RAPPORTO CONGIUNTURALE

LUCI ED OMBRE DELL'ECONOMIA SALENTINA




Maria Rosaria Pascali



La crisi economica che ha investito l'Italia ha avuto grosse ripercussioni sul sistema produttivo del nostro Salento. Anche qui assistiamo ad un pauroso aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, e ad una difficoltà delle imprese a stare sul mercato.
Ma un'analisi accurata che vada oltre l'aspetto congiunturale ci porta ad evidenziare le peculiarità del nostro territorio, i suoi elementi di debolezza, quelli di crisi, ma anche le sue potenzialità e i fattori che possono condurre l'economia salentina verso una robusta ripresa.
In realtà, quello leccese si presenta come un sistema economico alquanto complesso, difficile da definire in maniera univoca. Anche là dove sono evidenti i fattori di crisi, spuntano elementi positivi che meritano di essere presi in considerazione. E' vero, tuttavia, che prevale una lettura orientata sulla chiave della crisi e dell'arretratezza per la tendenza in negativo mantenuta da alcuni importanti indicatori economici: così il tasso di disoccupazione che continua ad essere veramente alto (un leccese su 8 è iscritto nelle liste dei disoccupati), e il reddito procapite che invece si colloca fra gli ultimi dieci dell'intero Paese.
Ma ricordiamo pure la scarsa apertura verso i mercati internazionali, con un indice pari a 35,3 contro il 45 della Puglia (posto uguale a 100 il valore medio italiano), la mancanza di rapporti qualificati fra le imprese e fra queste e il mercato dell'offerta dei servizi alle imprese.
A questi elementi, che marchiano se vogliamo ogni tempo della storia economica e produttiva della nostra provincia e del resto del Mezzogiorno, altri si aggiungono, peculiari al nostro territorio, che fanno sicuramente sperare in una ripresa non solo qualitativa, ma anche quantitativa, dell'imprenditorialità salentina.
La provincia di Lecce ha registrato negli ultimi anni un forte incremento della natalità delle imprese, in questo ponendosi decisamente in controtendenza rispetto alle dinamiche nazionali. Il tasso di crescita del valore aggiunto prodotto dai due settori dell'industria e dei servizi nell'ultimo decennio supera di tredici punti quello regionale e di oltre trenta il tasso di sviluppo nazionale. Sicuramente, dal '70 ad oggi, la provincia ha modificato profondamente la propria struttura produttiva.
Da un sistema basato sull'agricoltura e sull'industria manifatturiera, con forte prevalenza dell'artigianato e dell'industria edile si è passati ad una economia in cui prevalgono l'industria e i servizi, soprattutto privati. L'agricoltura, invece, ha subìto una vera e propria recessione ed è stata relegata ad un ruolo pressoché marginale.

Agricoltura in discesa
Nell'ultimo decennio, il valore aggiunto derivante da questo comparto è cresciuto ad un tasso del 59,5%, contro quello tre volte maggiore dell'industria di 194,2%. La velocità di crescita dei servizi, poi, è stata addirittura quattro volte superiore a quella del settore primario. Nel 1970 l'agricoltura costituiva il 221/0 del Pil dell'intera economia leccese; dieci anni fa essa pesava solo il 14%; nel '90, questo tasso è sceso al 5,2%.
Diminuisce il peso dell'agricoltura nell'economia salentina, ma aumenta il numero di aziende agricole. Muovendosi in controtendenza rispetto alla media regionale, la provincia di Lecce registra una crescita di circa il 3% nel numero di aziende censite: sono 70.853 nel '90, contro le 68.796 dell'82. Nel 1993, le imprese attive registrate nel ramo agricoltura, caccia, foreste e pesca sono state 557 in provincia di Lecce: 238 per l'agricoltura e la caccia, 25 per la pesca, una per le foreste e 293 per le attività connesse con l'agricoltura.
All'accresciuto numero di aziende agricole non corrisponde un aumento della superficie agricola utilizzata, che anzi diminuisce del 3,3% passando dal 195.694 ettari dell'82 ai 189.234 del '90.
In venti anni, la nostra provincia ha perso complessivamente 40.790 ettari di terreno agrario.
Diminuisce la superficie media delle aziende, mentre, se si guarda all'andamento per classi di SAU, si osserva che guadagnano le classi più basse, sia in numero di aziende sia in superficie utilizzata, mentre perdono tutte le classi più alte. Nell'ultimo decennio sono pochissimi i Comuni che hanno registrato un aumento della dimensione media aziendale: fra questi emergono Parabita con una variazione percentuale di 84,27% e Tiggiano con un tasso di crescita di 58,07%. La maggior parte degli altri paesi salentini sconta invece un notevole arretramento della dimensione media per azienda: Castro ha la perdita più elevata, pari a -55,73% rispetto all'82; seguono Trepuzzi con -38,49% e Botrugno con -30,42%.
Per quanto riguarda le coltivazioni, diminuisce la superficie investita a seminativi (il frumento scende a -13,66%); cresce invece quella investita a patate (+14,1%). Fra le coltivazioni legnose agrarie diminuisce la vite, che registra una riduzione pari al 25,22% della superficie e al 18,06% delle aziende. Cresce invece l'olivo sia in superficie (+1,54%) sia in numero di aziende (+6,20%). I migliori risultati sono stati ottenuti dalla barbabietola da zucchero che registra un aumento del 396,9% nella superficie e del 96,3% nel numero di aziende.
Anche per quanto riguarda gli allevamenti, i dati non sono confortanti: crescono solo i caprini del 19,1%; mentre diminuiscono bovini e bufalini (-33,9%), ovini (-33,5%), equini (-56,6%), suini (-35,6%) e allevamenti avicoli (-21,6%).
In realtà, l'agricoltura riveste ancora un peso notevole nell'economia locale, soprattutto per lo stretto collegamento con le industrie agro-alimentari del luogo, da quelle vitivinicole a quelle olearie. Tuttavia, il settore agricolo sconta crisi ricorrenti ed una progressiva separazione dagli impulsi provenienti dal mercato, soprattutto a causa del prevalere delle integrazioni di prezzo e dei sostegni alle produzioni. E mentre i dati regionali sembrano affermare una tendenza al rafforzamento della struttura agraria pugliese, nella nostra provincia le cifre stanno ad indicare un progressivo disimpegno del settore agrario. Si riduce il tasso di diversificazione del settore e quindi il suo livello competitivo. Cresce la percentuale di superficie agricola coltivata a colture tradizionali e sovvenzionate come grano, olivo, vite e tabacco, che passa dall'80% del 1970 all'86% del 1988. Diminuiscono, invece, le quantità prodotte e quelle esportate: tra il 1984 e il 1989, infatti, l'esportazione ortofrutticola leccese subisce una contrazione di circa 163 mila quintali.

Industria in crescita
Il settore secondario ha manifestato negli ultimi dieci anni una velocità di crescita del valore aggiunto superiore non solo a quello della Puglia e del Mezzogiorno, ma anche a quella nazionale. Tra l'80 e l'89, infatti, la variazione percentuale del Pil del settore industriale per la provincia di Lecce è stata pari a 194,2, contro il dato regionale di 181,4 e del Mezzogiorno di 167,5; mentre per l'Italia la percentuale è stata pari a 157,8. Contemporaneamente è mutata la composizione strutturale del settore. Nonostante la presenza di alti indici di natalità di impresa, le aziende artigiane incidono progressivamente di meno rispetto al totale delle imprese. Dal 1971 al 1989, il valore percentuale del peso delle imprese artigiane sul totale delle imprese del settore industriale è sceso di 12,9 punti passando dal 92,7 al 79,8. Segno evidente dell'allontanamento del tessuto produttivo provinciale dalla dimensione locale e marginale.
Per quanto riguarda i rami produttivi, diminuisce l'incidenza del manifatturiero tradizionale, mentre acquistano maggiore rilievo la lavorazione di metalli e il settore meccanico, con particolare riferimento alla meccanica di precisione. Si sviluppa in maniera incisiva anche l'impresa tessile; lo stesso settore dell'abbigliamento appare più diversificato su quasi tutta la gamma. Al calzaturiero e all'abbigliamento, che restano i settori portanti del sistema industriale della provincia di Lecce, si aggiungono quindi nuovi spazi di attività i cui indici di sviluppo sono molto rilevanti. Così il settore della meccanica di precisione, il cui tasso di natalità tra l'89 e il '90 si assesta intorno al 25-30%, contro il 13% regionale. Anche l'industria tessile, ripetiamo, fa un salto dimensionale e si assesta su tassi di sviluppo pari al 10-15%, in armonia con la tendenza regionale.
In crisi, invece, il comparto alimentare, che manifesta un basso indice di natalità e di sviluppo delle imprese in esso operanti. In realtà, l'industria alimentare leccese non ha mai avuto un forte peso specifico sull'apparato produttivo, fatta eccezione per le attività olearie ed enologiche. Questo peso, poi, nell'ultimo decennio, è andato riducendosi di circa un punto percentuale. Inoltre, il settore continua ad essere caratterizzato dalla presenza di imprese di piccola e media dimensione. Varie le cause, tutte comunque riconducibili alla mancata rispondenza dell'agricoltura leccese alle richieste dell'industria alimentare. Infatti, a fronte di una domanda di prodotti che non siano di consumo immediato, perché necessari alla trasformazione, si pone un'offerta agricola fortemente orientata verso produzioni di buon livello qualitativo destinato al consumo fresco. L'industria alimentare, per poter realizzare economie di scala tali da consentirle di essere al passo con la concorrenza mondiale, dovrebbe far perno su aziende agricole di medio-grandi dimensioni, molto meccanizzate e a forte specializzazione. Tutte condizioni che nel leccese non si realizzano, data la presenza di una dimensione estremamente parcellizzata delle aziende agricole.
Questa situazione ha portato l'apparato produttivo leccese a mettere in secondo piano quella che è la "vocazione naturale" del territorio, appunto l'industria agro-alimentare, e a ripiegare su altri tipi di attività che sono poi diventati, o stanno per diventare, gli assi portanti dell'economia locale, come il settore dell'abbigliamento o della meccanica di precisione.
Dato caratteristico del sistema industriale leccese, rispetto al resto della Puglia, è il forte indice di mortalità delle imprese, segno di difficoltà ambientali mai superate e di processi selettivi più severi che altrove. Al contrario, l'indice di natalità rispecchia l'andamento regionale, a conferma dell'esistenza nel territorio di spinte imprenditoriali molto forti che però nella fase di attuazione si scontrano con le difficoltà sopra accennate. Quindi, a differenza di altre aree del Sud, nella provincia di Lecce non è tanto un problema di nascita di nuove imprese, quanto un problema di sostegno all'impresa appena nata.
Altro dato peculiare dell'industria leccese, già evidenziato parlando del settore agro-alimentare, è la prevalenza della piccola e media impresa nata da processi interni all'area e solo raramente da interventi insediativi esterni. L'imprenditoria locale rappresenta il 97% delle unità produttive della provincia e dà lavoro al 76,2% del totale degli occupati in industria. Solo il 3% delle imprese industriali operanti a Lecce risulta di proprietà extra-meridionale, nessuna invece di proprietà straniera, contro l'8,7% della Puglia e il 13% del Sud.

Terziario qualificato a debole domanda
Assieme all'industria, il terziario soprattutto privato gioca un ruolo importantissimo nell'economia leccese. All'inizio degli anni '70, il settore assunse prevalentemente la funzione di rifugio per la forza lavoro che veniva espulsa dall'agricoltura e per la cosiddetta "emigrazione di ritorno". Negli anni successivi, invece, l'espansione del settore e il consolidarsi di un rapporto diretto tra i servizi e il resto dell'economia hanno portato ad una vera e propria esplosione dei servizi vendibili (commercio, alberghi, pubblici esercizi; trasporti e comunicazioni; credito e assicurazioni; altri servizi). Alla fine degli anni '80, essi rappresentano quasi il 50010 del valore aggiunto provinciale, passando dal 167,8 miliardi di lire del 1970 a 5.028.8 miliardi del 1989.
Diverso è invece il discorso per il cosiddetto "terziario produttivo", quello cioè dei servizi alle imprese, che stenta a decollare. Sono solo poco più di 800 le imprese di servizi operanti nell'ambito leccese, e che vanno dalla consulenza finanziaria e assicurativa alla consulenza contabile, fiscale e amministrativa, dalle attività immobiliari e di mediazione, agli studi tecnici, alle pubbliche relazioni e alla pubblicità. La fragilità della domanda di servizi è dovuta in primo luogo ad una carenza culturale e ad una prevalenza nel territorio dei settori manifatturieri tradizionali in cui più forti sono le resistenze verso fattori innovativi di sviluppo. In questo contesto si inserisce poi la figura dell'imprenditore "tuttofare", difficilmente disponibile a delegare ad altri funzioni anche semplici e quindi quanto mai avverso a rivolgersi all'esterno per individuare e soddisfare i bisogni innovativi della propria impresa. D'altro canto, le poche grosse imprese esistenti in provincia preferiscono rivolgere la loro domanda di terziario qualificato verso le aree del Nord. Si innesca così un circolo vizioso in cui il settore non decolla per mancanza di domanda e di conseguenza non cresce in professionalità ed esperienza. Le piccole e medie imprese, che rappresentano la quasi totalità del tessuto produttivo della nostra provincia, rivolgono una richiesta di consulenza di assai basso livello qualitativo.
Per loro, molto spesso, è il commercialista che esercita anche consulenza finanziaria e direzionale e che si avventura, senza avere le necessarie cognizioni, nelle analisi di mercato. Si assiste cioè ad uno sconfinamento delle proprie funzioni da parte dei professionisti locali che arreca solo danni allo sviluppo dell'impresa in termini di innovazione e di competitività. Così negli altri rami di consulenza: la consulenza nel marketing e nella pubblicità viene svolta da operatori grafici; mentre le competenze degli studi tecnici industriali vengono esercitate da studi e imprese del settore edilizio.


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