Marzo 2000

ALLE SOGLIE DEL ‘900

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E spuntò
il “secolo breve”
Tonino Caputo - Bruno Alfano
 
 

 

 

Tramonta il nostro secolo, portandosi dietro anche il secondo millennio, con la leggendaria creatività dell’uomo, incentrata sull’informatica, sulle telecomunicazioni, sull’esplorazione del Dna, sui viaggi interplanetari, sulle conquiste della medicina... Sembra ripetersi, in grande, quanto accadde al tramonto dell’800, nello spartiacque tra Belle Epoque e anni folli

Le carte
geografiche
del mondo erano
un trionfo di rosa, il colore di Britannia che governa le onde.
Londra era
diventata la prima
e più grande città
del pianeta.
 

del primo ‘900, quando personaggi, eventi e fenomeni attraversarono il confine ideale di quel tempo, sconvolgendo le lettere, le arti, le scienze, il costume, con fermenti culturali che fecero respirare aria di intelligenza e di ottimismo, nel clima di magnifiche sorti e progressive della nuova età. Oggi, in un mondo senza più baricentri, si può dire che non c’è più angolo del pianeta che in qualche modo non offra motivi di interesse, di scoperta, di conoscenza. E si tratta di interessi, scoperte e conoscenze a portata di mano: le conquiste della scienza ce lo consentono.

Ma un secolo fa, quando l’Europa era il centro del mondo, e l’America si affacciava a fatica sugli scenari planetari, mentre altrove nel mondo erant leones, che cosa accadeva nelle capitali della cultura, nei centri nevralgici dell’arte, nei santuari dell’economia? Ripercorriamo un itinerario della nascita ideale del “secolo breve”, la cui storia è stata nello stesso tempo tragica e grande.


Londra

Il 23 gennaio 1901 moriva la regina Vittoria. Aveva regnato per 64 anni. L’età vittoriana, splendente in politica e nelle guerre, bacchettona nei costumi, aveva segnato il momento più smagliante dell’800 europeo. Le carte geografiche del mondo erano un trionfo di rosa, il colore di Britannia che «rules the Waves» governa le onde. Londra era diventata la prima e più grande città del pianeta. Nel 1801 aveva 900 mila abitanti. Divennero due milioni e 400 mila nel 1851 e sei milioni e mezzo nel 1901. La City era il cuore pulsante del capitalismo mondiale. Il porto londinese, che aveva aperto molti nuovi doks, era il modello di attività commerciale. La svolta l’aveva data l’Esposizione universale del 1851, organizzata dal principe consorte Alberto. Per visitare gli stands dei 14 espositori giunsero sul Tamigi, provenienti da tutto il mondo, sei milioni di persone. Nessun problema per il traffico: già nel 1863 era attiva la metropolitana.
Diversissimi i due volti della città. Il West End era sfavillante e mondano, vero centro dell’aristocrazia europea. L’East End era la testimonianza al vivo della disuguaglianza sociale, regno degli slums, area della povertà, termitaio laborioso e miserabile gremito dal popolo dell’abisso evocato da Jack London.

La città assunse un volto nuovo. Regent Street, il gran viale disegnato nel 1813 da John Nash, considerato ormai obsoleto, fu ricostruito a partire dal 1898 su un grandioso progetto di Sir Reginald Blomfield. Scomparvero i mattoni e sorsero le sontuose facciate di pietra. Nel 1900 fu fondato il Labour Representation Committee, che raccolse sindacati e associazioni d’orientamento socialista. Diverrà Labour Party nel 1906. Nel 1903 Emmeline Pankhurst creò il movimento delle suffragette, che sarebbe stato più forte solo in Finlandia, dove le donne avevano già conquistato il diritto di voto e la possibilità di essere elette in Parlamento.

Filippo Tommaso Marinetti aveva soggiornato spesso a Londra, tra il 1910 e il 1914. Entusiasta, aveva dichiarato che «Londra è una città futurista!». Contro di lui si erano scagliati gli scrittori Wyndham Lewis ed Ezra Pound e lo scultore Gaudier-Brzeska, che avevano lanciato un movimento chiamato ironicamente “Futilismo” e poi “Vorticismo”. Se ne era innamorato, invece, Thomas S. Eliot, il quale aveva sostenuto che il Nuovo Secolo avrebbe dovuto sposare «il pensiero del moderno e l’energia dell’uomo delle caverne».
Nel 1899 il re della cultura inglese era Oscar Wilde, che aveva già scritto la sua più celebre poesia, La ballata del carcere di Reading.
Nel 1901 Joseph Conrad, il polacco che stava diventando il più grande scrittore moderno di lingua inglese, pubblicava Lord Jim. Nel 1902 Rudyard Kipling, il poeta dell’imperialismo britannico, scriveva Kim, epopea del rajah indiano. Nel 1900 il fisico William Crookes isolava l’uranio, e due anni dopo Ernest Rutheford e Frederick Soddy formulavano la teoria generale della radioattività.

San Pietroburgo

Al giro di boa del secolo, non si era ancora spenta l’eco della scomparsa di Ciajkovskij, avvenuta improvvisamente nell’ottobre 1893. Ai grandiosi funerali, voluti dallo zar Alessandro III, aveva partecipato una folla immensa. Gli ultimi decenni del secolo erano stati dominati dal musicista, che per tutta la vita aveva conservato un legame tenace con la città baltica, lontano dalla quale, confessava, «mi è davvero impossibile vivere». Erano gli anni nei quali sul Névskij Prospékt si fischiettavano allegri motivi italiani o echeggiava il suono struggente di un organetto che proponeva melodie viennesi.

Il mito di San Pietroburgo era stato vissuto attraverso le opere di Puskin, di Gogol, di Dostoevskij, tre artisti che, tuttavia, nutrivano per la città “finestra sull’Europa” un sentimento contraddittorio: la sentivano estranea, poco russa, mercantile, artefatta. La monumentale residenza degli zar appariva loro come una fredda Versailles del Nord. Per Dostoevskij, l’interminabile distesa di pietre chiare dei suoi edifici, che davano al cielo notturno la caratteristica luminosità delle “notti bianche” del suo romanzo omonimo, mettevano nell’animo una sensazione di lontananza e di solitudine. Sicché lo scrittore finì per detestare Pietro il Grande e la sua gran metropoli, desiderando ardentemente che fosse inghiottita dal mare. Sarebbe stato Ciajkovskij il genio che avrebbe liberato la città dai lacci stretti del mito letterario, dando nuovo slancio al fascino pietroburghese.
Gli effetti positivi si sarebbero sentiti anche sotto Nicola II. La città, costruita ordinatamente con i suoi monumentali edifici, dal Palazzo d’Inverno all’Ammiragliato, con le numerose chiese che si diramavano dalla cattedrale di Sant’Isacco, con i ponti poderosi, come il Troizkoj, sulla Neva, divisa da strade luminose e così lunghe che sembravano perdersi tra le brume, rinasceva a nuova vita. Furono anni di boom economico e culturale. La nuova ventata rianimò la città al punto che nel 1898 Sergej Diaghilev, il futuro creatore dei “Ballets Russes”, poteva dar vita, con l’amico Benuà, a un antico sogno: fondare una rivista d’arte. Il mondo dell’arte divenne presto il fulcro di una fucina che attrasse l’élite pietroburghese. Sulle pagine del periodico, impreziosite da disegni, trovarono spazio tutte le avanguardie artistiche. Si moltiplicarono le manifestazioni culturali.

Letteratura, musica, teatro, balletto, fecero respirare agli intellettuali un’aria «languida e aurea» in una città ormai considerata un tempio «di sensazione e di mistero». Il Palazzo d’Inverno, che ospitava le smaglianti collezioni dell’Ermitage, appariva un sacrario delle memorie più care della storia e della tradizione. Nel giro di due secoli, da “città aliena” San Pietroburgo si era trasformata nella più russa delle città di tutte le Russie. Ma in quegli stessi anni covavano sotto la cenere le prime scintille che nel 1905 davano fuoco proprio lì ai moti rivoluzionari che avrebbero bruciato la Dinastia e il Paese.


Vienna

Il passaggio del secolo disegnò qui la magica, irripetibile atmosfera culturale delle “due Corone”. Hugo von Hofmannsthal la definì «meravigliosa città d’inesauribile incanto, con questa sua atmosfera indefinibile, dolce, soffusa di luce». Era la capitale di un impero che si stendeva su gran parte dell’Europa, ma che si sarebbe disintegrato nel 1918, a conclusione della prima, terribile guerra mondiale.
Nell’800 era stata realizzata la rettifica dell’alveo del Danubio, per consentire la creazione dei quartieri industriali. Il gran parco di divertimenti del Prater ne faceva anche la capitale della gioia.
Nel 1905 venne varato il complesso piano urbanistico che prevedeva attorno alla città una cintura di boschi e di prati, col divieto di costruire. Più tardi, al limite della zona industriale, sarebbero sorti i quartieri operai e popolari della cosiddetta “Vienna rossa”. Era lo sviluppo di una maestosa città che aveva un nucleo storico antico (Innere Stadt) inanellato da una prima circonvallazione, il Ring absburgico, poi da una seconda, il Gürtel, con strade radiali che si dipartivano dal centro.
Nel 1897-98 Joseph Olbrich costruì il padiglione di esposizioni per gli artisti della Sezession: una cupola dorata, sotto la quale prosperava la grande avanguardia che veniva identificata in artisti come Kolo Moser, Gustav Klimt, Joseph Hoffmann, Otto Wagner, nume dell’architettura e autore della chiesa am Steinhof decorata dalle meravigliose vetrate del Moser.

Quella Vienna fu anche il sogno dei caffè. I letterari proclamavano: «Né a casa e neppure all’aria aperta». Per quei celeberrimi locali passarono Peter Altenberg, Arthur Schnitzler, Hermann Bahr, Alfred Polgar, tra camerieri vestiti di nero, portagiornali in legno levigato, pareti a specchio, mobili imbottiti. E il caffè, servito nel bicchiere con lo zucchero e con la panna montata, era un luminoso momento dello spirito.
Ancora oggi è possibile incantarsi, al ricordo della favolosa ricchezza artistica e culturale della Vienna a cavallo dei due secoli. La città divenne una «Gioiosa Apocalisse», come la definì Hermann Broch. Nell’area dello splendido Ring e nella Koertnerstrasse passeggiarono Sigmund Freud, Franz Brentano, Martin Buber, Edmund Husserl, Ludwig Wittgenstein, Gustav Mahler, Elias Canetti, Alban Berg, Arnold Schönberg, il filosofo del diritto Hans Kelsen, e Joseph Roth, Stefan Zweig, Fritz Lang, Erich von Stroheim... Era il fiore della cultura mitteleuropea, che improntava di sé uno dei versanti più creativi del nuovo secolo.

Nel rogo della magnifica fine secolo, la Secessione Viennese esaltò la pittura con Gustav Klimt. Raggiunsero vette eccelse la poesia e il teatro. Fu una miniera culturale senza fine. La capitale si arricchì con le adozioni: il boemo Karl Kraus, il galiziano Joseph Roth, il carinziano Robert Musil. Nel 1900 l’Impero che stava crollando fece sentire cupi scricchiolii. Hugo von Hofmannsthal si rivolgeva al passato, mettendo in gioco gli incanti, le ambiguità e gli equivoci del teatro barocco nel Cavaliere della rosa, musicato da Richard Strauss, e in Arianna e Nasso. Col nuovo secolo e con Sigmund Freud nacque la psicanalisi. Attraverso l’analisi dei sogni e delle associazioni libere ebbe base L’interpretazione dei sogni, che aprì la strada verso l’esplorazione (e l’espugnazione) della mente.

Roma

Venne ucciso mentre visitava Monza, nel luglio 1900, dall’anarchico Gaetano Bresci, giunto apposta (si è poi detto su invito e finanziamento di Maria Sofia, ultima regina di Napoli) dagli Stati Uniti. Il regicidio di Umberto I di Savoia sconvolse Roma, da soli trent’anni capitale d’Italia. La Corte e lo Stato Maggiore per almeno un decennio avevano tramato per portare a compimento un colpo di Stato “strisciante”, la famosa crisi di fine secolo. Nell’uccisione del sovrano, contemporanea a quella di altre teste coronate (Sissi, imperatrice d’Austria, era caduta nel 1898), si volle vedere anche una vendetta proletaria per i popolari massacrati dai cannoni del generale regio Bava Beccaris.

La nazione rimase senza respiro per poco. Poi l’erede al trono, Vittorio Emanuele III, lanciò segnali liberali e democratici, mentre si profilava l’età giolittiana. Roma era una città viva, che cercava una propria identità. Nel 1877 Ettore Ferrari, un grande esperto, aveva avanzato la proposta che la capitale divenisse il centro radiale delle grandi esposizioni nazionali, settore nel quale Londra e Parigi eccellevano. Secondo i piani, Roma doveva svolgere un ruolo “rinascimentale” di promozione dell’arte, mettendosi a pari con le maggiori capitali europee. Il progetto fu realizzato solo in parte. Quintino Sella e la Destra di governo credevano in questa missione della nuova Roma e con grande abilità economica attrassero i finanziamenti necessari a creare le opere urbanistiche. Tuttavia, il risveglio culturale fu solo parziale. Roma non riusciva a disegnarsi come centro intellettuale della nazione. Non vi nacque la vagheggiata “Università principalissima”, la prima d’Italia, e non si vide il segno di una ritrovata missione universale. La cultura era più attiva nella Firenze delle grandi riviste. Nella capitale, comunque, sorse il Palazzo delle Esposizioni, ed ebbero successo le Biennali del ‘21 e del ‘23.
La Destra di governo (1861-1876) aveva pensato di creare una città nuova a fianco dell’antica, urbanizzando le aree orientali. Ma la Sinistra, che andò al potere con Depretis nel 1876, impose l’idea di creare nuovi quartieri lungo il Tevere e nei Prati di Castello. Sella aveva proseguito l’opera di monsignor De Merode, grande lottizzatore, con l’urbanizzazione delle zone alte della città e dell’Esquilino. Depretis invece puntò alle grandi ville urbane: Ludovisi, Massimo, Spittower, e impostò il nuovo piano urbano sulla lottizzazione di Testaccio e di Prati. Alla fine del secolo, le ville furono il contraltare della monumentalità della Roma dei Cesari e di quella moderna. La capitale, comunque, era appena la terza città del Paese: la abitavano 300 mila persone, la metà di quelle di Napoli, un terzo di quelle di Milano.

L’attività artistica italiana fra i due secoli era molto decentrata. Nel 1899 a Trieste Italo Svevo pubblicava quello che era forse il primo grande romanzo italiano contemporaneo, Senilità. La sua narrativa era l’espressione più emblematica della crisi del realismo ottocentesco, disgregato in forme di introspezione che si avvalevano degli strumenti psicanalitici. Come spesso accade da noi, nessuno se ne accorse, il romanzo non venne recensito, i grandi giornali si occupavano solo delle banalità della moda e dei libri di amici e collaboratori. Eppure, la stampa conosceva momenti di progresso. Nel 1876 nasceva a Milano il Corriere della Sera, e nel ‘99 appariva il suo grande supplemento settimanale illustrato, La Domenica del Corriere. Nel 1898 il prolifico e sfortunato Emilio Salgari lanciava il suo romanzo più intrigante, Il corsaro nero, con un seguito nel 1901, La regina dei Caraibi. Nell’aprile 1899 il compositore napoletano Eduardo Di Capua, essendo in tournée a Odessa e soffrendo per il gelo spaventoso, compose ‘O sole mio, la canzone della luminosità italiana. Nel 1901 moriva in una stanza del “Grand Hotel et de Milan” del capoluogo lombardo Giuseppe Verdi: lungo la centralissima via Manzoni scivolavano le carrozze con i cavalli che avevano gli zoccoli protetti per non disturbare gli ultimi momenti di vita del grande compositore.
Dopo alcune raccolte di versi, esordiva con romanzi nel filone del verismo Luigi Pirandello, che approfondiva il dramma dell’individuo isolato in una realtà che gli era estranea. Protagonisti dell’epoca, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Oriani, De Amicis, Puccini, la Duse, cui si aggiungeranno presto Papini, Prezzolini, Borgese, Serra, Saba... Era l’Italia che «salpa la prora e fa vela verso il mondo».

Berlino

Gli anni d’inizio secolo erano già un momento alto di questa capitale, che però avrebbe raggiunto il primato favoloso negli anni Venti, nell’età tumultuosa e insieme artisticamente classica della Repubblica di Weimar. Nacque la Nuova Scuola. Henri Van de Velde, nel 1902, fondò la Scuola di arte applicata, della quale poi progettò anche la sede. Celebri la Galleria e la rivista Der Sturm di Herwarth Walden. Cuore della vita artistica della città, i due movimenti fondatori dell’Espressionismo: Die Brücke (il Ponte) e Der Blaue Reiter (il Cavaliere Azzurro). Saranno travolti dalla guerra. Franz Marc e August Macke, personaggi di punta del movimento, moriranno al fronte.
Nel caotico magma creato da Weimar, Berlino diverrà una grande metropoli, fino al macabro 30 gennaio 1933, giorno in cui Hitler prese il potere. La Bauhaus e la Neue Sachlichkeit caratterizzarono l’architettura. Si inventò la “città giardino”.
L’Espressionismo trionfò in tutte le manifestazioni artistiche. Il cinema si diede una cospicua organizzazione. Nacquero capolavori come L’angelo azzurro di von Sternberg e Metropolis e M di Fritz Lang. Influenzarono lo spettacolo registi del livello di Max Reinhardt ed Erwin Piscator. Teatri, cabaret e caffè animavano una vita intensa. Berlino era un’Atene dell’età moderna, polo d’attrazione per gli intellettuali di tutta Europa. Nel 1929 Alfred Döblin vi scriveva una delle maggiori opere della letteratura contemporanea, Berlin Alexanderplatz.
La metropolitana sotterranea era in funzione dal 1902. Più tardi, insieme con quella “sopraelevata”, congiungeva ogni area della metropoli e univa in un’unica struttura la “grande Berlino” concepita nel 1920: superficie di 87.810 ettari e quattro milioni di abitanti, Metropolis avveniristica, speculare a quella immaginata da Lang.

Fra le grandi personalità che animavano lo scenario culturale di inizio secolo, c’erano Rosa Luxemburg, il ministro degli Esteri Walter Rathenau, il filosofo Franz Rosenzweig, autore nel 1921 de La stella della redenzione, il poeta e genio folle del cabaret Kurt Tucholsky, Walter Benjamin, la poetessa Else Lasker-Schüler, che scriveva le sue opere ai tavolini del celebre Café des Westens, Albert Einstein, che nel 1914 assumeva la direzione del Kaiser Wilhelm Institut. Facevano parte della galassia Lion Feuchtwanger, Arnold e Stefan Zweig, Ernst Bloch, il pittore satirico George Grosz. Nel 1898 vi nacque Herbert Marcuse, che avrebbe squassato il mondo negli anni Sessanta con L’uomo a una dimensione e con Eros e civiltà.
Nel 1900, a 42 anni, Georg Simmel, intellettuale ebreo berlinese, pubblicava la sua opera più importante, Filosofia del denaro, frutto di una riflessione-ossessione che lo tormentava dal 1890. Fu amico di Husserl, Martin Buber, Ernst, Max Weber, e formò studenti che sarebbero divenuti grandi intellettuali e maestri del pensiero: György Lukàcs ed Ernst Bloch. Ebbe una vita fitta di simboli: era figlio di un commerciante ebreo convertitosi al cattolicesimo e marito di un’ebrea convertita al protestantesimo. Morì nel 1918, forse per un cancro al fegato, o forse per aver voluto anticipare con il suicidio l’esito della malattia.

Parigi

L’icona dell’epoca è un’Alfa Romeo 40-60 HP con un’allucinante carrozzeria disegnata da Castagna per il conte Ricotti. Sembrava un’astronave dell’eroe degli anni Venti, Flash Gordon.
I parigini scoprivano e affinavano la villeggiatura mondana. Da aprile in riviera, a Nizza, Cannes, Beaulieu. Dal 15 maggio al 15 luglio a Parigi, per la gran parata di garden party, feste, concerti, commedie, conferenze, tè, matrimoni e corse di cavalli. In agosto sfolgoravano le grandi stazioni balneari: Deauville, Trouville, Dinard, Biarritz, Dieppe. Si perfezionavano la vita nei castelli e i romantici viaggi in auto e in treno (di preferenza, l’Orient Express) per Venezia e per l’Oriente. La moda si faceva avveniristico-esotica. Si diffondevano i vestiti da aviatrice o automobilista. Piaceva la “donna sultana”, la femmina da harem. Dominava l’incoscienza da Belle Epoque. Nel giugno 1914 l’anarchico serbo Gavrilo Princip assassinava a Sarajevo l’erede al trono d’Austria, l’arciduca Francesco Ferdinando, e sua moglie. Era la premessa della prima guerra mondiale. Ma le signore della “haute” si lamentavano che il delitto «è venuto a oscurare gli ultimi bagliori della brillante stagione parigina vicina alla fine».
La donna cambiava, felice di cambiare. Chiedeva la soppressione del corsetto, simbolo del suo imprigionamento. Paul Poiret lo sostituì con una striscia di osso di balena, e invitò la creatrice Emilie Flöge, compagna del pittore Gustav Klimt, a venire a presentare le sue collezioni nella capitale francese. Nel 1911 il sarto diede una festa rimasta celebre, la “Milleduesima notte”, con la complicità di Van Dongen e Dufy. Parigi si convertiva alle turcherie e ai balli persiani. Erano gli anni del grande esotismo: balletti russi, artisti giapponesi, spettacoli come Shaharazade e Madame Butterfly.
Nel 1911 scosse Parigi il grande choc dei Ballets Russes di Sergej Diaghilev. Sarah Bernhardt nel 1906 aveva sbalordito interpretando La Vergine di Avila, Santa Teresa. Per i palati più facili c’era la pochade. Domenica 15 marzo 1908, al Théâtre des Nouveautés in Boulevard des Italiens, si presentava il classico Occupati d’Amelia, di Georges Feydeau. La Francia artistica e spettacolare era vitalissima. Nacque e si consolidò così il mito della capitale europea delle lettere, delle arti, ma anche della frivolezza e dell’irrinunciabile douceur de vie.

Avvenimento grandioso del 1900 e che meglio non poteva inaugurare il nuovo secolo, la Grande Esposizione Universale di Parigi. Il Palazzo dell’Elettricità, che apriva una nuova era, colpì in modo particolare l’immaginazione popolare e fece nascere la leggenda della Ville Lumière.
Simultaneamente, la moda occupava uno dei settori più importanti di tutta l’Esposizione. Da allora Parigi venne incontestabilmente considerata la capitale del mondo della moda. Presidente del settore era Madame Paquin, la prima donna che raggiunse il successo in questo campo. Aveva grandi doti di amministratrice, e fu la prima couturière a fondare succursali all’estero, aprendone tre, a Londra, a Madrid e a Buenos Aires.

New York

All’inizio del secolo era splendida. La crescita industriale, l’espansione oltremare, la guerra di Cuba portarono un newyorkese, Theodore Roosevelt, nel 1901, alla Casa Bianca. La città sprizzava orgoglio. Aveva tre milioni di abitanti. L’istruzione era obbligatoria e gratuita. La corrente elettrica veniva fornita a tutte le case. Edison era una gloria nazionale. Correva il primo metrò, con vagoni esclusivi per signore sole. A fine secolo erano stati edificati la Statua della Libertà, con la celebre poesia della Lazarus, e il porto di Brooklyn. A Wall Street i terreni costavano 3.500 dollari al metro quadro. Si costruirono tunnel e ponti giganteschi. Il filosofo Emerson aveva detto: «La bellezza è l’espressione dell’efficacia». In breve, New York divenne la città più moderna del mondo. Vi successe di tutto. Vi si consolidò il giornalismo con l’Associated Press, venne costruito il quartiere di Harlem, sorse il Flatiron Building, il più antico grattacielo di Manhattan, si creò l’architettura del XX secolo che, disse John Dos Passos, «sarà americana», e vi fu molto attivo Frank Lloyd Wright, che realizzò l’Unity Temple a Oak Park. Vi nacquero i primi segni della modernità e dell’età dei consumi: il palazzo-negozio Altman sulla Quinta Avenue, il Gorham Building, fine intreccio di Rinascenza italiana con colonne e archi, il primo Palazzo Tiffany, modellato sul Palazzo Grimani di Venezia, la Morgan Library in Madison Avenue, una sinfonia di blocchi di marmo in puro stile greco, una villa che racchiude le collezioni di manoscritti e di oggetti d’arte del miliardario John Pierpont Morgan. Il Grand Central Terminal è del 1913. E’ una di quelle strutture mitiche, come l’Empire State Building o il Brooklyn Bridge, che nel mondo identificano New York per gente che non c’è mai stata e che forse non ci andrà mai. Per la Pennsylvania Station modello furono le Terme di Caracalla di Roma; per la Grand Central fu il delirio di gioia urbana americana di inizio secolo. Nel 1902 fu costruito uno dei luoghi sociali più celebri, il classico “Algonquin Motel”: vi conversavano e bevevano acqua Perrier e whisky i più grandi scrittori. Negli anni Venti vi fu la grande tavola rotonda, e là fecero la storia letteraria Dorothy Parker, Robert Benchley e George Kaufman.
In quel giro di anni sorsero i classici Hotel “Astor” e “Claridge”, e il più celebre “St. Regis”. Vi soggiornavano il romanziere Ian Fleming e il suo eroe James Bond. La gloria del “Plaza” è la Oak Room di Scott Fitzgerald e di Zelda. Fu il più grande albergo newyorkese per decenni. Evocava un castello della Rinascenza francese, di raffinata composizione. Del 1891 è la Carnegie Hall, frammento di storia culturale della città. Il design è da Rinascenza italiana: il suo magico auditorio ha visto passare tutti gli dèi della musica planetaria. Tra il 1880 e l’84 si iniziò il Metropolitan Museum of Art, sulla Quinta. Lo aveva progettato Frederick Carr Olmsted, che aveva già disegnato il Central Park.

La maestosa New York Public Library, in Fifth Avenue, è del 1911. Quella di lettura principale al terzo piano è una delle più nobili sale pubbliche della metropoli. Ci sono passati tutti i letterati. A Thomas Hastings, uno dei due architetti (l’altro fu Carrère, che perì in un incidente d’auto prima che il lavoro fosse completato) la facciata non piaceva. Lasciò nel testamento il denaro perché fosse rifatta. Ma nessuno gli ubbidì.
Nel 1902 prese quota la fotografia. Alfred Stieglitz, un genio, figlio di un ricco industriale, venuto in Europa a imparare il mestiere di ingegnere, tornò a New York determinato a primeggiare nella fotografia. Con Edward Steichen e altri amici creò nel 1902 il gruppo di Fotosecessione, pubblicando la rivista Camera Work, e nel 1905 aprì al numero 291 della Quinta una galleria, che prese il nome, appunto, dal numero civico: “291”. Espose le opere del movimento. Da quel momento, fotografia e cinema ritmeranno puntualmente, con l’implacabilità del Futuro, la “March of Time”, la Marcia del secolo.

 

   
   
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