un sempre più invivibile Conservatorio, oppure quei fantasmi, che ogni tanto ritornano (e ogni volta si grida al miracolo), delle Consulte Culturali di Enti che dovrebbero pianificare e non elargire. (in tutta sincerità, non riusciamo a vedere rapporto tra Toma o Pagano e l'Università, tra Coluccia o De Caridia e l'Accademia, e così via: anzi, in questo posto, è tanto più ardua e totalizzante l'avventura del creare quanto più si è lontani da posti deputati!).
Da aggiungere ad altri autori trattati manograficamente. Qualche tratto. Cominciamo con Fabio Tolledi. E' molto giovane, Tolledi, ma è di tanti vasti interessi, strapieno di tanta cultura teorica (soprattutto francese e tedesca) da far impallidire anche un po' di nostri docenti universitari. Poeta, e di fine poesia, a partire dal suo "Altri luoghi" (Pensionante de' Saraceni, 1986) fino alle sue ultime cose che fa circolare in fotocopia. Buon dicitore anche, ottimo scrittore, lavora su di un romanzo che, vi possiamo assicurare, riflette stupendamente la sua vasta cultura. Se vogliamo procedere con i suoi lavori (senza fermarci molto sul personaggio, a noi molto caro, ironico, arrogante, dissacratorio) non possiamo non dirvi di un suo notevole lavoro sulla seduzione (che poi è la sua tesi di laurea), ancora inedito, o dell'immenso progetto (con lui che già lavora nella nostra Università) su di un trentennio capitale nella storia della civiltà europea tra fine Settecento e primi Ottocento.
Niente altro su Tolledi? No, c'è solo da contarci e da puntare con sicurezza (ci corre obbligo ricordare tra i suoi, ma anche nostri, fondamentali amici: Raffaella Cerfeda, la "donna salentina", la sua compagna; Mauro Tre, musicista compositore di carica e simpatia notevoli, con un suo speciale fondo malinconico; Antonio Toma, finissimo lettore, alchimista di tanta ampia cultura). C'è da contarci, dicevamo, su Tolledi animale letterario dalle radici salentine (salentino a tutti gli effetti da otto-dieci anni) e di formazione anche milanese, fondamentale pedina di questa nuova stagione creativa.
Franco Gelli, artista a tutto tondo, che divide la sua vita tra Lecce e Venezia. Non rendiamo giustizia al valore di Gelli fidando solo su di un nostro rapporto di qualche anno fa, ma non possiamo che limitarci a questo per tracciare qualche nostra brevissima nota, rimandando all'Archivio Genetico di Francesco Saverio Dodaro o all'attenzione critica (che quando deve esaminare terreni nuovi o terreni non battuti è sempre più lenta) il giusto profilo di questo artista dai moltissimi interessi, guizzante in tantissimi campi.
Comunque, il tramite per questo rapporto-avventura fu il foglio giallo di "Pensionante de' Saraceni", e durò da gennaio a giugno 1983. Avevamo conosciuto ed ospitato uno splendido e alquanto per noi misterioso Gelli nell'ottantuno e nell'ottantadue, in quelle due provvisorie ma quanto ricche edizioni di "al banco di Caffè Greco". Il primo anno ci spedì un telegramma da Venezia, il secondo ci portò le sue stupende Venezie acquerellate e altra roba. Sempre gentilissimo, discreto, anche misterioso, pieno di curiosità. Poi l'avventura col foglio giallo, con tre numeri del foglio, dove intervenne non solo con due splendidi paginoni (uno dedicato a Bodini, nello spazio della poesia, l'altro dedicato ad un "EXVOTO PER Carmelo Bene (in)adempiendo LACAN", installazione genetica) ma moltissimo con i suoi consigli di impaginazione, il suo costante impegno, il suo rigore, e addirittura con dei candidi soldini quando comprese con quali difficoltà facevamo il foglio.
Ma per avere effettivamente un'idea di questa linea d'avanguardia salentina, ci si può, al solito, rivolgere a quello che ormai possiamo ben chiamare "il grande vecchio" dell'analisi poetica e della proposta poetica: F.S. Dodaro. E allora esce fuori il vero Franco Gelli, ovvero la punta salentino che opera in area di ricerca estremamente avanzata, affrontando i problemi sui diversi fronti: linguaggio, psicanalisi, eccetera. "L'operatore più avanzato, la mente più avanzata dell'area pittorica salentina", ripete Dodaro e poi mi ricorda i Manifesti Genetici di Gelli. "Il manifesto della follia, 1980-1984" per esempio, che sa così, con estrema semplicità (si fa per dire) e competenza, individuare le due strade possibili della cultura e della civiltà contemporanea: " O poesia o follia", questo il testo del manifesto. E poi il legame con Breton e i surrealisti, le sue puntate suIl'emarginazione, sulla poesia, eccetera, eccetera.
Altro operatore interessantissimo del Movimento Genetico (lo abbiamo in altre occasioni ricordato) è Antonio Massari, amico sempre disponibile e altro sostenitore, insieme a Dodaro, dai soliti candidi soldini, per Pensionante giallo."Antonio percorre due strade", ci dice Dodaro, ubbidendo alla nostra preghiera di definire in due parole, "una è quella delle acque, lui è il meccanico delle acque, l'altra è quella Genetica, percorre questa strada con dei lavori di grande interesse e qualità". "E' autore dei manifesti più importanti del Movimento Genetico", e, come per Gelli, ce ne ricorda uno: "oh abitare in una rosa di venticinque stanze" (questo il testo), che è poi il manifesto dell'architettura genetica. Due coleotteri in una rosa, la voglia di abitare nel tondo di una rosa e della poesia.
Continuiamo. Quattro parole per Carlo Alberto Augieri (ne meriterebbe di più, naturalmente). Poeta di squisitissime e solitarie avventure ("i miei viaggi", li chiama), attento, rigoroso, attento soprattutto alla parola, alla sua storia, molti lavori anche critici (lavora in letteratura all'Università di Lecce) e molta operatività dieci dodici anni fa (ha aderito, collaborando anche a GHEN, al Movimento Genetico, in pratica uno dei firmatari insieme anche a Nigro, ed altri. E' recente invece la nostra adesione).
Augieri. Dopo "Skarnificazione" (Lacaita, Manduria) è arrivato "Folstizio, etnoscrittura come ricerca dell'altro" (Pensionante de' Saraceni, 1984), ma sono già maturi altri "viaggi". E per rendere conto di quali sono le intensità e le ricerche di Augieri, non ci resta che trarre un passo dalla introduzione di Ennio Bonea a "Folstizio": "in quest'opera l'autore piega la propria cultura al livello dell'incolto; indaga, attraverso il diretto contatto umano, nel mondo avviluppato della confusione logica, nelle fenditure mentali; si appropria delle formule espressive del folle, dello schizofrenico, dell'"io diviso" e, forte della propria cultura grammaticale, lo libera ... ".
Due, tre operatrici che se non sono subito inquadrabili in una marcata linea poeticopittorica, un bel discorso a parte merita il loro operare come primo collettivo al femminile nel Salento, un collettivo per una presenza femminile nell'arte. "Gruppo terra d'Otranto", è questo il nome del collettivo di cui fanno parte: Rita Guido, Annamaria Massari, Marisa Romano, Rosamaria Francavilla Maritati e Paola Sparro.
Gruppo con una propria operatività anche al di là delle mura salentine, è più o meno recente una mostra alla D'ARS di Milano.
Gruppo pregno anche di valenze sociopolitiche: qualche anno fa, all'Expo Arte di Bari, queste cinque donne presentarono, con buon interesse, un loro lavoro contro il nucleare. Le abbiamo poi riviste ad Otranto, in qualche altra occasione.
Nel versante poetico femminile sono invece da notare due acutissime e scomode e credibili poetesse: Claudia Ruggeri e Anna Maria Cenerini. Verso maturo il loro con l'aggiunta di una buona cultura poetica.
Antonio Errico. Sapete di quelle giovinezze che si consumano in una sola direzione? In una sola direzione e anche con tanta ansia. E sapete di quelle dimensioni ad un passo dalla vertigine, oppure di quelle piacevolezze, complice il libro, che uno consuma in uno scambio continuo lettoreautore-lettore? E sapete di quella estrema sensibilità a certo tipo di scrittura che vien fuori appunto "scrivendo della scrittura"? E sapete di certe ardite associazioni, di certo impasto verbale, grumo, che di solito confina con scoperte e gioventù, oppure confina con sottilissimi innamoramenti o con certi riverberi materni? Beh, tutto questo è Antonio Errico che dopo un volume su Fernando Manno (Pensionante, 1985), poesie apparse qua e là, e un buon numero di articoli e saggi, adesso dirige le edizioni poetiche del "Laboratorio" di Aldo D'Antico, oppure prepara un volume, certamente interessante, sui testi delle canzonette napoletane, per l'editore Benincasa di Roma, in una collana diretta da E. Malato.
Sergio Sperti. Un artista di ottima formazione, di buona levatura intellettuale che senza grande galoppo, senza sfarzo (anzi il più delle volte con perseveranza e serietà artigianali) ha saputo trovare e in una sorta di neoclassicismo far vivere una splendida figura rosso medievale. Sperti anche scultore, restauratore (una chiesa a Parma, molte cappelle, molte tele), esperto d'arte, nella più grande tradizione di bottega. Che altro? Decenni di nostra inalterata frequentazione e amicizia, disponibilità massima, il suo studio nostro "covo" fin dal tempo di quel primissimo foglio innocente che era "Caffè Greco"... E' sempre là Sergio, disavventure che sanno dell'incredibile, interessi che vanno in tante direzioni, Sergio è sempre là, nel suo studio di via Paladini, buon parlatore, paziente, colto, sempre là a mescolare i suoi specialissimi colori, col solito mezzo sigaro in bocca.
In questa stessa ottica neoclassica, anche se il più delle volte viene fuori un materico veramente maturo, si muove anche Raffaele Spada, anche lui con studio ad un passo di via Paladini.
Luisa Elia è una ragazzotta (ce lo perdonerà) di un fare poetico disarmante. Ha il suo studio, strapieno di cosette e cosettine, in una via sul lato destro della Galleria di Piazza Mazzini e forse passerà il resto della sua vita a rintuzzare o a capire i mille motti d'affetto, strambissimi, che Antonio Massari le riversa per lettera o per telefono. Se Antonio è innamorato delle sue cose una ragione certo c'è ed è facile da scoprire: Luisa fa delle macchinose e laiche e poetiche sculture in cartapesta! Va da sé anche il nostro di innamoramento, insieme al piacere di vederla impegnata a Milano o altrove, o al piacere di vederla costruire duecento sculturine in rame come omaggio al nostro amico Toma, o stupendamente pronta con la tesi su Leandro.
Un giovane scrittore, Eugenio Imbriani, collaboratore di Bronzini per Storia delle Tradizioni o per "Lares", con niente di ancora edito se non in rivista, che mentre continua a fare, a produrre certi suoi racconti di una incredibile e a volte surreale fantasia, aspetta una risposta per una edizione da Einaudi.
Un altro giovane, Elio Corianò, studioso di Verga, e vigile urbano all'occorrenza, da anni pratica lussuose operazioni di incollaggio e di intervento coloristico e no: a questa curiosa e stupenda operazione lui da sempre ha dato il nome di "svitart". Negli ultimi tempi lo abbiamo trovato contentissimo degli ultimi risultati della sua tanto varia arte. Non trova però, potenza di questa provincia, un posto pubblico dove mostrarli!
Potremmo continuare, penso, tra l'altro, a Salvatore Colazzo e ai suoi saggi di estetica musicale, a W. Vergallo. L'elenco è vasto. Naturalmente l'elenco è ricco, a parte che del Tolledi e del Colazzo, anche di gente che lavora con una sua dignità, riuscendo talvolta a dare buone cose o comunque buona professionalità e costanza in condizioni quasi sempre disperate, o almeno non certo allegre. Qualche nome lo facciamo anche in questo caso: Antonio De Carlo, autore, attore e "capo" di Scenastudio-Teatrino degli Impraticabili, che già da qualche tempo, con "La Cauteraria" ha varcato i confini regionali. Vittorio Balsebre, focoso e fumoso buon vecchio, di formazione militante, con delle a volte intense intuizioni d'arte. E' stato spontaneo animatore, anche con la sua disperazione, delle due edizioni di "al banco di Caffè Greco".
E poi ancora: Enzo Miglietta, apprezzatissimo operatore poetico che col suo "Laboratorio di Poesia", a Novoli, ha fatto veicolare nel Salento le più interessanti e provocatorie ricerche poetiche nazionali ed internazionali. Cesare De Salve, l'inventore dei triangoli volanti, forbitissimo, magnifico fotografo e designer. Fernando Bevilacqua, fotografo di questa stessa rivista, che con un lavoro che dura da circa due anni (e che sarà volume nei primi mesi del 1989) è riuscito a fermare l'immagine di notevoli autori salentini e no. Mario Didonfrancesco, cartapestaio a Lecce (a due passi dall'Arco di Prato), molto bravo, apprezzatissimo in Europa e Stati Uniti; buon pittore anche, un tempo, ha fatto l'Accademia con Conversano e Roberto Greco. Roberto Greco allora, morto a venticinque anni per un volo da un grattacielo, che secondo noi avrebbe diritto ad una retrospettiva con i suoi oltre duecento lavori, forse per premiare solo l'avventura artistica, la gioventù. Silvio Nocera, con la sua ripetuta figura filiforme, figura che riesce a dare, agli altri elementi del rettangolo testo in cui è inserita, un costante passo di danza, una leggerezza poetica. Abbiamo notato in Nocera anche un buon modo di fare scultura: uomini filiformi, a grumi ! E poi ancora Pietro Liaci e Sandro Greco e Corrado Lorenzo e Vittorio Mastrogiovanni, l'ultimo Giovanni Bernardini, Giovanni Dell'Anna, Romano Sambati, ecc.
Come non possiamo non ricordare quel campo prettamente artigianale da cui, a volte, spuntano fuori delle realtà incantevoli, dei creatori caparbi e disarmati. Tre per tutti.
Il primo, Giovanni Giancane (Monteroni), che non solo eccelle nel preparar civette e pesci e uccelli e altre forme in ceramica, ma cerca, come un alchimista consumato, il segreto per poter ricavare da cotone e lino, in modo artigianale, una carta morbidissima e indistruttibile.
Il secondo, Cosimo Botrugno (Maglie), piastrellista di professione, purissimo autodidatta, ottimo osservatore che sa rendere stupendamente, con delle variazioni di cui è giustamente fiero, opere pittoriche del Novecento che ama.
Il terzo, Cosimo Sorrone (Casarano), è un caso a sé, un bel caso, a dire la verità, che Gino Pisanò, conterraneo del Sorrone, ci ha fatto 'scoprire'. Cosimo Sorrone, artigiano da sempre, ha cominciato un paio d'anni fa (per suo gusto, dice) a lavorare, a scolpire una certa pietra (pietra "serenella") di una cava vecchia tre quattrocento anni, cava che si situa presso la cripta bizantina del Crocefisso, a due chilometri da Casarano.
Una sera a casa del Sorrone, molto gentile e disponibile, ci siamo trovati di fronte a delle creazioni stupende. A parte una fascia di lavori che hanno solo il pregio di essere quasi identici all'originale, quello che splendeva nel suo piccolissimo ingresso era una quantità di volti, di ritratti fatti a volte con poche martellate, dove era facilissimo leggere angoscia, disperazione, distacco; anche una sorta di cumulo inconscio (c'è da sottolinearlo, il Nostro non ha mai posseduto un libro d'arte) di esperienze artistiche del miglior Novecento; una religiosità semplice diffusa, molto riscontrabile nel personaggio; un bello particolarissimo, anzi, arriviamo a dire, la semplicissima istituzione di una nuova Bellezza; forme con vari titoli, qualche forma orientaleggiante, addirittura semplicissime schegge di pietra da cui escono fuori animali primordiali, un volto d'uomo, tutta la carica dell'autore. Figure che si trovavano solamente per caso in quel piccolissimo ingresso, in realtà per noi erano situate in uno spazio particolarissimo, incantato, pieno di cose scarne, di curiosità, di vita dura, di carreggiate lunghissime, di alberi tanto grossi da non poterli abbracciare, di spezie, di tante cose con una dolcezza particolare... Non è indulgere questo (e forse serve anche chiarire che una nuova generazione di autori che non ama i muretti a secco o il cigolante silenzio del carrettiere, meglio, che non ama far letteratura o arte o altro sul muretto a secco o sul carretto cigolante, non debbo necessariamente non sentire le proprie radici ... ). E amiamo Sorrone come abbiamo sempre amato Leandro: dolcezze, bizzarrie, buoni sentimenti, stranezze, audacia e sofferenze e disarmi improvvisi compresi!
Vorremmo avviarci alla conclusione. Il Salento. Il panorama è certo più ampio e più complesso, e comunque il nostro riferimento, come già detto, non va solo agli autori di questa puntata, naturalmente abbraccia gli autori trattati nel corso dell'intera inchiesta.
Si è parlato di una nuova generazione, di una stupenda generazione, si è anche cercato di dimostrare che il tutto non è una frase fatta, si è fatto di tutto per far intendere che il Salento degli Autori non è più il Salento scrostato che è sempre stato, si è fatto di tutto per far intendere che siamo semplicemente in marcia per cercare di allinearci a tutta quella cultura europea novecentesca che fino a mò era nei nostri libri o svolazzante sopra le nostre teste... Si è fatto, si è detto, si è ridetto, ma per entrare ancora una volta nel vivo del discorso diciamo pure che qua nessuno più si scandalizza se Tolledi scrive sulla scrittura (anzi, e non solo da parte nostra, si è molto attenti a questo), e nessuno si scandalizza se Dodaro e Gelli e Massari, sempre più attenti alla ricerca, vengono fuori con analisi e intuizioni poetiche sempre più audaci, oppure se Colazzo, nel corso della sua sempre vorace scrittura musicale, ci dà trascrizioni o rimescolamenti da giocoliere, come nessuno ormai si scandalizza di quel tendere all'essenziale, alle cose purissime, al liberatorio, di Edoardo De Candia, o della foga, dell'audacia, della forza, ma anche della malinconia, insite nel grandioso e quasi divino progetto della Torre di Vadacca. E se a questo uniamo i magici fondali di Toma, il piacere manieristico di Conversano, l'istintuale emporio di Oronzo Coluccia, la voglia di reinventare la lingua di Giannuzzi, eccetera, eccetera, allora il quadro per una proiezione della creatività salentina è completo.
... poi vengono fuori gli azzardi, le vertigini paglierine, le arroganze, l'incostanza, il mai di vivere, le avventure strampalate e piene di poesia, o forse piene di poesia perché strampalate... Un po' di disperazione, un po' di irriverenza, prego!

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