CESARE FRUGONI

UN PRINCIPE DELLA MEDICINA CLINICA




Italo Vittorio Tondi



Chi non ha avuto la fortuna ed il privilegio (soprattutto per ragioni anagrafiche) di vedere, ascoltare e/o conoscere il professore Cesare Frugoni potrà, della sua statura di clinico, maestro ed umanista (ovviamente in forma riduttiva) dall'articolo attingere utili e significative informazioni.
Regnanti, capi di governo, scienziati, letterati, musicisti, magnati dell'industria e dell'imprenditoria lo ebbero curante o consulente. Ma i poveri, i diseredati, gli emarginati, nella sua clinica degenti, furono sempre ad essi anteposti. Apostolo e missionario della professione, religiosamente intesa e praticata.
Estrapolando dal suo libro Ricordi e Incontri alcune note autobiografiche si viene a sapere che, nato a Brescia nel 1881, ebbe una infanzia e fanciullezza "piuttosto turbolenta, essendo più propenso a ribalderie infantili che non allo studio e insofferente della disciplina".
La metamorfosi mentale e comportamentale avvenne con la iscrizione a Medicina nell'Università di Parma, dedicandosi con accanimento, passione ed entusiasmo agli studi.
Plagiato, in quegli anni, dalla personalità e dalla fama del professore Pietro Grocco, clinico medico dell'Università di Firenze, che aveva affinato la sua cultura scientificopsicologica a Vienna prima (da Nothnagel) e a Parigi dopo (da Charcot), al quarto corso universitario si trasferì in quell'ateneo, ottenendo il posto di allievo-interno.
Conseguì il diploma di laurea con un pioggia di trenta e lode ed un unico ventisette.
Si allontanò da Firenze, su consiglio del Maestro, per frequentare, per alcuni mesi, l'Istituto di Patologia Generale dell'Università di Pavia, diretto dal premio Nobel Camillo Golgi. Rientrato a Firenze vinse, in rapida successione, i concorsi di assistente ed aiuto della Clinica medica.
Le precarie estreme condizioni di salute del Maestro (deceduto nel 1916) lo indussero al passaggio alla carriera ospedaliera, come primario dell'Arciospedale Santa Maria Novella.
La fase temporale del 1915-1919 lo vide sui fronti di guerra, ove profuse senza alcun timore e risparmio fisico tutte le sue energie e capacità professionali. Medaglia d'argento al V. M.
Nel 1922 fu eletto Direttore dell'Istituto di Patologia Medica, sempre nell'ateneo fiorentino. Affermatosi come eminente clinico diagnosta e didatta, nel 1927 fu chiamato a ricoprire la Cattedra di Clinica Medica della storica Università di Padova. In quella sede una schiera di validissimi collaboratori ed allievi lo circondò. Riscosse allora la sua Scuola risonanza ed ammirazione nel mondo medico-scientifico tali da essere, nel 1931, chiamato a dirigere la prestigiosissima Cattedra di Clinica Medica dell'Università di Roma. Cattedra che tenne per vent'anni, fino al 1951, per raggiunti limiti di età, per il collocamento a riposo.
Esercitò poi, per altri vent'anni circa, la libera professione.
Impareggiabile il suo magistero in cui profuse il meglio della sua mente, della sua dottrina, del suo acume ed intuito clinico, della sua preparazione metodologica e scientifico-filosofica, del suo profondo sentimento di sensibilità e di solidarietà umana.
Il problema della solidarietà umana, della abnegazione, dei doveri professionali lo attrasse ed assillò talmente da farne specifico reiterato riferimento nelle lezioni, conversazioni e conferenze. "Dobbiamo essere consapevoli -egli asseriva - che per quanto ci si prodighi per i nostri malati non faremo mai abbastanza e che nessuna professione e missione ha, come la nostra, tanto contenuto ideale di bontà, di umanità, di nobiltà perché è divino rialimentare la fiamma della speranza, trasformare il pianto in sorriso, la disperazione in fede e arrestare la morte per ridonare la vita".
Non si stancò mai dal ribadire ai suoi allievi di non fossilizzarsi nel post-laurea alla nozionistica scolastica. Ma, essendo la Medicina arte e scienza dinamiche, di seguirne il cammino e gli sviluppi tecnicoscientifici con un aggiornamento metodico, pratico e culturale, definendo il medico "studente a vita".
Ostile al concetto e preconcetto di alcuni che il progresso laboratoristico e quello tecnologico-strumentale avrebbero soffocato la medicina generale e la semeiotica fisica, onde impedire "l'insidia di una sovravvalutazione" - così, nella allocuzione inaugurale del 55° Congresso della Società Italiana di Medicina Interna, si espresse - "... sarebbe imperdonabile cecità il non riconoscere gli immensi benefici, le realizzazioni delle determinazioni analitiche delle varie ricerche, essendo innegabile che con ciò molti problemi diagnostici possono essere rapidamente risolti". Completò il suo pensiero puntualizzando: "... ma discutibile e illogica èla metodica mentale che procede allo studio analitico, sistematicamente eseguito quale premessa all'esame clinico, come se il medico dovesse attendere la diagnosi dalle indagini anziché dallo studio del malato. Pericoloso errore questo, perché il risultato di una ricerca non sarà mai di per sé una diagnosi".
Un altro aspetto dell'evoluzione della medicina clinica, quello del pluralismo specialistico, lo vide giudice severo. Sulla previsione che, in associazione al progresso tecnologico, esso, secondo alcuni, avrebbe surrogato il ruolo primario della medicina generale, ad esso rendendola vassalla, mentre altri profeti di sventure ne vedevano già il pensionamento, nella citata allocuzione si chiese: "Ma intanto, quando il paziente è passato da una ricerca all'altra e da un reparto specialistico all'altro che ne è della psiche? [ ... ] La ricerca anonima - aggiunse - in genere poco considera ciò e lo specialista (più facilmente tratto a concentrarsi in un esame preminentemente parziale) è più esposto a perdere di vista il complesso psico-fisico del malato. Ma quando ciò avvenga - concluse - non si fa certo della sana medicina, perché ogni medico deve considerare indissolubili nel suo malato spirito e materia".
Sanciva con la sua autorità di grande clinico, quale era e veniva osannato, la vitalità e la intramontabilità della medicina generale.
Non vi sono capitoli del grande libro della patologia e clinica medica che dalla sua Scuola non siano stati esplorati e magistralmente studiati. E' superfluo scendere nel dettaglio anche se alcuni argomenti e problemi (anafilassi, malattie allergiche, patologia articolare e muscolare, la descrizione del quadro clinico della splenomegalia tromboflebitica, battezzata poi col termine eponimico di malattia di Frugoni-Eppinger, le ricerche sulle diatesi emorragiche, con la descrizione del ben noto "segno del laccio", ecc.) furono tra i più approfonditi. Testimoniano la vasta produzione clinico-scientifica e sperimentale della Scuola l'ascesa alla cattedra universitaria di nove suoi allievi e l'insediamento di circa altri cinquanta in primariati ospedalieri.
Nel suo libro Ricordi ed Incontri ne elenca i nomi, ma, da padre equo, in ordine alfabetico, perché anche ai figli spirituali competono uguali diritti e riconoscimenti.
Del Maestro noi abbiamo ereditato tre volumi di interessantissime e documentatissime Lezioni cliniche, un trattato di Diagnostica Funzionale ed il libro commiato Ricordi ed Incontri, oltre ad una enorme mole di relazioni, conferenze e conversazioni ed articoli, sulle più prestigiose riviste italiane e straniere apparsi.
Accennare ai rapporti privati ed interpersonali intercorsi con gli ammalati, i loro famigliari ed i colleghi, improntati ad una ortodossia etico-deontologica, suscita nei superstiti, che ne fruirono, un sentimento di ammirazione, riconoscenza e profondo rimpianto. Dopo l'impatto della prima visita col malato ed i famigliari egli continuava, telefonicamente o epistolarmente, a tenersi aggiornato sul decorso morboso, sulla efficacia della terapia, su eventuali complicazioni, sui controlli clinico-laboratoristici. Di tutti conservava nel suo archivio le cartelle cliniche, scrupolosamente aggiornandole, e da esse attingeva per le rispettive risposte.
Dall'articolo di un suo allievo, Raffaele Bolognesi, scritto a commento del libro Ricordi ed Incontri, stralcio alcune commoventi bellissime parole. "Il libro - egli scrisse - è uno scrigno di confidenze e segreti indicibili, cesellato di piccoli quadri, ma palpitanti di poesia ricca di fermenti, di ansie, di speranze, di auguri, di inquietudini e di segrete tristezze per una professione medica che dovrebbe rimanere inviolabile asilo dei più grandi valori morali della vita". E poi ancora: "Ricordi ed Incontri sono un documento multicolore di dottrina e il canto profondo di un riserbo professionale difficilmente rintracciabile oggi, è un memoriale che racchiude nel cuore degli episodi il bilancio sociale di un uomo che rimane nella storia dei grandi Maestri di vita e della medicina, per la mistica eloquenza cattedratica, per l'onestà professionale, per la infinita bontà e per l'ardente genialità diagnostica".
Parole sublimi che ben figurerebbero nell'epigrafe della sua lapide mortuaria!
Della cultura umanistica, classico-filosofica, nello stile dei suoi predecessori Baccelli, Murri, Castellino e lo stesso suo maestro Grocco, dette ampii e suggestivi saggi nelle relazioni, conferenze e conversazioni, le cui pagine ne sono pervase. Per una pallida idea basterebbe leggere, con intimo godimento, il racconto che su Ricordi ed Incontri fa dell'amicizia che lo legò a Palmiro Togliatti, non solo professionalmente.
Di premi, medaglie, incarichi e cariche ne ebbe tantissimi, ma solo di tre ne era orgoglioso: la pluriennale Presidenza della Società Italiana di Medicina Interna, della Accademia Medica e del Consiglio Superiore di Sanità.
Mio padre prima ed io dopo avemmo l'opportunità, per motivi professionali, inerenti a casi di difficile e/o discusso inquadramento diagnostico, di saltuari rapporti epistolari; io, in più, la gioia e la fortuna di ascoltarlo, qui a Lecce, in sede di consulenza.
Ma l'impatto personale fisico col grande Maestro fu favorito dai rapporti di amicizia tra lui ed il mio primario, Arrigo Montanari. Rapporti risalenti alla loro contemporanea presenza alla Università di Firenze, essendo l'uno (Frugoni) aiuto del clinico professore Grocco e l'altro (Montanari) aiuto del patologo-medico professore Schupfer.
Fu proprio Frugoni, nella relazione introduttiva di un Congresso della Società Italiana di Medicina Interna, a riconoscere a Montanari la priorità della scoperta del cateterismo cardiaco, precisando di averlo egli praticato in un cadavere, mentre Forssmann, cui era stata accreditata la primogenitura, lo eseguì in vivo, su se stesso, tre anni dopo.
Non posso, forse immodestamente, non ricordare che egli ed il valorosissimo suo Aiuto, prof. Giunchi, ebbero l'amabilità di segnalare miei contributi clinici al 54° Congresso della Società Italiana di Medicina Interna nella relazione su Antibiotici e immunità nel processo di guarigione delle malattie infettive.
Ebbi e conserverò per sempre del grande Maestro stima, gratitudine, devozione ed affetto profondo per quanto e come, con l'esempio, gli atti pratici e l'eloquenza della sua alata parola, egli si prodigò per il rispetto di una ortodossa prassi professionale, ippocraticamente intesa e praticata.
Giunto al termine del suo lunghissimo escursus professionale volle che il rogo incenerisse le cartelle cliniche, in sessantacinque anni raccolte e gelosamente custodite, perché inviolati ne rimanessero i segreti.
"Bruciate pure cartelle dolorose - egli ha lasciato scritto - voi non scomparite, ma rimarrete nel mio spirito e nel vostro alto significato perché di voi si sono fatti e plasmati il mio cuore e la mia personalità psichica e morale. lo sono quello che da voi e dai miei malati mi è venuto: voi siete lo sfondo della vita che non ha ritorno".
Sì, Maestro sommo, il fuoco ha bruciato le storie cliniche dei suoi numerosissimi infermi, ma non la sua storia, intessuta di immensa dottrina, saggezza, esperienza, generosità e bontà e che è stata e sarà per noi superstiti e per gli epigoni una incomparabile lezione di vita.


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