IL COSIDDETTO BRIGANTAGGIO MERIDIONALE DOPO L'UNITA' D'ITALIA

UNA GUERRA CIVILE DIMENTICATA




Girolamo Garonna



Sono tempi di certezze aleatorie, di incertezze sicure, di transizione: così si sente ripetere, così tutti si esprimono, così ovunque si legge. Sono tempi in cui tutto si discute, in cui tutto si contesta, in cui tutti pontificano in nome di una genericità, di una provvisorietà, di una caducità che hanno impresso uno stampo inconfondibile a questi nostri giorni. Tutta la nostra vita, attiva e di pensiero, sembra condizionata da un varco per il quale un sistema sta traghettando da uno stato all'altro. Valori tradizionali misconosciuti o derisi, ancoraggi a ideali patriottici, sociali, politici, artistici, religiosi ritenuti incrollabili barcollano; tutto appare estremamente oscillante.
Eppure questa strisciante rivoluzione si compie nell'apparente normalità della vita quotidiana, sempre più fissata a comportamenti strettamente egoistici.
In contrasto con quanto è avvenuto in altri Paesi d'Europa e del mondo, abbiamo assistito alla scomparsa dalla scena politica di movimenti e di partiti che potevano vantare il merito di aver fatto risorgere l'Italia dalle distruzioni morali e materiali della guerra e di averla portata a collocarsi tra le nazioni più avanzate del mondo. Lo scenario politico non è certamente esaltante e rappresenta bene lo stato di confusione in cui si dibatte il Paese. La furia devastatrice e disgregante di alcuni movimenti politici ha attaccato financo i valori risorgimentali e l'unità
della Patria, che è costata il martirio di tanta eroica gioventù, che ha tormentato eccelse figure di pensatori, di lavoratori, di imprenditori. E sorge dall'intimo un moto di irritazione perché l'ansia secessionista nasce, si diffonde e si proclama nelle stesse regioni, nelle stesse città che alimentarono i movimenti patriottici insurrezionali del Risorgimento, che costituirono il nerbo dei Mille, che perseguirono con ogni mezzo l'Unità d'Italia: Unità che i fanti calabresi, pugliesi, campani, siciliani contribuirono a completare e a cementare col proprio sangue nelle trincee, dallo Stelvio al Quarnaro. Interpretazioni storiche assurde, stravolgenti, costituiscono le argomentazioni più disparate, da quelle etniche a quelle culturali, in base alle quali si predica, si dogmatizza, si condanna. L'opinione pubblica viene costantemente sollecitata a considerare con apprensione la disastrosa economia del Sud caratterizzata soprattutto dalla disoccupazione giovanile e dalla delinquenza organizzata, in contrapposizione ad una paradisiaca economia del Centro-Nord. Su questo tema è in corso un dibattito allarmistico sulla stampa quotidiana.
E' recente l'editoriale, apparso su di un importante quotidiano romano, con il quale un eminente economista, nel sostenere l'urgenza di risolutivi interventi per il Meridione, affermava che "i discorsi, le orazioni e le dispute sul Sud non servono a nulla, perché si ha la sensazione che il Sud non abbia più tempo per ascoltare discorsi e promesse: La santabarbara sta pericolosamente brontolando". Si legge che lo Stato sociale sta per scomparire, che l'economia gode ottima salute, ma nello stesso tempo si afferma che il Nord vola e che il Sud muore. Tutti i problemi negativi sono al Sud, con la galoppante disoccupazione giovanile, con il pesante fardello di una economia che non decolla, con la delinquenza organizzata che attanaglia vita pubblica e privata. Donde il Sud appare come la malattia della Nazione, come freno al progresso economico, come ostacolo al risanamento della finanza pubblica e, quindi, causa dell'arrancante aggancio dell'Italia all'Europa sana e forte. Questa situazione che viene propinata all'opinione pubblica induce ad amare riflessioni.
Tutti gli alibi enunciati servono a coprire imperdonabili colpe derivanti da una sistematica abulia del "potere" verso questo magnifico, nobile, civilissimo ed operoso Sud. La riconsiderazione degli eventi storici che sono prodromi della situazione attuale si impone come mezzo per l'urgente individuazione di soluzioni efficaci. Rimuginare su quanto sta accadendo, accostando fatti del passato e del presente, serve a creare una tensione spirituale che spinge a rievocare eventi del passato non come elegiache lamentazioni, ma per attingervi energie reattive e costruttive.
Dopo la Rivoluzione francese, dopo la caduta di Napoleone, dal Congresso di Vienna fu restaurato un ordine che avrebbe dovuto assicurare stabilità e pace all'Europa e al mondo.
La prorompente sete di libertà dei popoli portò ai moti insurrezionali ispirati da ideologie diverse, ma aventi in comune la lotta alle oppressioni, agli assolutismi, per la costituzione di Enti statuali con unità di lingua, di civiltà, di territorio. L'epica lotta fu lunga e cruenta, illuminata da fulgidi eroismi e sacralizzata da infiniti martirii. Eppure essa non mancò di creare sconvolgimenti disseminati di clamorose ingiustizie, di colpevoli ed aberranti tradimenti, di dure repressioni nel nome della libertà, di umilianti miserie al posto di un progresso economico tanto decantato quanto non voluto, non perseguito.
Abbandono, inazione consapevole, motivata con determinazione da scopi politici nazionali ed internazionali, tanto da trasformare moti di puro garibaldismo in imprese soggiogatrici, in operazioni di conquista. Brucianti delusioni, crudeli profanazioni di principi morali e religiosi, di sentimenti di fedeltà, spregevoli e provocatorie imposizioni tributarie, ai limiti della sopportazione. Popolazioni pazienti, remissive, operose, oneste, fedeli, emarginate e derise, considerate al pari di colonie.
Questi incresciosi eventi, queste circostanze che offuscarono epiche imprese ed ombrarono di dubbi gli ideali ispiratori di gesta fascinose ed esaltanti; queste drammatiche vicende si abbatterono sui pacati e fedeli sudditi borbonici con l'avvento dello Stato Unitario, fine sublime di anni di lotta e di leggendarie imprese. Mali storici, quindi, che trovano puntuale riscontro in un passato, inutilmente passato, e nell'attualità resa drammatica dalla esasperazione degli stessi problemi.
Studiare, riflettere, interpretare correttamente e discutere al fine di far emergere, dalla sedimentazione dei fatti, la verità sostanziale che va a collocarsi nella Storia: per fortuna è in corso, da tempo, un movimento di revisione teso a dare giusta valutazione a fenomeni dei quali interessi contingenti imposero di dare distorte dimensioni. Qualsiasi dibattito riguardante il Sud non può prescindere dal ricordare quella dimenticata guerra civile che il "potere", velando le ragioni morali, sociali, economiche e politiche che la generarono ed esaltandone esclusivamente gli aspetti nefandi, declassò a "brigantaggio".
Il brigantaggio, come "atto collettivo di delinquenza a sfondo politico-sociale", non fu certamente un fenomeno tipico del Sud. Già a Roma, in epoca repubblicana, il problema dei "latrones" fu di tale gravità da richiedere interventi drastici. Dopo le guerre civili costituirono sempre un consistente pericolo per essere espressione di atteggiamenti rivoltosi di ex combattenti che, dopo guerre lunghe e crudeli, non si rassegna ano a rientrare pacificamente nella società civile, anche perché pressati da profonde crisi economiche. Augusto fu obbligato a disporre provvedimenti repressivi violenti, quali le crocifissioni lungo le strade consolari. Nel Medio Evo e dal secolo XIV al XVIII, in Italia e in Germania il brigantaggio si manifestò come rivolta di contadini al tiranneggiare dei padroni e alla malvagità delle tasse.
Nell'Italia meridionale il fenomeno si rivelò non per questioni politico-sociali, ma quale strumento, in funzione antifrancese, per restaurare il potere legittimo usurpato a seguito della rivoluzione del 1799.
Ricordiamo l'impegno di Fra Diavolo nel sostenere l'azione del Cardinal Ruffo, che assoldò in Calabria molti briganti per liberare il Regno borbonico dall'influenza delle dottrine illuministe, "fautrici dell'abbattimento dei troni e della Religione". Le condizioni ambientali e le cattive leggi costituirono il terreno favorevole alla radicalizzazione del fenomeno, che da un substrato economico-sociale spesso finì per assumere nefaste connotazioni politiche.
L'avvento al trono di Francesco II non diede segni di evoluzione nell'indirizzo politico seguito da Ferdinando II. Il Re era solo. L'Europa, sotto la determinante e lucida spinta dell'Inghilterra, era favorevole al movimento unitario italiano, assecondato dal Piemonte. Non poteva contare sulle forze progressiste del 1820, superate ormai nei programmi e nell'azione dai nuovi liberali. La classe privilegiata della dirigenza non era affidabile perché, con sfacciata ingratitudine, dimostrava distacco ed ambiguità; preoccupata per la protesta dei contadini, esacerbati dalle accresciute difficoltà dovute al rincarare dei prezzi e alla stagione avversa, preferiva aderire ai movimenti unitari con l'intento di captarne le iniziative e indirizzarle verso un utile moderatismo. Lo scopo era quello di rimanere comunque a galla e di provocare solo modifiche di facciata: una gattopardesca evoluzione mirante a salvaguardare privilegi e ricchezze. Il clero non era in grado di svolgere efficace azione frenante sulle popolazioni, le quali speravano in una ventata di novità, apportatrici di sostanziali, concreti benefici. L'esercito era disorganizzato, mal comandato da Ufficiali Generali pronti al tradimento ora che la monarchia vacillava. I soldati erano fedeli a Francesco, ma abbandonati a se stessi si ritiravano senza combattere, cedevano le armi e si disgregavano. La conseguenza logica di tale stato di cose fu il dolente ritiro da Napoli del Re. A determinare il crollo militare borbonico concorsero in maniera decisiva l'azione insurrezionale che galantuomini liberali delle province meridionali del Regno condussero subito dopo lo sbarco dei Mille e la conquista della Sicilia. Essi reclutarono, sfruttando la concessione data da Francesco II all'atto della promulgazione della Costituzione, nel mese di giugno, corpi volontari in Calabria, in Basilicata e nel Cilento. Il moto insurrezionale si propagò rapidamente e ai primi di settembre il potere borbonico era stato abbattuto anche nel Beneventano, nel Molise, negli Abruzzi e in Terra di Lavoro. I moderati e i democratici proclamarono governi provvisori in nome di Vittorio Emanuele e di Garibaldi. Intanto in Puglia lo sbandamento delle forze borboniche favorì reazioni antiunitarie, specialmente a Canosa, a Bitonto e a Barletta. Nell'ambito di tali scontri si pose la grave sommossa di Ariano Irpino, scoppiata ai primi di settembre del 1860 e provocata dalla istituzione di un governo provvisorio. Circa 140 liberali furono trucidati dai contadini, favoriti dal clero locale e non contrastati dalle truppe borboniche in ritirata dalle Puglie, le quali, peraltro, si arresero al generale Turr, inviato sul posto da Garibaldi.
Altre sporadiche rivolte si ebbero, ai primi di settembre, in Campania, a Marcianise e S. Antimo, e nel Matese, a Gallo, a Letino e in altre località del Molise e dell'Abruzzo. Nel nord della provincia di Terra di Lavoro e nell'alto Molise si, ebbero spontanee rivolte contadine. Il fulcro di questi moti fu Isernia. In poche settimane la città, in preda all'anarchia, più volte passò di mano dai liberali ai legittimisti, e viceversa, a seguito di sanguinosi scontri. L'ultimo tentativo di rioccupare la cittadina fu effettuato dai garibaldini del Col. Nullo. Il 17 ottobre, in un violento combattimento con regolari borbonici, appoggiati dai contadini, furono sanguinosamente sconfitti.
Il clima diventava incandescente; la tragica possibilità di una insurrezione stava nei fatti quotidiani: ambizioni sfrenate della dirigenza emergente che non sapeva reprimere rancori, che non mostrava attenzione ai minimi bisogni dei poveri. Su queste scintille soffiavano le classi conservatrici: lo scopo era quello di servirsi della disperazione del popolo per combattere il nuovo ordine. E la rifondazione della speranza determinò la coagulazione delle delusioni in una nuova illusione: cercarsi, unirsi, non per commettere delitti, ma per avere giustizia.
Francesco II confidò allora di potersi ancora riscattare dalle immeritate sconfitte e puntò tutto sul Volturno. E compì un vero miracolo. Il suo appello ai soldati combattenti, il suo richiamo alle Bandiere suscitò un moto d'orgoglio esemplare e quasi 80.000 uomini dispersi, sbandati, gli si raccolsero intorno per testimoniargli attaccamento e fedeltà. Dallo sfacelo risorgeva un esercito disciplinato, fortemente motivato, pronto ad ogni sacrificio per il suo Re, per la sua terra, per la sua civiltà. La sconfitta inflitta agli ardimentosi garibaldini di Cattabeni a Caiazzo il 19 settembre 1860 ed al Csudafy il giorno 21 a Monteromano fu un segno tangibile del mutato spirito dell'esercito napoletano. Una brigata costituita da reduci dalla Sicilia riconquistò Pontecorvo, Sora, Venafro, Piedimonte d'Alife. Egregiamente comandata dal Col. La Grange, si distinse per i rapidi e sostanziosi risultati ottenuti. In Abruzzo, nel Molise, nel Sannio, i contadini si ribellavano ai galantuomini liberali costringendoli a rifugiarsi all'ombra dell'esercito piemontese. Quando ancora si combatteva tra il Volturno e il Garigliano, nel Gargano e in Basilicata si assisteva a violente ribellioni.
Il 1° ottobre 1860, sul Volturno, Garibaldi vinse dopo aver subìto per l'intera giornata una forte pressione delle forze legittimiste che ad una certa ora avevano avuto a portata di mano la vittoria. Ma lo scarso entusiasmo del gen. Ritucci nell'eseguire un piano del quale disconosceva la paternità, l'ampiezza del fronte, il mancato coordinamento della manovra delle tre colonne attaccanti, il magistrale impiego delle riserve effettuato dal generale Garibaldi determinarono la ritirata sulle posizioni di partenza di Capua. Anche l'esercito volontario aveva ormai esaurito la sua carica offensiva e i tempi erano maturi per cedere l'iniziativa alle divisioni piemontesi che, oltrepassato il confine dello Stato pontificio, stavano invadendo il Regno delle Due Sicilie, mentre Francesco Il si ritirava in Gaeta per l'ultima lotta. La vittoria di Garibaldi sul Volturno inferse un colpo definitivo alle speranze di Re Francesco II di rientrare a Napoli. La penetrazione dell'esercito piemontese nel Regno, lo scioglimento dell'esercito garibaldino, il plebiscito con il quale venne decisa l'annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, l'eroica ultima lotta del Re e della Regina sugli spalti di Gaeta, l'assunzione del comando delle operazioni militari da parte dei generali di Vittorio Emanuele II, il mancato intervento delle potenze europee per ristabilire l'ordine violato dal Piemonte avevano segnato l'ineluttabilità della fine del Regno borbonico.
E' a questo punto che si decise di procedere all'organizzazione dell'insurrezione nei territori occupati, facendo leva sul generalizzato malcontento, soprattutto dei contadini e dei galantuomini che avevano dovuto cedere i poteri e i privilegi ai liberali. Le direttive diffuse in tutto il Regno tendevano a costituire comitati segreti borbonici per favorire l'azione congiunta dei contadini, del clero e dei militari sbandati, mediante l'aggregazione in bande armate. L'incendio divampò e si diffuse in tutto il Regno: non fu difficile, perché delusioni, soprusi e prepotenze avevano esasperato i ceti più disagiati, specialmente i contadini.
Avevano atteso con ansia la rivoluzione perché speravano di vedere finalmente risolti i secolari problemi che li attanagliavano. Si attendevano la giusta divisione dei beni demaniali, il problema dei pascoli, gli usi civici, l'abolizione delle tasse sul macinato. La restaurazione borbonica avrebbe assicurato il soddisfacimento di tutte queste aspettative. Anche i galantuomini che non avevano né favorito né condiviso l'instaurazione del nuovo regime colsero l'occasione per fomentare il malcontento: essi temevano di dover restituire terre arbitrariamente occupate o acquistate con inganno, spesso con autorevoli condiscendenze.
Contribuì ad aumentare il malumore e l'inquietudine il clero, che partecipava della triste situazione dei ceti più poveri e indicava nella restaurazione legittimista l'unico mezzo per eliminare l'insostenibile prostrazione. I comandanti delle unità piemontesi si resero subito conto della gravità della situazione e provvidero ad emanare ordini repressivi duri, crudeli, sconvolgenti. Cialdini prima ed il Fanti poi ordinarono di costituire tribunali straordinari e di fucilare immediatamente gli oppositori al nuovo ordine. Iniziò così la terribile repressione, si instaurò così la guerra civile che rappresentò una vergogna nazionale: guerra civile sulla quale per carità di patria la storiografia ufficiale stese un pesante velo.
Suscitò raccapriccio e sdegno la reazione piemontese all'insuccesso della chiamata alle armi dei giovani tenuti a presentarsi negli anni 1857-58-59 e 60 e risultati invece renitenti. L'ordine di precettazione non venne diffuso in tutti i Comuni e comunque venne notificato con enormi ritardi rispetto alla data di presentazione stabilita per il 31 gennaio 1861. Ebbene, il mattino del 1° febbraio le truppe regolari procedettero al rastrellamento dei giovani che, senza alcuna distinzione tra colpevoli ed innocenti, furono fucilati immediatamente. La spietata condotta delle nuove autorità che, disattendendo le allettanti promesse di condizioni sociali più dignitose, instaurarono un regime disumano, indussero gli eterni oppressi a cercare asilo e protezione nelle bande armate, i cui componenti acquistarono agli occhi dei perseguitati la veste di giustizieri.
In queste note sono state delineate, in modo certamente sommario, ma spontaneo e passionale, le condizioni politiche, militari, socio-economiche ed ambientali che provocarono quella drammatica guerra civile nota come "brigantaggio". Ogni dizionario della lingua italiana spiega che tale termine, derivante da brigante, ossia da "malvivente che vive di rapine stando alla macchia", sta ad indicare l'azione di un complesso di bande di malviventi. Ne consegue che tale termine, accreditato dalle autorità del tempo, appare deviante e non appropriato. Se consideriamo le componenti reali e ideali che determinarono quei nefasti eventi, fondatamente si può affermare che moltissimi altri conflitti che hanno sconvolto l'Italia, l'Europa ed il mondo potrebbero essere egualmente definiti "brigantaggio"; ma il fine di questo lavoro non è polemico, bensì provocatorio. Vuole suscitare interesse intorno a questo tema, quanto mai attuale, almeno nei prodromi. Vuole essere un invito ad approfondire le ricerche, disancorando il fenomeno dalla storiografia che l'ha tramandato nella versione attuale. Versione di parte e come tale non sufficientemente obiettiva per garantirne l'autenticità nei segni precursori, nelle cause scatenanti, nello svolgimento dei fatti e negli insegnamenti da dedurne. Insomma, superare la frammentarietà e la confusione della trattazione fin qui effettuata, per giungere alla sintesi di Storia. Sappiamo che attualmente una ricchissima fonte documentale è disponibile ed agibile presso l'Ufficio Storico dello S.M.E.
(Per parte nostra continueremo a riflettere su questi tristi avvenimenti in modo più sistematico e particolareggiato. Esamineremo i singoli episodi che hanno punteggiato di ferocia, di nefandezze e di vergogna il momento in cui si proclamava l'abbattimento degli assolutismi, dei soprusi per il trionfo della giustizia e della libertà).
Nel 1990 l'Editore Arnoldo Mondadori, nella collezione "Le scie", ha pubblicato un volume scritto dal giornalista Vito Di Dario ed intitolato Oh, mia Patria. L'Autore, in quest'opera originale, interessante e pregevole, immagina di essere un inviato speciale a Torino, capitale d'Italia, nel 1861, primo anno dell'Unità. Racconta, da cronista bene informato e da osservatore imparziale, i "grandi eventi della politica ed i piccoli fatti dell'attualità che riempivano le pagine dei giornali e le conversazioni al Caffè". Nella presentazione dell'opera è detto che "il primo anno d'Italia non è un anno qualsiasi... nel Sud si combatte una guerra di secessione che i Piemontesi chiamano brigantaggio, con migliaia di morti da entrambe le parti".
Nella prefazione, l'Autore, accennando ai vari fatti dei quali si fa cronista, con accenti molto incisivi così si sfoga:
"Sono finito nel bel mezzo di una guerra. Mi avevano detto che si trattava di brigantaggio, ma ho visto combattere avvocati ed impiegati, sindaci e magistrati, operai e studenti, tutti contro l'Italia, insieme a contadini e galeotti. Ho visto tante teste decapitate di ribelli mostrate nelle piazze. E in un paese del beneventano, i cadaveri di soldati appesi a un chiodo davanti alle porte delle case. Ho capito che gli italiani hanno imparato a conoscersi guardandosi dietro al mirino di un fucile. E mi sono chiesto: è possibile che tanta crudeltà sia stata cancellata dalla nostra memoria collettiva? Che sia passata come acqua sulla roccia? E, poi, perché continuano, sui testi di scuola, a chiamarlo brigantaggio? E perché non è nata un'epopea, com'è successo per la guerra di secessione americana che si combatteva in quegli stessi giorni oltre l'Oceano? Perché non si è girata una "Via col vento" all'italiana?".
Mi sembra significativo e pertinente concludere la prima parte di questa rievocazione con le riflessioni del "cronista, inviato speciale" Vito Di Dario, che meritano di essere affidate alla considerazione di quanti hanno a cuore le sorti del Sud.

(1 - continua)


BIBLIOGRAFIA
Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli.
Carlo Alianello, La conquista del Sud.
José Bories, La mia vita tra i Briganti.
Vito Di Dario, Oh, mia Patria! 1861 - Un inviato speciale nel primo anno d'Italia.
G. Dall'Ongaro, Fra Diavolo.
Piergiusto Jaeger, Francesco II di Borbone.
Renato Monteleone, Cospiratori, guerriglieri, briganti - Storie dell'altro Risorgimento.
Marco Monnier, Notizie storiche sul Brigantaggio nelle Province Napolitane.
Franco Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l'Unità.
Salvatore Scarpino, Il Brigantaggio dopo l'unità d'Italia.


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