Giugno 2008

Visioni del mondo

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Le origini
della civiltà occidentale
Egidio Sterpa  
 
 

 

 

È così che si
arriva al momento magico
dell’illuminismo greco, cioè l’età di Pericle in Atene, l’incontro della cultura con la
politica, incontro dal quale nasce
la democrazia.

 

Atene e Roma, l’antica Grecia e l’Impero Romano, due mondi e due civiltà che si incontrarono, si compenetrarono e ne nacquero l’Occidente, la civiltà e la cultura europea, detta occidentale dal riferimento geografico, in contrapposizione alla civiltà e alla cultura dei popoli del Medio e dell’Estremo Oriente.
Una civiltà, quella nata dall’incontro tra Grecia e Roma, che prese forma e sostanza attraverso i secoli dando vita a strutture culturali, ad un pensiero, ad una filosofia, a manifestazioni d’arte straordinarie, con l’intreccio e la combinazione di forme simboliche e spirituali e con istituzioni politiche, giuridiche, economiche, educative. Una civiltà e una cultura che hanno dato un’identità all’Europa, estesasi poi alle Americhe.
Tutto partì da Atene, dalla Grecia antica. Ed ecco la domanda fondamentale: che cos’è stata l’antica Grecia? C’è chi ha detto che è stata il “paradiso del pensiero”. Niente di più vero. In Grecia nacque la vera grande filosofia, che vuol dire amore per la sapienza, com’è noto, ricerca del sapere e della ragione delle cose. Dal che, è ovvio, fu spontanea l’affermazione della libertà, quella più importante soprattutto, e cioè quella del pensiero.

È questo che dobbiamo ai filosofi greci: il passaggio dalla non conoscenza delle cause prime dell’essere, delle categorie che governano la natura e la mente umana, alla spiegazione di quel che siamo, di quel che è il mondo che ci circonda, ai tentativi di percezione, di ciò che è l’universo soprannaturale, senza ovviamente trascurare la sfera morale dell’uomo. Si pensi a quanto Socrate, Platone, Aristotele, e anche gli stessi filosofi presocratici hanno indagato col loro pensiero, con le loro speculazioni filosofiche, sull’uomo, sul suo essere, nel mondo preesistente al nostro.
Sta qui la grandezza e la bellezza dell’attività intellettuale della filosofia dell’antica Grecia. Grandezza e bellezza che non si trovano, per esempio, nel mondo dell’antica Roma. Che – non dimentichiamolo – dal punto di vista filosofico e intellettuale fu tributaria della Grecia.
C’è un detto latino che riconosce questa sudditanza filosofico-intellettuale dell’antica Roma: “Graecia capta ferum victorem cepit”. Cioè: Roma vinse e sottomise la Grecia, che però poi a sua volta sottomise culturalmente Roma.
Roma, la grande Roma, che creò un quasi millenario impero comprendente tutto il mondo allora conosciuto, ebbe grandi costruttori, grandi e imbattibili soldati, legislatori, ma pochi pensatori, quasi nessun grande filosofo, e quelli che ci furono, pensatori o filosofi, filtrarono i contenuti della filosofia e della cultura greca.
Seneca, grande filosofo romano (era in realtà spagnolo, di Cordoba), grande storico, non si pose mai i problemi che si posero Socrate e gli stessi presocratici. Cioè filosofi come Talete, Eraclito, Senofane, Anassagora, Empedocle, Democrito, tanto per fare qualche nome di grandi intellettuali che precedettero la civiltà romana.
Si pensi un po’: questi filosofi vissero cinque-sei secoli e anche più prima della venuta di Cristo. Roma fu fondata nel 753 avanti Cristo, secondo la tradizione, ma per due secoli circa fu un semplice villaggio, circondato e dominato da insediamenti latini e sabini, e solo nel 500 a.C. fu res-publica; distrusse Cartagine nel 146 a.C., e assoggettò la Grecia meno di duecento anni avanti Cristo.
Cioè: quando i Romani ancora abitavano nelle capanne, i Greci avevano a che fare con la filosofia, cioè ragionavano e cominciavano a scoprire il valore della libertà di pensiero. La connessione delle speculazioni filosofiche con la politica fatalmente finì per avere grande influsso sulle forme di governo. Sta qui la grande importanza della cultura e il valore della sua influenza sull’aggiornamento dei popoli.
Fu Aristotele, certamente il filosofo greco più intelligente, a dedicarsi col suo pensiero alla ricerca del concetto di giustizia, di libertà, di democrazia. È a lui, infatti, che si deve lo sviluppo del concetto di politica quale scienza di governo.

È così che si arriva a quello che fu il momento magico dell’illuminismo greco, cioè l’età di Pericle in Atene, il tempo dell’incontro della cultura con la politica, incontro dal quale nacque la democrazia. Siamo nel 450 avanti Cristo. Roma, allora, non era ancora un impero.
Democrazia è parola che nasce in Grecia: demos (popolo) e kratia (governo). Cioè: forma di governo a sovranità popolare mediante rappresentanti designati dal popolo.
Intendiamoci, non fu democrazia come la concepiamo noi moderni, né ci fu libertà come oggi c’è nei Paesi democratici. Nell’Atene di Pericle, come si sa, esisteva la schiavitù, come del resto esisteva a Roma quando il console Tiberio Sempronio Gracco eresse sull’Aventino il tempio della dea Libertà.
E però non c’è dubbio che l’epoca di Pericle segnò un momento di liberazione dal passato, dall’arcaico e dal primitivo, vale a dire fu il passaggio ad un’epoca storica culturalmente e politicamente nuova.
La visione del mondo cambiò, non fu più quella dei secoli precedenti, cambiarono i rapporti tra uomini e potere, nacque il concetto di cittadinanza, cioè di eguali nella città, e questo grazie soprattutto al contributo del pensiero dei filosofi, gli amanti del sapere, il che, diciamolo, sottolinea il ruolo degli intellettuali nel processo storico.
Grandissimo fu il contributo al progresso sociale, e perciò politico, di Socrate, il filosofo ateniese che più di ogni altro cercò la verità nell’uomo. C’era un insopprimibile bisogno di libertà nella sua ricerca, come del resto dimostrò con il suo comportamento di fronte alla condanna a morte: non chiese la grazia, non fuggì come gli amici gli proposero.
C’è chi ha parlato di Socrate come di un antesignano del Cristianesimo. Il paragone in qualche modo, in effetti, regge, pur nella differenza di tempo (450 anni a.C.), di costumi, di cultura, di religione.

Affinità ce ne sono senza dubbio tra la vicenda del filosofo greco e quella di Cristo. Morirono entrambi in nome delle proprie convinzioni, senza rinnegare nulla. Nel pensiero di Socrate, nel suo sentimento del trascendente, che è evidente in molti suoi atteggiamenti, traspare, tra l’altro, quasi una fede nell’immortalità dell’anima.
Ancora qualche parola sull’Atene di Pericle. La capitale greca fu il modello della civiltà politica dell’antichità. E però non vi mancarono casi di dispotismo. Dispotismo – potremmo dire con il linguaggio di oggi – della maggioranza, come fu, per esempio, il processo con la condanna di Socrate.
Lo strumento politico di cui si serviva la maggioranza per affermare la propria supremazia a danno della minoranza fu l’ostracismo (da ostracon, la pietra su cui i cittadini scrivevano il nome di coloro che volevano esiliare o addirittura mandare a morte). L’ostracismo è il prototipo esemplare che sanciva la supremazia del demos (cioè la maggioranza del popolo) sull’individuo, e non sempre secondo giustizia. Il che, come ben si vede, avviene non di rado ancora oggi nel mondo.
Questo è indubbiamente, secondo la visione moderna della democrazia, il difetto principale della civiltà politica greca. E però a questa civiltà va riconosciuto il grande merito di aver diffuso i germi della libertà.
L’ellenismo, cioè la cultura e la civiltà sviluppatesi in Atene, si diffuse nel Mediterraneo, arrivò in Egitto (la colta Alessandria ne fu il risultato), arrivò in parte anche nel mondo asiatico, fin dove si inoltrò Alessandro Magno, ch’era stato discepolo di Aristotele. Roma, come abbiamo già visto, divenne culturalmente quasi una provincia greca.
L’ellenismo si affievolì, cominciò a spegnersi, quando le città greche persero la loro indipendenza. La crisi fu il prodotto di rivalità, lotte interne, (Atene contro Sparta e viceversa, per esempio), invasioni (macedone, persiane, romane) e si arrivò così al declino della civiltà greca.

È la civiltà romana che si afferma a questo punto. Una civiltà che si fondò soprattutto sulla forza e sulle virtù militari.
Se in Grecia fu determinante il pensiero degli intellettuali, a Roma lo furono la necessità di allargare i confini alla res-publica, e – fatto davvero rivoluzionario – la pressione sociale, cioè la volontà popolare di conquistare condizioni di miglior vita, spazi di dominio e di libertà. Questo romano, potremmo dire, è un fenomeno antesignano dei movimenti sociali sviluppatisi nel mondo moderno.
Se a Roma mancarono i grandi filosofi come Socrate, Platone e Aristotele, si sviluppò però quella cultura giuridica che caratterizzò la civiltà romana, e che ha dato al mondo la cognizione del concetto di diritto, e perciò di libertà e di dignità dell’uomo.
Dice Gaetano Mosca, un nostro grande storico e politologo del Novecento: «Il merito di Roma fu quello di aver introdotto, dovunque estendeva il proprio dominio, leggi, idee e costumi presso a poco uguali, senza apparente coazione».
È al diritto ch’è affidata la grandezza di Roma, oltre che alle opere architettoniche e di grande funzione sociale realizzate ovunque arrivarono le sue legioni.
Può essere utile sottolineare che l’Impero romano durò quasi un millennio, ottocentoventinove anni secondo calcoli storici autorevoli. Nessun altro impero è durato tanto: quello Asburgico trecentonovantadue anni; quello Britannico trecentotrentasei anni; quello Russo dei Romanov trecentoquattro anni; quello Cinese circa cinquecento anni; quello Persiano duecentotrentacinque anni; quello egizio trecentosessantacinque anni.
A questo punto, per seguire lo sviluppo della civiltà occidentale bisognerebbe elencare ed esaminare tutti i periodi storici successivi ad Atene e a Roma, passando per la nascita del Cristianesimo, il Medioevo, la crescita dell’Europa, il Rinascimento, l’Illuminismo, la Rivoluzione americana, la Rivoluzione francese e tutte le fasi storiche e culturali che hanno segnato la costruzione dell’Occidente con i suoi valori di civiltà e cultura.
Se dedicassimo spazio a questa ricostruzione – ma qui non è il caso – ne verrebbe un grande, meraviglioso affresco della storia universale. Vale la pena, invece, di concludere questo nostro breve saggio segnalando come si è arrivati ad avere coscienza della libertà che oggi consideriamo il dato fondamentale per una convivenza civile.
È nell’Ottocento che si afferma la modernità liberale. A quel secolo la storia si affacciò con i risultati di ben quattro rivoluzioni: 1) quella che smontò la teocrazia e la cultura che ne derivava (la cosiddetta “scolastica”); 2) quella che ha condannato e soppresso la schiavitù (merito grande del Cristianesimo); 3) quella che ha eliminato la feudalità; 4) quella infine che ha scalzato la nobiltà intesa come privilegio.
È Benjamin Constant, scrittore e pensatore francese (1767-1830), amico di Madame de Staël, a sottolineare che queste quattro rivoluzioni determineranno quei graduali miglioramenti che hanno portato alla modernità e alla libertà.
Vale la pena di citare i passi essenziali di una memorabile conferenza sulla libertà che Constant tenne all’Ateneo di Parigi nel febbraio 1819 (dal titolo: “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni”). Eccoli, questi passi essenziali: «…La libertà è il diritto di essere sottoposti soltanto alla legge, il diritto di non essere arrestati, detenuti, condannati a morte, maltrattati in alcuna maniera, per effetto della volontà arbitraria di uno o più individui. È il diritto di esprimere il proprio pensiero, scegliere la propria occupazione ed esercitarla; il diritto di disporre dei propri beni, di abusarne addirittura, il diritto di andare e venire senza bisogno di ottenere il permesso, e senza dover rendere conto dei propri motivi o dei propri affari. È, per ciascuno, il diritto di riunirsi con altri individui, sia per discutere riguardo ai propri interessi, sia per professare il culto che costui e i suoi compagni preferiscono, sia semplicemente per occupare il proprio tempo in maniera più conforme alle personali inclinazioni e fantasie. Infine, è il diritto che ciascuno ha di influire sull’amministrazione del governo, sia nominando per intero o in parte certi funzionari, sia attraverso rappresentanze, petizioni, domande, che l’autorità è più o meno tenuta a prendere in considerazione».
Queste libertà, di cui parla Constant, non c’erano certamente tutte nell’Ottocento, e però allora erano già entrate nelle coscienze dei popoli, eredità delle rivoluzioni americana e francese, patrimonio culturale trasmesso dall’Illuminismo inglese e da pensatori come Voltaire, Rousseau, Montesquieu, dagli enciclopedisti e da Kant.
Oggi queste libertà ci sono in molti Paesi occidentali. In molti altri nel mondo devono però ancora essere stabilizzate. E non sarà facile. Di tempo ce ne vorrà.

 

   
   
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