
Una questione
sempre presente e viva, sin dai tempi della nascita della fotografia,
è stata ed è la distinzione tra l'opera artistica e
la pura registrazione.
La lunga e sofferta acquisizione di strumenti tecnologici, fondati
su leggi fisico-chimiche, che ha rappresentato la vera novità
nel mondo dell'immagine, ha concentrato gran parte dell'attenzione
sull'evento "miracoloso" della cattura permanente della
luce su di un supporto materiale. Così non è accaduto
per le altre espressioni.
La scrittura, la pittura, la scultura, sin dalle origini, si sono
avvalse di strumenti - penna, pennello, scalpello - assolutamente
"naturali", sempre esistiti, consentendo, quindi, di riflettere
e dissertare solo sulle opere e sugli autori. L'adozione di una particolare
tecnica, non immediatamente comprensibile, e di strumenti relativamente
complessi, come sono gli apparecchi fotografici, rappresenta il "peccato
originario" che ha pesantemente influito sul giudizio e sulle
considerazioni relative all'immagine fotografica.
Di fatto, per accedere all'espressione fotografica, occorre fare i
conti sia con l'una che con gli altri, anche se il prodotto finale
deve, come si è visto nelle considerazioni svolte, più
ed essenzialmente all'opera dell'autore il significato di ciò
che rappresenta.
La fotografia, qualunque fotografia, non è pura e semplice
registrazione della cosiddetta realtà. Essa è rappresentazione,
sdoppiamento, e, pertanto, si caratterizza per la "creatività".
Di recente mi è capitato di ritrovare il problema della definizione
e distinzione tra immagine opera artistica o creativa e immagine meccanica
o quasi automatica, nella rivista giuridica Il diritto d'autore nei
saggi, di Ysolde Gendreau e di Paola Crugnola, ove si riflette sulla
legislazione di diversi Paesi per la protezione dell'immagine fotografica
e sulla creatività in materia fotografica. Il discorso, inevitabilmente
rivolto a tecnici della materia giuridica, è, ovviamente, teso
a definire e cristallizzare concetti di per sé largamente fluidi
e impalpabili, eppure presenta degli aspetti interessanti.
Nel saggio della Gendreau viene rilevato che in Francia, Belgio, Stati
Uniti e Gran Bretagna, l'opera fotografica è considerata e
protetta dalla legge al pari di tutte le altre opere artistiche, mentre
in Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca le fotografie sono oggetto
di tutela con apposite leggi.
Tra questi due estremi vi sono delle posizioni intermedie: in Italia,
Germania e Spagna le fotografie sono protette sia dal diritto d'autore
che con un diritto vicino e connesso, mentre in altri Paesi lo stesso
diritto viene subordinato al dover, le immagini, corrispondere a requisiti
artistici, documentari o, per lo meno, essere di autore identificato.
L'analisi condotta mostra che in generale alla questione non viene
data una sola e conforme risposta poiché le argomentazioni,
diverse per i vari Paesi, oscillano tra due poli: fotografia quale
opera creativa, fotografia quale registrazione.

Nel secondo saggio, della Crugnola, si affronta, relativamente al
nostro Paese, ai fini della considerazione di opere dell'ingegno,
il carattere creativo che deve presentare una fotografia, e cioè
rivelare segni marcati e individuali dell'impronta personale dell'autore,
a prescindere dal cosiddetto valore artistico dell'opera. La creatività
viene allora intesa come la capacità dell'autore di rappresentare
i soggetti nel loro particolare manifestarsi per condizione di luce,
colore, espressioni, forme e loro eventuali aggregazioni e, citando
la Cassazione (luglio 1992), "la fotografia può essere
frutto della "visione interna" dell'autore e della sua sensibilità
artistica che riesce a trasformare in "immagine" ciò
che si manifesta nella realtà".
Non mi sembra il caso di affrontare ed approfondire le tematiche giuridiche,
considerata la mia impreparazione su di esse, mentre è interessante
notare come si possano trarre alcune conferme, viste da un differente
angolo visuale, sul discorso fatto in queste pagine riguardo all'immagine
fotografica.
Dalla citazione della Cassazione risulta evidente che la "visione
interna" può intendersi immagine mentale, la "sensibilità
artistica" è la qualità-emozione e "trasformare
in immagine" significa sdoppiamento fotografico.
Rilevante e fondamentale viene sottolineata, poi, la distinzione tra
la capacità dell'autore e le varie possibili tecniche utilizzate.
La prima è ciò che qualifica l'opera e rimarca quanto
c'è di umanità in essa, nei suoi termini generali e
particolari, mentre il resto è semplice strumento e per questo
relativamente importante.
I saggi citati suggeriscono alcune riflessioni. Generalmente la legge,
che tende a regolare i rapporti sociali, esprime quanto di già
esiste nella cultura della gente, così, per esempio, si regolamenta
il traffico quando questo raggiunge livelli insostenibili e forieri
del contendere. Risalta che, riguardo all'opera fotografica, seppure
con notevole ritardo, i giuristi muovano le loro considerazioni e
determinazioni ben avanti rispetto alla cultura della società,
sull'argomento ancora legata, nei giudizi, ad una visione strumentale
e meccanica della fotografia, pur se, inconsapevolmente, è
condotta, nella propria valutazione, da più profonde motivazioni
e dinamiche.

Sconcerta, però, rilevare, ancora, la mancanza di un concordato
e accettato punto di riferimento sul quale fondare i giudizi; la causa
risiede, probabilmente, nella carenza e nell'inesistenza di una estetica
fotografica.
Carenza o, del tutto, inesistenza di una estetica fotografica, però,
non vuol dire silenzio riguardo la fotografia, anche se, considerazioni
e giudizi sono, nella massima parte, analogici o comparativi rispetto
alle altre espressioni che hanno beneficiato di un più lungo
tempo di maturazione. Infatti tutte le altre espressioni hanno origini
antiche e, via via, si sono andati ad accumulare tanti e vari modi
di vedere e sentire che hanno dato origine, nel rinascimento dell'uomo,
sotto tutte le latitudini, ad una sorta di "linguaggio"
comune e a comuni modi di intenderlo che hanno consentito, a loro
volta, da un certo momento in poi, di esprimere, razionalizzando,
opinioni, metodi, giudizi, ecc.
L'espressione fotografica non ha avuto a disposizione tanto tempo
e in più si è trovata ad essere vista e giudicata secondo
il livello raggiunto dagli altri linguaggi alla metà del 1800,
cioè al momento della sua apparizione.
Rilevante è stato il debito nei confronti della pittura, dalla
quale la fotografia ha ereditato gli elementi base: tono, colore,
composizione, struttura, forma, profondità, prospettiva, equilibrio,
proporzione, inquadratura, illuminazione ed atmosfera.
L'autore dell'immagine fotografica ha cultura, capacità, motivazioni,
finalità e, persino, emozioni diverse da quelle del pittore,
per il quale, per esempio, un principale motivo d'ispirazione sono
state la religiosità e la religione, da quello, invece, ignorate.
Quando la fotografia, superata la primissima sperimentazione tecnica,
si diffuse con insospettata rapidità soprattutto in Europa
e negli Stati Uniti d'America, gli autori provenivano generalmente
da quella cultura borghese di professionisti, imprenditori, commercianti,
funzionari dello Stato, ma anche, e soprattutto, dal mondo dei pittori,
paesaggisti e ritrattisti la cui fonte di lavoro risiedeva nelle richieste
di quelle stesse categorie di persone.
L'ambiente risultava, così, abbastanza omogeneo e conforme
alle idee guida della pittura e del comune sentimento, imperante in
ciascun Paese, tendente, in genere, all'autorappresentazione dell'individuo,
della famiglia, del gruppo e della Nazione.
Il nuovo mezzo assolveva efficacemente alla formazione e alla esaltazione
della celebrazione autorappresentativa.
Le immagini risultavano realizzate secondo modelli idealizzati e forme
enfatiche, lontane da rappresentazioni che oggi definiremmo realistiche
e veritiere.
Il ritratto familiare, le foto di gruppo scolastico, militare o di
lavoro divenivano simboli di identità e peculiarità;
le riprese di paesaggi erano l'affermazione dell'appartenenza territoriale,
quelle dei monumenti la celebrazione delle memorie storiche e culturali;
la campagna assumeva, emblematicamente, valori più antichi
e mitici, le nascenti moderne città apparivano come luogo del
dinamismo impresso dal progresso tecnologico, come pure le manifestazioni
militari - evidenza della potenza nazionale - e gli incontri civili
e mondani, la vita e gli interni di case e di fabbriche, la "nobiltà"
delle istituzioni, si affermavano come modelli di aspirazione più
che di situazione.
Poiché la fotografia era ancora di pochi appassionati e, per
di più, "poeti" che necessitavano di notevoli mezzi
economici richiesti dalla nuova espressione, in ogni Paese l'autorappresentazione
si ispirava a riferimenti storici e culturali diffusi e peculiari,
di modo che i fotografi, nell'affrontare investimenti non indifferenti,
in un ambiente ancora diffidente e perplesso sul futuro dell'invenzione,
ottenessero un rapido e sicuro rientro delle spese sostenute.
Da qui, comune a tutti, diveniva la necessità di offrire un'immagine
di continuità col passato, lasciando poco spazio allo sperimentalismo
che invece, secondo logica, avrebbe dovuto informare l'azione con
il nuovo mezzo.
Accadeva, allora, che l'invenzione nata per la registrazione e permanenza
della luce, veniva abusata, come lo sarà anche dopo, per "falsificare"
la storia e le fotografie erano "posate", ovvero ricostruite,
e idealizzanti uomini, eventi e natura.
Se, quindi, nell'opinione comune di allora, ma anche di oggi, le immagini
fotografiche delle origini sembrerebbero valere più per la
semplice registrazione del "guardato", al contrario esse
risultano dovute alla creatività, propria dell'autore, del
"rappresentato".
E' difficile capire se e quanto gli autori fossero consapevoli del
significato del loro lavoro. E' da presumere che, immersi nel proprio
ambiente e condizionati dalla necessità, non avessero presente
il problema. Per essi parlano le opere.