Una grotta d'avanguardia




Sabatino Moscati



Per chi si diletta di cercare sempre il "primo" e il "più grande" (un esercizio largamente diffuso oltre Oceano) si può dire che la grotta di Porto Badisco presso Otranto, in Puglia, è senza dubbio la maggiore scoperta del nostro tempo sull'arte dell'Età Neolitica. Con i suoi cunicoli che si sviluppano per chilometri nelle viscere della terra, adorni alle pareti di figurazioni dipinte sia organiche (ancorché schematiche) sia e più spesso decisamente astratte, la grotta è un santuario davvero unico della preistoria. Di esso abbiamo finalmente - e il caso è tanto provvido quanto raro - una presentazione adeguata per quanto attiene all'arte; e la presentazione è tale che la stanno ,,accompagnando interviste, dibattiti, insomma manifestazioni di un diffuso e più che meritato interesse.
Sgombrando il campo da ogni elemento marginale, l'opera di Paolo Graziosi pone a fuoco la straordinaria importanza delle figurazioni dipinte per l'amplissimo numero, la concentrazione in un'unica grotta ben databile (il radiocarbonio indica la cronologia iniziale intorno al 3900 a. C.), la tematica in cui convergono motivi reali e motivi astratti. I primi, circa un quarto del totale, sono costituiti in massima parte da scene di caccia: si vede l'uomo con l'arco di fronte all'animale da colpire. Il fatto che le figure si riconoscano non impedisce che esse siano fortemente schematizzate: poche linee caratterizzanti, indicative per quanto basta, ma certo senza alcun gusto del particolare.

I motivi astratti, che largamente prevalgono, sono spirali, meandri, croci, svastiche e soprattutto grovigli di segni dei quali sarebbe illusorio ( e fuorviante) dare una definizione. Ma il fatto specialmente notevole è che, almeno in alcuni casi, si può seguire l'evoluzione dal figurativo all'astratto, dall'organico all'inorganico: per esempio, l'immagine dell'uomo diventa una specie di spirale, quella dell'animale una specie di pettine, e così via. Naturalmente, il fenomeno si attua per fasi successive; e tali fasi possono essere individuate, quasi allineate in uno sviluppo che è logico ma deve essere anche temporale, dal più antico al meno antico.
La questione giunge così al problema centrale dell'arte preistorica, quello del rapporto tra organicità e astrazione. Una polemica non priva di asprezza (almeno per lo stile dei tempi) contrappose negli Anni Cinquanta studiosi quali il Ranuccio Bianchi Bandinelli e Alberto Carlo Blanc, presentando in alternativa due eventualità: è l'arte astratta il risultato del dissolversi delle forme organiche, ovvero è quella organica l'esito di uno sviluppo figurativo degli schemi astratti? Le scoperte di Porto Badisco si adeguano chiaramente alla prima alternativa; e poiché essa fu sostenuta da Bianchi Bandinelli, gli danno ragione a posteriori. Ma ragione, si badi, nei limiti dei tempo e dell'ambiente a cui si riferiscono, cioè il neolitico italiano e più precisamente pugliese.

Paralleli altrove vi sono, certo; ma automatiche corrispondenze, no.
In realtà, la grotta riflette un particolare e decisivo momento della preistoria, quello in cui la società dedita al nomadismo passa alla vita sedentaria, l'alimentazione fondata sulla caccia si trasforma in quella dipendente dall'agricoltura e dalla pastorizia. Allora l'organicità dell'arte entra in crisi, cede progressivamente a forme astratte che al tempo stesso riducono la realtà all'essenziale e la trasfigurano in simboli di verità superiori. E prima? Nel lunghissimo corso dell'Età Paleolitica, afferma Blanc, il processo è inverso: "Lo sviluppo dell'arte figurativa è preceduto da una più antica fase di arte astratta, di carattere simbolico". Chi ha ragione, dunque? L'arte a noi ben più prossima insegna che correnti realistiche e astratte si succedono e si alternano senza posa: perché alle origini umane non può essere accaduto lo stesso?


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