Salento: luogo di frontiera?

La pratica poetica (2)




Fabio Tolledi



L'indicazione emersa nel discorso apparso sul numero precedente di questa Rassegna richiamava, in buona sostanza, l'anomalia costitutiva della presenza letteraria negli anni Ottanta nella provincia di Lecce. Le riviste presenti in questo territorio in quegli anni non fanno emergere una pratica comune, un agire intellettuale forte e ben delineato, bensì sono il luogo dell'attraversamento di molteplici e, talvolta, assai distanti soggettività.
Questo carattere costitutivo di una presenza paradossalmente individuale porta ad errori grossolani allorquando si tenta di accomunare queste esperienze tremendamente differenziate in un progetto unitario, quanto mai esteriore, fittizio e debole.
In questo senso non abbiamo un manifesto o una scuola nella nostra provincia, ma la condizione dello scrivere conduce ad un discorso più profondamente unificante, sostanziata nella pratica di l'una parola senza condivisione e tuttavia necessariamente molteplice", come viene indicato da Blanchot.
Vorrei approfondire ora alcuni temi del discorso poetico partendo dallo specifico del testo, in un rapido panorama della scrittura in forma di poesia nell'ambito che a noi interessa. La condizione esplosa di scrittura che interroga già emerge dal primo brano di Emblema e metafora di Bernardini (Piero Manni ed., Lecce, 1988, p. 17), dove l'ipotetica ragione individua un segno scritto fluttuante, veicolo di una memoria stanca e pronta alla sconfitta:

Ma se il fiato implacabile del tempo
ti sospinge a un'acqua di palude,
il segno scritto resta l'ipotetica ragione
per rendere di te testimonianza al giorno.

L'oggi diviene l'unico spazio allucinato, dove tutto si compie, l'orizzonte non travalica che l'istante, l'attimo, la jetzeit, l'attuale in cui il segno si inscrive.
Troviamo così in Bernardini l'incertezza dell'orizzonte limitato che proietta la propria singola presenza indebolita, dove la poesia civile lascia il posto ad tino strazio civile disilluso, privo di vie di scampo evidenti:

E allora di noi riemergerà disgregata notizia
quando esseri d'altre forme che le nostre
trasvolando lattiginosi ammassi stellari
approderanno [ ... ]
(Se,.... p. 24)

o ancora l'esortazione del Ridateci il dolore:

Ridateci il dolore.
Ci colpisca pure da ignote galassie
dallo spazio illimitato
dalla fuga vertiginosa degli anni-luce.
Ma non condannateci all'estinzione.

(Ridateci il dolore, p. 25)

Tutto si rapprende nell'istante infinito e allucinato di un'esistenza che guarda a se stessa, con continua e sofferta difficoltà, con gli occhi feriti, dove la biografia diviene simbolo. In questo tessuto la memoria si dissolve così come la presenza della quotidianità, da Il cofanetto a Il passo del tempo:

Ti è compagno il silenzio
nella tua lunga solitudine
dove neanche lo squillo del telefono
più ti raggiunge ma solo il passo
veloce del tempo.

(Il passo del tempo, p. 44)

In questo paesaggio desertificato dove il silenzio è la cifra della sofferenza, Bernardini fa emergere la dicotomia essenziale:

Impossibile scrivere la vita, nemmeno una parte,
di se stessi. Solo qualche frammento barlume
scaglie minute: apparire fugacissimo
d'immagini allo specchio o men che immagini,
tuttavia faville della nostra breve giornata.
(Dietro lo specchio, p. 31)

Anche la punteggiatura salta, diviene rada, non rappresenta più un tempo che, ormai lontano dall'essere rappresentato dalla scrittura, travalica l'esistente, nel proprio inarrestabile movimento, in quel percorso che diviene un "viaggio attraverso un buio sentiero" (Addio, amici, p. 86), parole che chiudono Emblema e metafora di Bernardini.
Diverso, ma non distante, il discorso di Salvatore Toma, in cui sembra divenire impossibile la presenza cogente di una memoria fatta di sofferenza:

Come potevamo scordare
se non in un tuffo selvaggio
la crudele macelleria sul marciapiede
le parti squartate dei vitelli
appesi a un gancio
le teste scarnificate
con gli occhi insanguinati
le viscere gettate lì per terra
come volantini?
ci angosciava la polvere nel sangue
la cicca spenta nella gola
ancora accesa
di una vacca appena uccisa.

(Il mare si era spinto in collina, in Forse ci siamo, Pensionante de' Saraceni, Caprarica di Lecce, 1983, p. 18)

La scrittura diviene l'azione nell'istante, nell'ora e qui, non più storicizzata e storicizzabile, dove la ferita dell'esistere fa esplodere qualsiasi possibilità di progetto o di origine.
Nessun possibile collegamento alla storia letteraria, una continua esplosione, una morte dilatata, una parabola verso la morte di cui la scrittura è traccia e presagio:

Vivere in eterno
coi tuoi versi...
Passare alla storia
per rara genialità...
essere ricordati... ma
ne vale la pena?
ne ho visti di trucidati
in luridi convegni
indagati frugati e fustigati
menzognificati e sfruttati
imbavagliati di motivi inesistenti
storpiati reinventati...!
meglio una morte
sola per noi soli
quest'ultima emozione
questo scoppio di felicità
questo smembramento leggero.

(Vivere in eterno, p. 14)

In Toma la natura assume la funzione di un eden irraggiungibile, di una condizione animale inarrivabile; all'interno dì questa tensione vi è un divieto ad agire ed una impossibilità di mutare:

Devo non vedere
devo non sentite
devo non capire
devo non pensare
non desiderare non fremere
se voglio vivere non devo!
ma farmi formica questo sì
catena di montaggio.
Di falchi di lontre di brughiere
parlarne è pericoloso.

(Devo non vedere, p. 27)

e in maniera ancora più nitida:

Ma ecco che a un certo punto
ti raggiunge a bruciapelo
l'immagine del tasso della volpe
della luna nella valle
del lombrico del falco
a punzecchiare
la tua rassegnazione di defunto.

(Andrai a giocare a bocce, p. 58)

Il suono rappresenta la continua accelerazione dove l'allontamento si sostanzia ("la luna nella valle" del brano sopra citato), dove per un attimo il gioco della scrittura fa balenare l'ipotesi di rispondenza con l'elemento naturale. Di contro abbiamo un ritmo ripetitivo, ossessivo ed ossessionante:

Viviamo su un mondo che gira
che gira e che ci sfugge
che ci contiene e ci raggira
e che gira rigirà
finirà per cozzare qualcosa
qualcosa che ci mozzerà il fiato

(Stato ed inversione, p. 45)

Fino ad arrivare al ritmo quasi primitivo, alla ricerca del battito cardiaco materno:

Buttate foglie sui morti
buttate foglie sui morti
sui morti che
sono eternamente nati
eternamente in noi
buttate foglie sui morti
foglie secche e lieve terra
perché i morti sono leggeri
buttate terra sui morti
perché sono essi i veri vivi
buttate terra sui morti
sui morti nati necessari
sui morti che ci fanno vivere
sui morti che importano
buttate foglie foglie leggere
e con le fogie aria.

(Buttate foglie sui morti, p. 30)

Tutto si annoda verso un passato tremendo in quanto irrecuperabile:

E il passato
non è la morte
che mi fa paura
è il passato
che è più funebre e più funesto
del buio in una bara
è il passato che mi dilania
questo essere stati
senza possibilità di ripetersi
di dirgli una parola.
E' per esso
che noi senza saperlo
ci prepariamo a morire
e forse siamo nati
già morti.

(La mia è una donna favolosa, p. 44)

Dalla chiara, inequivocabile, tragedia ridicola dell'uomo riemerge dopo Forse ci siamo, in La verità (a Pagano e agli indiani d'America) - poesia in cinque movimenti apparsa sul numero monografico della rivista Pensionante de' Saraceni dedicata a Vittorio Pagano (anno II, n. 1, p. 131) - L'elemento naturale dove esso diviene sede dell'utopia, luogo di futura e certa liberazione:

4
Arriverà la vita
arriverà
palazzi città auto ferrovie
saranno dilaniati come antilopi.
Il leone che è in noi
ruggirà in maniera mai sentita
sbranando uomini donne
bambini invecchiati
e vecchi arroganti
malati di dominio.

o ancora:

5
Arriverà la pace
il silenzio mosso
da un canto divino.
Ci sentiremo lo stomaco
svuotato di carni
non avremo bisogno di mangiare
respireremo vento
aria neve gelsi
il selvatico che è in noi
prevarrà.
La verità
arriverà.

La condizione è però nel presente tragico e ineludibile, nel destino di morte come unica liberazione, reimmissione nell'elemento naturale.
n Antonio Verri, la scrittura poetica spazia, giunge e riparte anzitutto dal proprio interrogarsi, il neologismo, come la parola colta, come il materiale mitico della cultura orale si infrange e rifrange in una pagina dilatata, dove la poesia non è più approdo sicuro, ma bordo, confine del comunicare.
La discorsività del quotidiano si gonfia nell'inseguimento continuo di una traccia più ampia, di una trama imperscrutabile continuamente descritta. I nomi storici di una pratica d'avanguardia respirano di un nuovo ritmo mitico.
Già ne Il pane sotto la neve (Pensionante de' Saraceni, Caprarica di Lecce, 1983) s'affacciano modi e temi che in seguito verranno assumendo una configurazione più netta, come ad esempio la figura di Stefan, che dà il titolo alla prima sezione della raccolta, figura che vaga incerta tra letteratura e biografia, tra Joyce e Caprarica, tra un mondo fatto di azzardi, di voli impensabili e timidezze, pudori della microscopica e arrogante provincia a sud di tutto, un tempo contadina.
Il discorsivo entra come filo rosso che unisce questi due corni:

"Se ti accadesse, Roberta, traversando via Ugo Bassi, all'altezza del self Service"
(Se ti accadesse.... p. 19)

E Bologna diviene luogo mitico come Sciaffusa, Kostanz, Wintentur, opposto ad un Salento, al quotidiano luogo dove la metropoli prorompe, dove la consolazione letteraria non è mai sufficiente - anzi, ulteriormente agita - e dove la memoria è nuovamente mitica, luogo del proprio altrove, consistenza di un esserci, nuovo e antico nel medesimo tempo.
Roberta, come la Betissa, vive del soffio della parola scritta, del suono rappreso dell'inchiostro, della pratica impossibile nella concretezza dei corpi, altresì si gonfia nell'esplosione della polifonia che man mano prende corpo.
Dapprima sotto la forma di un appello/complicità (e Verri, non bisogna dimenticare, ha investito molti della necessità di imparare oltre la provincia), dove troviamo:

Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia
ai politici, gabellieri d'allegria,
a chi ha perso l'aria di studente spaesato
a chi ha svenduto lo stupore di un tempo
le ribalte del non previsto,
ai sindacalisti, ai capitani d'industria
ai capitani di qualcosa,
usate la loro stessa lingua
non pensate, promettete
..."disarmateli" se potete!

fino all'esortazione finale:

Fate fogli di poesia, poeti
vendeteli per poche lire!

(Cominciate poeti.... p. 24)

Piccolo manifesto di una pratica, di una nuova militanza, dove la quotidianità diviene il terreno delle operazioni di poesia, nella sua ineliminabile invendibilità una azione creativa che prorompe nella distrazione del senso comune, come nelle ipocrisie del mercato. Questa coralità, questa ricerca di comunità diviene ben presto polifonica. La scrittura poetica dilaga definitivamente nel dialogo, nella prosa, nel fiume improbabile e melmoso di una discorsività che si aggrappa ad una galleria di personaggi "rneravigliosi". La Betissa vive nell'anafora questa implosione dello specifico poetico, della scrittura, della letteratura, dello stesso Verri:

E grida l'uomo e geme sotto il carro
e grida l'uomo e il curlo fita senza sosta
e grida e dice lava scende a cristalli
e grida e dice cenere rossa con improvvisi bagliori
e grida terra melograna a denti di cavallo

e grida e ringhia e geme sotto il carro
e grida e morde la corda che al curlo ha dato vita
e grida e ringhia alla torre che geme
e alla ruota e al ventre e alle flebili corolle
e vibra l'uomo e rotea la mutante luce
e vibra e ringhia alla cazzuola forata
che dice rosola cristalli color croco
e grida l'uomo e parla di rigido rubino
e grida l'uomo e dice il fiume a caso scorre
e grida l'uomo c'è caos a bollicine
e grida l'uomo e parla e ringhia e parla
e dice del percorso di fulmine che dietro lascia
vita
e dice di un accordatore che corre tutta Castro
e dice del facilisco tenero serpente
e dice e dice e dice
e del suo stesso buffo dire perde stima

E grida l'uomo mentre Castro curiosa si raffredda
e grida mentre proprio tutto ingigantisce
e grida mentre proprio tutto nel bagliore prende
forma
e dice la torre è un rosso gigante
e dice le sponde del carro sono mura
e grida e morde la corda che dà vita
e grida e ringhia e grida stupida betissa
e grida e grida e ringhia e morde e non s'approva
Son qua grida la grassa donna carezzandosi la gola

(La Betissa, Sudpuglia, Matino, Lecce, 1987)

La dimensione anaforica spinge verso un ritmo di circolarità quasi magica, e in quest'aura muovono i personaggi mitici di Verri, la Betissa, la figura femminile, la terra madre, il Salento: Stiffan, il nuovo uomo, il personaggio che si muove autonomamente e rilancia la sfida, vive sino in fondo l'azzardo.
Il luogo dilaga nel proprio essere altro, Castro diviene la scena della mutazione, la sede in cui tutto è possibile, dove la magia rinserra i propri legami con le radici del luogo, il tempo non esiste più neanche in Verri, sospeso com'è nella realtà virtuale di un sogno veritiero.
Lautreamont, Cage, Joyce divengono a loro volta carte continuamente mescolate e a volte utilizzate, fantasmi forse, burloni e tragici, il `brusio monta" tra personaggi di varia natura:

UNO Sotto Parlo un vuoto incredibile, e Parlo è un luogo felice
DUE Dentro c'è uno squalo per tutti, e sottoterra ci seguono cento squali
UNO Non ha frutti l'arlo, e sterco e ombra e spuma e seme di giglio sono solo buffe vostre storie
DUE Ha sguardo colmo e sguardo disperato, ha furore negli occhi e pietà per il corpo assalito
UNO L'arlo ha radici devastate, per tutti però è il luogo delle splendide occasioni
DUE Cento squali gli premono in gola, tutta Castro è oscurata, allo stremo
UNO Cinquanta, sessanta, al trotto!
DUE Solo nei pressi del carro una flebile luce. Aderire allo squalo, perché no
UNO Duecento, trecento, al galoppo!
DUE Castro è di nuovo deserta. Monta un rosso vivo, un rosso iniziale. C'è un brusìo divoratore. Il curlo
UNO Cinquemila, diecimila... Imprendibile!
DUE Sera dopo sera, la baionetta. C'è uno squalo che, curvo, scrive in fondo alla bivett del teatro
(La Betissa, p. 78)

In questo contesto è possibile spingersi oltre, verso una scrittura ancora più complessa, dove il segno pienamente si interroga; mi riferisco al discorso di Carlo Alberto Augieri e, in misura meno consapevole e matura, a quello di Walter Vergallo.
Quello di Augieri è un tentativo aperto di ricerca dove la scrittura cerca di approdare a nuovi luoghi, forse verso l'oasi del dirsi, dove la scrittura ripensa se stessa, diviene -come nel sottotitolo della raccolta Folstizio (Pensionante de Saraceni, Caprarica di Lecce, 1984) - etnoscrittura come ricerca dell'altro.
In questa raccolta la necessità del dire, del senso di una esistenza che nomina con nuovi suoni e stilemi il mondo, ridona voce a storie relegate nel silenzio.
I personaggi sono uomini autentici, trasuda nel suono loro, nel combinare piani differenti, dì gesto, suono e ambiente, la necessità del dire, la possibilità di nominare per la prima volta il mondo.
La scrittura diviene dono, creazione continua in un nuovo dire, alla ricerca di un nuovo narrarsi:

Un cavallo bianco
allucia in trotto
invisibilando la
luna,
conchiglia accasata
nell'intemporaneamente

(Oasi con vista, "Quotidiano dei poeti", Caprarica-Lecce, n. 1, marzo 1988, p. 25)

Su un cavallo bianco al
trotto
mi invisibilo la luna
pascolo muto di
luci accasate nelle
conchiglie

(Vista dall'oasi, ivi)

Augieri approfondisce questa epifania sonora misurandosi su un tema da cui dipanare successive e montanti immagini: l'oasi (forse l'oltre deserto?), la visione.
Sì mescolano qui sogni, proiezioni, miraggi, memorie, ed è comunque l'altro ad essere continuamente cercato, acqua nel deserto del comunicare.
Di Vergallo mi preme qui sottolineare come la sua scrittura, che ha dato segni negli ultimissimi anni di avere una possibilità di crescita assai consistente, viva nel suono più che in ogni altro scrittore salentino di questi anni.
Il terreno impervio, forse troppo spesso appesantito da una scrittura troppo teorizzata, rappresenta il senso della sfida forte e complessa di cui si ha traccia nel recentissimo Clown per microriso (L'incantiere, Lecce, 1991). In questa raccolta è possibile cogliere come la parabola di una parola sperimentata possa giungere, dopo un lungo e meticoloso lavoro, a nuovi sensi:

rac raccolg raccolgo le ultime forze
ti scrivo dalle zolle pianeggianti
di Arnesano - aria sana rosacarne! -
ifinitimo punto dell'atlante
europa; ho un nome infausto, morus nigra,
da qualche anno giaccio in rianimazione.
Gli amici sono tutti ammorbati, taluni
in estinzione: il carrubo siliquo
dal fogliame verdescuro, il sommacco
dal picciolo vellutato e il fiorame
abilissimo, l'umile sorbo,
l'anacardiaceo lentisco dal forte
odore di pepe, la cedrina ormai
quasi in coma. Ero io il più nobile,
citato da Plinio Orazio e Galeno.

(Lettera di un Gelso a un Poeta, in "Quotidiano dei poeti", Caprarica-Lecce, n. 1, marzo 1988, p. 62)

In questo panorama, ancora parziale e suggestivo, mancano certamente altre voci, ma non il legame forte da cui emerge una pratica carica di segnali nel nostro territorio, non un corpo univoco nel discorso poetico, ma differenti sentieri di ricerca, da cui è impossibile slegare le altre forme espressive, gli altri discorsi che continuamente si intrecciano. Teatro, arti figurative, dibattiti su riviste e in convegni, piccoli e grandi scontri si intrecciano di volta in volta in questa ipotesi di "comunità di chi non ha comunità".

(2 - continua)


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