Settembre 2003

 

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Le Giravolte
AA.VV.
 
 
E a destare meraviglia sono le scene dei lavoratori del mare, piccoli eroi muniti non di armi e di corazze, ma di trofei di cozze e di ostriche, di reti e lenze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una fuga verso l’ignoto, sorretta da un soffio di follia anarchica e reazionaria che alimenta l’humus di un Salento amaro, amato e mai rinnegato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con quale funambolico giro di parole posso descrivere, evitando la volgarità, da dove proviene la mia sopraggiunta paura, la mia irreversibile preoccupazione?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La strada era lunga, molto lunga, ma dritta, molto dritta, e anche bella, perché a quell’ora sembrava di andare incontro al sole, al paradiso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il maltese si ridusse ad espressione delle masse popolari, data anche la difficoltà di trascrivere con l’alfabeto latino una lin-gua semitica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questa suicida avventura della ragione, superstite è appena il dubbio di una possibile verità, la quale però non è del presente, e resta inconoscibile, impedita e proibita dalla morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella pratica clinica spesso si curano i sintomi, non si guarisce la persona. I sintomi spariscono, ma la malattia e i motivi alla base di tale malattia non vengono curati.

 

 

De Siati, poeta dell’immagine

Roberto Cofano, Giovanni Acquaviva e Ornella Sapio hanno curato con sapienza e amore un bel volume dal titolo Le foto di Paolo De Siati. Taranto nella prima metà del ‘900, per le Edizioni Archita, con il concorso dell’industria grafica Tiemme di Manduria. L’opera costituisce una riedizione riveduta e corretta di quella del 1994 dedicata al De Siati da Roberto Cofano e Giovanni Acquaviva per i tipi di Schena e vuole essere, nelle intenzioni di Cofano (che ha scritto l’introduzione e ne ha promosso la pubblicazione), una sorta di risarcimento morale ad un artigiano e artista che ha dato tanto a Taranto e non ha ricevuto, come spesso accade, la dovuta ricompensa. Così infatti egli scrive: «La produzione di Paolo De Siati è da sempre sotto gli occhi dei suoi concittadini, è abbondantemente utilizzata per illustrare (spesso solo come elemento ornamentale) praticamente tutte le pubblicazioni che trattano come argomento Taranto e i suoi ricordi, eppure non ha mai ricevuto alcun riconoscimento ufficiale della sua validità e importanza, anzi è sovente utilizzata senza neppure l’indicazione dell’autore della stessa».

Il volume, come si diceva, si avvale dei puntuali e garbati commenti capitolo per capitolo di Giovanni Acquaviva, un maestro del giornalismo nostrano, e delle didascalie dello stesso e di Ornella Sapio, direttrice dell’Archivio di Stato. Ma, naturalmente, a fare la parte del leone, come era giusto che fosse, sono le centinaia di fotografie che, direi, non solo illustrano ma riempiono di sé e caratterizzano il libro. Sicché, alla fine, si può concludere, con Claudio De Cuia, che «la produzione unica e irripetibile di Paolo De Siati vuole rappresentare la guida storica per immagini della nostra città».
Senza la documentazione fotografica di De Siati gran parte della storia e della cronaca di Taranto per oltre trent’anni sarebbe muta, poiché a nessuno sfugge l’importanza del documento fotografico accanto a quello giornalistico e librario. Non c’è angolo della città di Taranto, da quella antica a quella moderna, con le sue strade e le sue piazze, le chiese e i palazzi, i bar e i teatri, i mari e i fiumi, che non abbia trovato in lui un osservatore attento e sollecito, non solo sul piano tecnico, ma anche su quello affettivo. Ché la fotografia sarebbe misera cosa, se non fosse animata dal soffio ispiratore dell’artista, pronto a sfidare il mezzo meccanico e se stesso pur di lasciare un segno di autentica bellezza e di splendido nitore espressivo.
Si pensi ad esempio agli insuperati tramonti tarantini per i quali Paolo De Siati si meritò una giusta e incontestata fama e che egli amava fotografare ad ogni fine di temporale, quando «l’aria limpida e il cielo gonfio di nubi maestose disegnano sul magnifico mare che circonda Taranto sfarzosi giochi di luce»: ciò che gli consentì, come ricorda Cofano, di essere inserito, unico fra i meridionali, in una prestigiosa rivista specializzata edita dalla AFGA-FOTO S.A. di Milano e in una rosa di eccezionali fotografi d’arte italiani e stranieri.
Naturalmente, se Paolo De Siati pervenne a risultati così eccellenti, bisogna osservare che non vi pervenne per caso. Intanto, perché in casa respirò l’atmosfera giusta, nel senso che suo fratello Vincenzo, di vent’anni più grande, lo coinvolse nella passione fotografica, insegnandogli i primi rudimenti dell’arte nel laboratorio di Gioia del Colle. All’età di dodici anni fece le prime esperienze lavorative presso il premiato Studio Fotografico Cimpincio & Zioni, situato in via D’Aquino; più tardi, all’età di 18 anni, andò a lavorare a Milano, sia pure per poco tempo, presso lo Studio Fotografico di Alfredo Angeli, situato in Corso Vittoria, dove ebbe modo di perfezionare le proprie conoscenze e di arricchire il bagaglio di esperienze.
Una volta tornato a Taranto, avviò l’attività commerciale dividendosi tra i primi grammofoni e dischi (tra l’altro, bisogna aggiungere che il padre, sarto, gli aveva trasmesso la passione per la musica) e le macchine fotografiche. Ma, com’è facile intuire, il suo amore principe era rivolto essenzialmente verso l’arte fotografica e fu proprio in questo campo che diede il meglio di sé, raggiungendo risultati di tutto rispetto. Trasferitosi nel 1929 nei locali di via Di Palma, Paolo De Siati cominciò a riprodurre, sempre più regolarmente, immagini che rappresentano la vita quotidiana, l’evoluzione urbanistica, i pur modesti avvenimenti di cronaca. Insomma, una messe inusitata di documenti e di materiali che si è fortunatamente salvata grazie alla pietas del figlio Lillino che, nell’occasione, ha messo a disposizione del curatore dell’opera tutto ciò di cui disponeva; e che, bisogna aggiungere, costituisce una documentazione di inestimabile valore storico.
Insomma, la Taranto fra le due guerre trova in De Siati un attento testimone e osservatore e, se il termine non desta perplessità, un autentico poeta dell’immagine. E a destare meraviglia e consenso non sono solo le foto di edifici pubblici e privati, di strade e piazze, di paesaggi e di scorci, ma anche, se non soprattutto, quelle relative a scene di lavoratori del mare, di questi piccoli eroi, muniti non di armi e di corazze, ma di trofei di cozze e ostriche, di reti e lenze. Quel mondo di piccoli eroi quotidiani ai quali Leonida di Taranto aveva dedicato versi indelebili. E questo libro è, in pari misura, un atto di omaggio alla sua arte e alla città di Taranto che, nonostante tutto, vive sempre nel cuore di tutti i tarantini e di quelli che l’amano.
alberto altamura

 

Pillole di saggezza

Lecce, periferia levantina vestita di barocco arso dal sole e dalle passioni collettive. Qui nasce e opera Franco Lupo, poeta e sacerdote impegnato oltre le frontiere della fede orante.
Usando l’immediatezza del vernacolo racconta l’umanità e l’orgoglio della sua gente, portando a sintesi riflessioni ed emozioni dell’uomo di Chiesa e dell’uomo di strada. Racconta la realtà degli umili e dei diseredati, i sogni mai vissuti, gli slanci della solidarietà, i fossati della diffidenza, le ansie e le ragioni della preghiera.
Offre al lettore un affresco minuto di un neorealismo salentino in cui vicende familiari, storia, religione e costume s’intersecano e si sovrappongono, creando quella sinergia di forze che produce identità e appartenenza. Alimentando un invito costante a prendere dall’errore la salvabilità.

Il suo apostolato diventa archivio e laboratorio di spunti lirici e narrativi, dando forma e contenuto a tante pillole di saggezza e di umanità offerte come testimonianza di alta coscienza valoriale. Il messaggio cristiano della redenzione filtra attraverso una poesia intimista, permeata spesso di una vena malinconica, specchio delle violenze e delle frustrazioni quotidiane. Pagine di poesia ispirate a storie ed emozioni di anime semplici, consegnate alle stampe molti anni fa e arrivate a noi con il pregio di un’attualità senza tempo e senza memoria.
Franco Lupo è un intellettuale silente, lontano dalle luci della ribalta mediatica. Non ama il proscenio, non firma manifesti, non partecipa a marce e movimenti. Può sembrare un sacerdote all’antica, mentre è un roccioso avamposto della Chiesa postconciliare, protagonista di spessore nella vita di una comunità resa sempre più complessa dalle migrazioni e dalla multiculturalità. Un testimone attento e discreto del nostro tempo, estraneo ai rumori della Società dell’Immagine.
Dal suo mondo poetico proponiamo tre liriche dedicate al destino dell’uomo, ai suoi smarrimenti e ai suoi materni rifugi, tutt’e tre un invito alla speranza per remare contro il vento dei vinti e dei rassegnati. Nella consapevolezza che ci sia maggiore drammaticità nel nascere che nel morire e dunque necessità di dare più sostegno quotidiano al coraggio di vivere.
Il riferimento all’uomo trova nel Salento tratti tipici e inaspettati. Come le materie docili usate dall’artigiano – pietra, creta, cartapesta – liberano la fantasia creativa, così l’inquietudine dell’anima cerca di risolvere il conflitto esistenziale coltivando prodigi e progetti di fuga. Una fuga verso l’ignoto, sorretta da un soffio di follia anarchica e reazionaria che alimenta l’humus di un Salento amaro, amato e mai rinnegato.
claudio alemanno

Le poesie della pagina seguente sono tratte da Franco Lupo, Cose de Ddiu... un po’ di Bibbia in dialetto leccese, Editrice Salentina, Galatina, 1984.
Dello stesso Autore, ricordiamo anche Gente bona, una rassegna di racconti brevi ispirati a persone e avvenimenti della vita leccese, Editrice Salentina, Galatina, 1980.
Le pène de stu mundu
2 Cor. 4, 17-18
Le pène de stu mundu ca a mmurire
am paraísu ccògghienu la cròria,
‘gne ccòsa de sta tèrra a sci’ ffinire
quandu l’eternità gnutte la stòria.

Quanti suspiri damu su sta tèrra,
quanta malincunía ni dáe la mòrte!
Tra bbène e mmale sèmpre nc’è lla cuèrra
intru stu còre ca ni bbatte fòrte.

Le còse de cquá bbasciu ánu ppassare
còmu nnu fiuru ca ppassisce e mmòre;
lu cuèrpu nèsciu an tèrra s’a squagghiare,
ma l’ánima la ccògghie lu Signòre.

CòMU TE CHIAMI?
Lc, 1, 26
María, còmu te chiámanu li santi?
cce nnume t’ánu datu am paraísu?...
De numi bbèddi, tíe, nde puèrti tanti...
María, ca de nnu Ddíu si’ llu surrisu!

Matònna de lu chiantu te chiamámu...
Matònna de lu Càrmenu... María!...
Matònna de Pompei, nui te preámu...
te salutámu a ssira e mmenzatía...

Matònna de la stidda e dde le ròse...
annanzi ttíe cantámu cu llu còre
e tte decímu tante e ttante còse...
Matònna de le “grazie” e dde l’Amòre!...

Matònna de la strata e dde lu mare...
de le cerase e dde li fracazzani,
lu nume tòu ni face rrecurdare
li anni de vagnuni cchiú lluntani...

quandu... piccicchi... mmienzu ‘lla chesúra...
ccugghíamu fiuri pe ll’artare tòu...
Mòi simu randi e... sse sta ccucchia l’ura
cu ttòrna l’òmu a llu Signòre sòu...
E quandu pòi la mòrte stáe cu rría...
Nui te chiamámu: «Mamma!...
[Mamma mía!...».


FèRMATE, SULE!...
Giosuè, 10, 7-13
Lu Giosuè tenía muti surdati,
fuèrti, mparati e tutti fecatusi.
E Ddíu ni disse: «Nu bbu mpaurati,
me attu jèu pe bbúi, bèddi carusi!...

Jèu fazzu tremulare li nemici,
addú passati úi nc’è ssangu e mmòrte;
teniti am paraísu tanti amici,
de Gericu bbu áprenu le pòrte...

Li ángeli se áttenu cu bbúi,
bbu spiananu la strata a lla vittòria,
fòrza, surdati!... sciati annanzi úi!...
Bbu spèttanu l’onòri de la cròria!...».

E Giosuè cu lli surdati sòi
a Galgala spettàu tutta la nòtte,
la ggènte nde sta pparla ncòra mòi,
e ffòra pètre e ssangu e ffòra bbòtte!

E ttutti li nemici se nde scèra,
fuscendu, nnanzi a ttutti li Giudei,
ma mèndule de rándani catèra
an capu alli surdati filistèi.

E Giosuè retáa, retáa cchiú ffòrte,
e ddumandàu lu sule e ppòi la luna,
e dde Gericu ggiá etía le pòrte:
«Fèrmate, sule!... Státte sòta, luna!...».

Lu sule se fermàu, la luna puru,
intru la valle china de spiandòre,
ma, quandu a mmenz´anotte fice scuru,
wardànu tutti an cèlu... a llu Signòre...

don franco lupo

 

Il caso di dire: una paura nera!

Da quando, a Gallipoli, durante una manifestazione culturale di alcuni anni or sono (Premio “L’uomo e il mare”), venni definito “elzevirista”, ho preso l’abitudine di mettere in macchina non più di due fogli e di battere a doppio spazio un pezzo di circa 27 + 27 righe complessive. Ma dev’essere un vero e proprio saggio di bravura, che io stesso mi impongo dopo quell’impegnativo giudizio; un’esercitazione necessaria.
Non vi dico il piacere, oltre il rischio, ch’io provo nel cimentarmi in scritture che devono essere sempre chiare, eleganti, italianamente perfette, qualunque sia il loro anche modesto argomento. Un elzeviro non è il solito articolo di rivista, va assai oltre. Ultimamente ne ho pubblicati alcuni, tutti “spulciati” alla ricerca dell’errore da parte di lettori che non perdonano e che, proprio per questo, ho particolarmente cari. Dedico a loro quest’altra fatica.
D’altra parte, è bello scoprire che esiste gente pignola, la quale non intende digerire gravi sviste di sintassi come quella fattami notare di recente sulla stampa cittadina: «...in certe mattine che non si andava a scuola...». No, anch’io qui vorrei concedervi una vacanza ridanciana. No, l’elzeviro non conosce la fretta d’essere pubblicato; le mie due paginette richiedono ore e ore di rilettura, limatura e correzione. Devono essere eleganti, scorrevoli più d’ogni altra prosa; e non offensive!
A questo punto mi son detto che un “esame finale” di elzeviro mai l’avevo azzardato e che, invece, dovevo provarci; però scegliendo un tema di grandissima difficoltà espositiva. Come sempre, la storia doveva essere autentica, reale, per niente inventata. E allora? La mia bravura sarebbe consistita nel riuscire a farvela accettare, senza cadere, dato l’argomento, nella volgarità.
Lo so che a forza di cercare l’originale si diviene strambi, ma non faccio più in tempo a cambiarmi. D’altra parte, soltanto i lettori di Apulia saranno in grado di capire le mie antifone, così come già furono in grado di capire le mie allegorie...

Bene, ci provo. Premetto comunque di non esagerare nel “darvi confidenza”, ma un vero elzeviro è fatto di sincerità: perciò, ascoltatemi e, soprattutto, perdonatemi a priori. Questa formidabile Rivista è troppo seria: una lettura scandalosa gioverà al buon umore. La risata fa bene.
Sarò breve. Da qualche giorno ho un terribile pensiero, che si è aggiunto all’altro, al quale sto abituandomi: quello ch’io chiamo del “clandestino a bordo” o, se più vi piace, dell’ospite che non paga. Insomma, mi sono messo in mente che al male che già mi sobbarco sia venuto ad aggiungersi un secondo male, in qualche modo derivato dal primo. Esistono cellule maligne che girovagano per il nostro corpo, in cerca di una seconda sistemazione... Hanno il viziaccio di proliferare. E qui eccovi il mio elzeviro, messo a dura prova.
Con quale matricolato mestiere, con quale funambolico giro di parole posso descrivere, evitando la volgarità, da dove proviene la mia sopraggiunta paura, la mia irreversibile preoccupazione? Dunque, checché si dica, il nero è un colore che parla, nient’affatto casuale. Da qualche tempo lo vedo e non so spiegarlo sul fondo di quanto le mie funzioni intestinali attestano: il mio terrore, visto quel nero che ne procede, mi fa temere un male terminale sopraggiunto!
E’ veramente difficile dare una spiegazione graziosa, cioè da elzeviro elegante, ma devo ammettere e far credere che, visto sotto di me, quel nero che più nero non si può semplicemente terrorizza; specie chi vive in continuo allarme, e cioè che una cellula impazzita abbia scelto altri luoghi interni per iniziare una nuova distruzione, questa volta meno periferica della prima, con tanto di emblematica tintura a lutto.
Lo scopo era quello di riuscire a descrivere ciò che ho descritto con il relativo conseguente giustificato terrore, senza cadere nell’irrispettoso, nell’impudico, nell’indicibile, pur volendo dire.
Quel colore ferale, comparso così all’improvviso nella mia vita biologica nonché, permettetemi, anche logica, mi aveva sconvolto. Del resto, più s’invecchia, più si diviene sensibili e paurosi. Che il mio organismo andasse consumandosi così? Vogliamo avere una spiegazione di tutto quello che accade intorno a noi. Fuggiamo i misteri e, in questo frangente, quel nero denso e intenso (N.d.A.: se non gioco con le parole, non è un elzeviro!), per la mia fantasia eccitata quanto eccitabile, era invece un evidente segnale di morte.

La chiarezza, poi, è arrivata e ho ritrovato la pace e il sorriso. Aggiungo, con l’occasione: l’umanità, se facesse uso, appunto, del vecchio metodo che, riflettendo bene, con calma, spiega tutto in quanto di tutto una spiegazione deve pur esserci, si godrebbe un pianeta Terra abitabile come Dio comanda e noi felici e contenti come, forse, era nostro destino. E non è detto che ogni spiegazione sia gradevole.
Questa è una delle mie consuete variazioni sul tema. La spiegazione principale, però, che banalmente chiude il presente pseudo-caso di confusione mentale, eccovela: mi è stata prescritta una cura di piccole pillole antianemiche, di ferro. Sono loro le responsabili di quel diabolico colore, comparso fra ciò che giornalmente resta della mia vita. E va bene. Però, che un medico mi avvertisse preventivamente del loro cromatico effetto. «Puoi morire...», sospirava mia madre, quando attendeva invano una spiegazione doverosa.
In sostanza – ripeto – era una semplice anemia! Se poi questo elzeviro fu troppo ambizioso, nel senso di saggio originale, ma di cattivo gusto, strappatelo e basta. Aggiungo solo che non contiene bugie. Tutto qui.
E’ stato una specie di gioco verbale e non è detto che ogni gioco riesca. Dunque, di nuovo perdonatemi. La vera sfacciataggine non sta nella discutibilità estetica del “pezzo”, bensì nell’aver sperato di leggerlo su pagine come queste. Altrimenti, che asino arpista sarei...

florio santini

 

La strada che ti porta al mare

Che bella giornata! Era davvero una bella giornata e nulla sarebbe riuscito a guastargliela. S’alzò, si sgranchì un po’ tirando dietro le braccia, si strofinò gli occhi, tenendo poi le palpebre socchiuse per via della luce accecante e decise di fare un giretto.
Piegò con cura la coperta, accatastò i cartoni e il telo in plastica trasparente, avendo cura di nasconderli dietro un cespuglio lì vicino (hai visto mai?), si dette un’altra bella sgranchita, stavolta in piedi, si passò una mano dentro i pantaloni per grattarsi quelle fastidiosissime emorroidi. Quando gli venne di pisciare, si divertì a farla da destra a sinistra e poi da sinistra a destra, così per gioco. Lo trovava divertente, e nel frattempo canticchiava.
Sì, si sentiva davvero felice.
Si passò una corteccia di liquirizia tra i denti come aveva visto fare una volta in un documentario sull’Africa, però sputò subito disgustato ed ebbe ad imprecare contro quei selvaggi nella savana, ma in fondo perché imprecare contro gli africani, dopo tutto erano dei poveri diavoli come lui... Ma sì, un abbraccio a tutti gli africani del mondo, pensò, chi se ne frega se sono un po’ più strani e dormono nelle capanne. Del resto c’hanno dei diavolo di denti bianchi si disse, e forti, con cui magari si mangiano anche i leoni. E rise.
Che bella giornata. Si guardò le dita delle mani. Erano un po’ nere, effettivamente, allora fece finta di lustrarle sulla giacca come si fa per dire “non mi sfiori neanche”.
Ora basta, se avesse continuato così non avrebbe combinato un cavolo di niente ed era un vero e proprio peccato sprecare una gionata come quella.
Dalla tasca interna della giacca tirò fuori la bottiglietta da mezzo litro di whisky, il suo compagno preferito, il suo amico del cuore, altro che amici finti che ti abbandonano! Lui non lo abbandonava mai. E rise di nuovo. Ripose la bottiglietta dopo una bella sorsata e partì. Oggi gli andava di fare una passeggiata al mare, però era una bella strada. C’erano dieci chilometri da fare a piedi, oppure in uno di quegli autobus blu delle linee regionali di trasporto. Sì, il prezzo del biglietto non lo pagava perché conosceva ormai tutti i bigliettai e lo lasciavano perdere, però non se la sentiva di stare ancora una volta tutto solo nei sedili di dietro, quelli dell’ultima fila, perché nessuno lo voleva far sedere a fianco. Che cavolo, che gli aveva mai fatto a ognuno di loro. Niente, un bel niente! Anzi, era sempre sorridente e pronto a scambiare una buona parola con chiunque. Mah, chi li capiva. Del resto, era tanto tempo che non li capiva più, quelli. Però in questa bella giornata non se la sentiva di essere trattato così. Mi farò dare un passaggio, si disse. E rise di nuovo.
Quanto gli piaceva il mare. Era più forte di lui. Doveva andarci. Anche d’inverno. E amava farsi il bagno, anche d’inverno, tanto lui il freddo non lo sentiva per niente. Nudo, come un verme, perché il mare è nato libero, diceva, e anche lui era nato libero. Solo, quelli non sopportavano di vederlo camminare col coso a penzoloni e una volta avevano chiamato pure la polizia. Mah, chi li capiva? Forse non erano nati liberi, loro.
La strada era lunga, molto lunga, ma dritta, molto dritta, e anche bella, perché a quell’ora sembrava di andare incontro al sole, al paradiso. Chissà se ci sarebbe andato lui in paradiso. Ma dopotutto pensava di sì, non aveva fatto niente di male. Ma e il bene? Per andare in paradiso bisognava fare anche del bene. Già. Aspetta, disse, una volta ho fatto attraversare la strada ad una vecchietta che non ci vedeva. Ah ah ah ah, rise, chissà che scena da vedere, una vecchia cieca e un vecchio ubriaco che la aiuta ad attraversare la strada. Dovrebbe bastare. Ma sì, Dio è buono, e poi è sempre stato buono con me, e mi ha sempre dato tutto quello che volevo. Ora mi accoglierà accanto a sé, o no? Sennò gli regalo un paio di miei quadri, e così è sicuro che mi fa entrare in paradiso. E rise di nuovo.
Che bella giornata. Non è poi tutta quella strada che si direbbe. Nel senso opposto, una fila indescrivibile di macchine che andavano in città per i regali di Natale. E lasciavano il mare? Che scemi. Ma del resto lui non li aveva mai capiti.
Buon Natale, Edoardo.


armando mancuso

 

L'isola di Oliver

Nato a Malta nel 1947, Oliver Friggieri è noto in molti Paesi d’Europa, oltre che per i suoi libri fondamentali sulla lingua e sulla letteratura maltese, per le sue opere di poesia e di narrativa, tradotte in varie lingue. Collaboratore di riviste accademiche internazionali, presente a numerosi congressi in vari Paesi, ha pubblicato in Italia Storia della Letteratura Maltese (Milazzo, 1986), Ribelle gentile (Bari, 1988), La voce dell’onda (Alghero, 1991), Storie per una sera (Treviso, 1994), La menzogna (Genova, 1997). E’ capo del dipartimento di maltese presso l’Università di Malta. Ha tradotto in maltese numerose opere dal latino, dall’inglese e dall’italiano. Tra le sue opere in lingua maltese citiamo Dizzjunarju ta’ Termini Letterarji (1996), i romanzi Il-Gidba (1977), L-Istramb (1980), Fil-Parlament ma jikbrux fjuri (1986), Gizimin li qatt ma jiftah (1998), It-Tfal Jigu bil-Vapuri (2000), e il libro di racconti Stejjer ghal qabel jidlam (1986).

Chiunque si accinga allo studio di un qualsiasi poeta si avvale, oltre che delle conoscenze fondamentali della letteratura dell’area linguistica cui il poeta appartiene, del supporto degli strumenti critici disponibili sullo stesso autore. Se, però, tale poeta appartiene ad un’area letteraria marginale, o periferica, e la lingua madre in cui il poeta si esprime non ha cittadinanza al di fuori del suo territorio di appartenenza, il problema si fa più complesso, essendo fondamentale ai fini della comprensione dell’opera la conoscenza, per lo meno nelle sue grandi linee, della lingua e della letteratura di quel Paese.
Tale è stato il problema di chi scrive al momento in cui si è accostato – circa quindici anni fa – alla poesia di Oliver Friggieri, il poeta maltese più grande vivente. Problema fondamentale era, e in gran parte resta, la conoscenza della lingua e della letteratura maltese. Lingua che, con le sue radici semitiche e la sua formazione, nel tempo, col contributo di apporti linguistici di diverse derivazioni, si è venuta strutturando come una lingua a se stante, molto simile all’arabo, per lo meno sotto il profilo di gran parte del lessico, nonché della grammatica e della sintassi, ma con una sua identità particolare che le deriva dalla sua complessità.
Non a caso il documento letterario maltese più antico è una canzone scritta in arabo, nella prima metà del dodicesimo secolo, da due coautori, Ibn Al Samanti Al Maliti e Ibn Al Qasim Ibn Ramadan Al Maliti, quando quella che viene definita dominazione araba (870-1090) era terminata per l’arrivo nell’isola, così come nella vicina Sicilia, dei Normanni, esattamente nel 1090. A dire il vero, l’arabo continuò a predominare come lingua letteraria a Malta fino al 1200, e non furono pochi gli arabi maltesi che parteciparono al rinascimento artistico e letterario suscitato in Sicilia dal Conte Ruggero.
Con la caccia dei musulmani dall’isola per opera dell’imperatore Federico II (1429), l’arabo maltese cominciò a trasformarsi nell’attuale linguaggio locale, aprendosi a nuove influenze lessicali e fonetiche, come quelle italiane mutuate dal siciliano,1 tanto che il maltese si ridusse ad espressione delle masse popolari, data anche la difficoltà di trascrivere con l’alfabeto latino una lingua semitica.
Ovviò a tale difficoltà lo storico François Emm. Guinard de St. Priest, che, raccogliendo gran parte della tradizione popolare e del mondo contadino (come le preghiere, le invocazioni e gli scongiuri) e di quanto si era andato nei secoli manifestando sulle piazze mediante l’opera dei cantastorie (“ghannejja”), nel 1771 «pubblicò Tliet Ghanjiet bil-Malti, tre canzoni di una quartina ciascuna, scritte da Gioacchino Navarro (1748-1813), un cappellano conventuale dell’Ordine Gerosolomitano, che per non trascrivere nell’alfabeto arabo, non da tutti conosciuto, formulò un alfabeto maltese composto di dodici lettere tolte dall’arabo, o probabilmente dal persiano, e di altre tolte dall’italiano».2

Su questa matrice linguistica, qui appena accennata, si è sviluppata nel tempo, al di là delle dominazioni italiana o inglese, una lingua del tutto a sé stante. Ed è un fatto singolare, nella storia linguistica di tutto il mondo, che conferisce alla lingua maltese una duplice chance che dilata il suo campo di influenza. Essa infatti è una lingua che, nella sua forma orale, può essere studiata attraverso la sua forma scritta da tutti coloro che, nel mondo, usano per scrivere i caratteri cosiddetti latini. E’ proprio questo duplice aspetto fonomorfologico ad attrarre, probabilmente, tutti coloro che, come chi scrive, si accostano al mondo letterario maltese.
Sicuramente la fortuna di incontrare colui che ha codificato, con studi approfonditi, la storia della letteratura maltese, che ne ha analizzato, oltre agli aspetti storici, quelli costitutivi derivandone, fra l’altro, un dizionario di retorica di tutto rispetto, può essere indicato non come una fortuita occasione, ma come uno stimolo in più ad accostarsi allo studio della letteratura maltese.
Tutto questo preambolo per giustificare l’opportunità di questo intervento sulla poesia di Oliver Friggieri, che nel mio saggio definisco «l’Ulisside mediterraneo, nostalgico della propria isola, ma anche proteso al passaggio tra le colonne d’Ercole per spaziare lo sguardo su più ampi orizzonti». E aggiungo: «Sul piano privato, più intimo, ci appare come un timido romantico sperduto e frastornato dall’indifferenza di un’umanità sempre più nevroticamente tesa alla conquista dell’effimero e non disposta ad ascoltare le voci solitarie nel deserto».3
Definizione, fin qui, apparentemente generica, se non costituisse, al contrario, la spina dorsale di una concezione poetica del Nostro che, proprio dalla tematica dell’isola reale ed esistenziale, trae i motivi della sua forte e originale ispirazione. Isola che emblematicamente riassume, oltre che la concezione di terra materna, anche quella di patria, con tutti i risvolti storici che il nome comporta. Ma così assimilata dal poeta da costituirne corpo nel corpo, anima nell’anima, nonché nucleo centrale di tutta la sua poesia.
La marginalità geografica, e nel senso suddetto anche linguistica, mentre conferisce al poeta una sua trepidazione esistenziale, un suo intimo timore d’essere chiuso in un mondo lontano, quasi irraggiungibile, in un certo senso incomunicabile con gli altri mondi, o meglio, con un più vasto mondo, gli conferisce nel frattempo la caratteristica dell’unicità. Tale caratteristica si manifesta proprio attraverso la lingua, la quale, nella sua specificità, consente proprio nel linguaggio più alto, quello della poesia, un’inventiva e una struttura non rinvenibili in nessun’altra letteratura.


bruno romb

 

Le parole dell'onda

I. IR-RITWAL TA’ L-GHABEX

U diehla x-xewqa riekba fuq il-mewga,
kulhadd ihares lejha w isellmilha,
u qalbi fuq il-moll qieghda tistenna
kif taghmel meta l-ghabex isejhilha:
bit-tama tholl ix-xbieki w tara x’fihom,
bl-imhabba drat ma titlob xejn u tiskot,
bid-diqa taf li l-qabda m’hix ghaliha.

II. STORJA SKURA

Issa li s-sema ccara nhares lura,
bil-mod il-mod il-halel qeghdin jorqdu,
mill-ocean ma tasal ebda raghda.
Stennieni nholl il-qlugh u nsib l-imqadef
biex nidhol bhal halliel ferhan fil-qala.
Hawnhekk l-istess cafcifa ddur
[mad-dghajsa,
il-hut iz-zghir jittawwal, jien nittarma.
Minn kull nawfragju tohrog storja skura
li hawn fil-moll kulhadd irid jismaghha.


I. IL RITO DEL CREPUSCOLO

E sta entrando il desiderio sopra l’onda,
ognuno la guarda e la saluta,
e il mio cuore sul molo attende
come fa ogni volta che il crepuscolo
[lo chiama:
con speranza scioglie le reti, scoprendo
[dentro,
con amore si è abituato a non chiedere
[niente e tace,
con tristezza sa che la presa non spetta
[a lui.

II. STORIA OSCURA

Ora che il cielo si è rischiarito guardo
[dietro,
lentamente le onde si stanno
[addormentando,
dall’oceano nessun tuono arriva.
Aspettami a sciogliere le vele e trovare
[i remi,
entrerò felice come ladro nel porto.
Qui lo stesso guazzo gira intorno alla barca,
i piccoli pesci guardano senza paura,
il molo gentile attende ed io spero.
Da ogni naufragio emerge una storia oscura
che qui sul molo ognuno vuol sentire.

(Traduzione libera dal maltese)

 

Filosufannu?

Mi sono interessato della poesia di Nicola De Donno da poco più di una diecina di anni (un mio studio sul suo terzo libro poetico, Mumenti e ttrumenti, è del 1991), per una primaria consonanza intellettuale. Questione d’autobiografico impulso e di piacere autoconoscitivo, in occasioni fortunate di reciprocità di poesia e critica.
Quest’ultima sua raccolta, Filosufannu? Cu lle vite, la Vita? Ma la Vita è scura. Discorrendo con Antonio Mangione, (traduzione in lingua dell’Autore), è tanto breve cosa di poesia quanto assai intensa e come definitiva.
Tento qualche risposta alle interrogative del titolo. Che è complessa e problematica, non già perché vi si sperimentano contenuti e forme di un genere poetico filosoficamente denotato e connotato, presente, peraltro, in ogni letteratura, antica e moderna (Lucrezio, Dante, i Metafisici inglesi...), ma perché la sperimentazione si effettua in una lingua, come il dialetto magliese, tutta da riscoprire e da reinventare.
Prova difficile e ardua, quasi una sfida dell’Autore, oltre che con se stesso, con il lettore criticamente esperto e smaliziato, e scettico di fronte ad un’operazione di naturalizzazione dialettale, e simultaneamente poetica, di concetti e di tecniche argomentative, di lessico e di sintassi tradizionalmente astratti e d’elettiva provenienza cólta, se non proprio specialistica.
Nelle lasse quinta e sesta del secondo poemetto di Filosufannu?, Èssere è lla Vita, la certezza sulle possibilità espressive in versi dialettali di temi scientifici e filosofici è netta ed esplicita; anche se la polemica contro un illustre interlocutore diffidente, anonimo (ma si allude ad Oreste Macrì), al tempo stesso in cui sancisce la priorità della filosofia nella composizione di uno splendido pezzo come Testamentu (già compreso nella raccolta scheiwilleriana di Palore, 1999, e ora primo dei quattro poemetti di Filosufannu?), ne riflette il travaglio compositivo, in relazione al controllo, nella versificazione dialettale, dell’incontenibile tematica dell’ “Èssere assulutu”, che di quel pezzo appunto è la straripante pienezza: «Scrìere an dialettu la filosufia / m’era rispettu pe sta lingua noscia, / m’era aprire a cce artezza è bbona rria. / E mm’era puru sciòcula llu mmoscia, / lu dialettu, a nn’amicu de cuzzettu, / ma ca necava am morte lu cuncettu / meu su lle scenzie e lle filosufìe, / capaci cu rraggiònene an dialettu. / Cusì, lu Testamentu foe pe mmie / ancu, cretu, nu ndoru de tispiettu. // Ma prima prima foe filosufìa. / E lla llertàu nu trumentu, / na umbra de paura, comusìa / ca l’Èssere assulutu, lu Inchimentu / ca sburra, ca sbitterra, me vingìa.» («Scrivere la filosofia in dialetto / mi era rispetto per questa lingua nostra, / mi era aprire a che altezza è capace di arrivare. / E mi era pure giochetto a mostrarlo, / il dialetto, a un amico di gran cervello, / ma che negava a morte il concetto / mio sulle scienze e le filosofie / capaci di ragionare in dialetto. / Così, il Testamento fu per me / anche, credo, un odore di dispetto. // Ma in primo luogo fu filosofia. / E l’allertò continuo un tormento, / un’ombra di paura, che avvenisse / che l’Essere assoluto, la Pienezza / che sborra, che straripa, mi vincesse.»).
Oltre questa dichiarazione di poetica, la ragione essenziale di una poesia in dialetto è quella di ogni altra poesia, quali che siano lingua e stile che la esprimono. Non può che trattarsi, in ultima istanza, di «mmùsica de senzu e dde parola, / ca, se unu manca o l’autra, è cquasisìa / na prosa rasa» («musica di senso e di parola, / che se uno o l’altra mancano è quasi sia / una prosa rasa»), come ineccepibilmente si afferma nel son. La puisìa del citato Palore. La sintesi poetica di senso e parola coinvolge necessariamente la trascendenza espressiva della musica; l’appartenenza contenutistica del senso è indifferente, fisica o metafisica, simbolica o non simbolica, ch’essa possa darsi.

La poesia filosofica di N.D.D. deriva da una lontana e ricorrente sua storia (egli si è laureato in filosofia, e ha professato filosofia per una vita), ma prediletta, e, si direbbe, poeticamente quintessenziata, nell’ultimo decennio: estremo esito della crisi della ragione della filosofia occidentale; precisamente, fra rimeditazione del fallimento dell’idealismo gentiliano e riacquisizione della pascaliana raison du coeur come “valore vissuto”, e con riascolto, appena dissimulato, delle filosofie esistenzialistiche, Heidegger, soprattutto, di Essere e tempo, o, com’è noto, della radicale finitudine dell’uomo. Frammenti di filosofia, profondamente interiorizzati, e filosofia in assoluto della propria poesia, composta sull’incombere di un’ultima stagione di vita.

Predilezioni e variazioni di temi nichilistici ricorrono, già frequentemente, nella raccolta Lu senzu de la vita (1992). Così, allora, scrivevo all’Autore, fra glosse a singole poesie: «Il tentativo di concretizzazione poetico-dialettale della negatività contemporanea (“lu senzu senza senzu de la vita”, “lu gnenzi”, rimodulati insieme al tema della “morte”), senza confronti nei poeti dialettali contemporanei, è di una irriducibile assolutezza, a volte persino disperatamente tautologico... Dare sensibile generatività dialettale, linguistico-fantastica e metrico-prosodica, agli assoluti negativi, mi è parso, non da oggi, una tua questione vitale. Questa esperienza ora è tutto lo splendore delle due sezioni del libro, Lu senzu de la vita, ...e de la morte, dove il tuo logos filosofico, vocazionale e temperamentale, diventa esteticamente primario: paradosso affascinante di una classica metafisica negativa compatibile con la minimale arcaica saggezza del dialetto magliese ritrovato e reinventato».
Altre rilevazioni di astratti filosofici in forme reinventive di dialetto-poesia mi capitava di fare sul penultimo libro, Palore (1999), o poesia del non-essere della poesia, e continuazione di precedenti nonsenso e nulla della vita in nuove accezioni esistenziali.
Autentici pezzi d’antologia, Pe cci scrivi? (Per chi scrivi?) e i sonetti Nu tte svacanzi (Non ti metti in vacanza) e Fingimenti; specialmente il primo, a specchio dell’insensatezza del mestiere di poeta. Scrivere versi tanto per apparirsi vivo: «Se spicci tie e llu tuttu mmantinenti / se scumpone a llu gnenti, / percè scrivi? // Ète ca simu vivi. // Cchiùi la penzu / la vita, / e cchiùi me pare senza senzu. / E ssenza senzu, cchiùi, sta calamita / ca me tira cu scriu. // Mmodu mme pariu viu.» («Se muori tu e il tutto immantinente / si scompone nel niente, / perché scrivi? // E’ perché siamo vivi. // Più la penso / la vita, / e più mi pare senza senso. / E senza senso, di più, questa calamita / che mi tira a scrivere. / Per parermi vivo.»).

E riprendo Filosufannu?, composto di quattro poemetti, d’unitario impianto ideologico, pensato e scritto come un’ultima possibilità di poesia, oltre la quale non c’è più altro da dire. Non a caso il primo poemetto s’intitola Testamentu, mutuato, come si è detto, dal libro precedente, Palore, e in nuova funzione, introduttiva e insieme presimbolica, del radicalismo critico-nichilistico degli altri poemetti.
Si svolge in lasse sull’assurdo della propria vita, e della vita, eterodeterminata e ignota. Si nasce senza saperlo, fuori da ogni coscienza, in un tempo che non ci appartiene, estraneo al presente attuale, in cui si prende coscienza di sé. La vita è apparenza e inconsistenza: «E ccasa e ffiji, e ogne àutra famija / d’òmmini e dd’animali, e munnu e storia, / tuttu ca me cummove e mme rruncija, / e bbene e mmale, tuttu se ffrantija.» («E casa e figli, e ogni altra famiglia / d’uomini e d’animali, e mondo e storia, / tutto che mi commuove e mi attorciglia, e bene e male, tutto si sfrantuma.»).
Non c’è seme che germogli, che non passi attraverso una coscienza, o presunzione di conoscenza, e non finisca col diventare «sonnu de sonnu a llu nonzenzu meu» («sogno di sogno nel nonsenso mio»): oggettiva condizione di dannazione ad un carcere dal quale non ci si può liberare. Di qui l’invenzione di Dio, come per dare un senso ad una vita, che originariamente e per sempre ne è priva.

In questa suicida avventura della ragione, per eccesso e tormento di ragione, superstite è appena il dubbio di una possibile verità, la quale però non è del presente, e resta inconoscibile, impedita e proibita dalla morte.
Sintassi anaforica e rime baciate e ripetute, in tipiche ricorrenze di endecasillabi e settenari, accentuano le poetiche emozioni di una mente disperata, autointerrogantesi in un dialetto di marcata impronta naturalistico-trasfigurativa, assunto a materna lingua d’arte di prime e ultime verità: «Stu moi, stu cquai, stu jeu, quanti suntu anni, / Nicola, ca scandaji, ca te nfanni / an cerca de pertusi / perti a sta libbertà de carciratu, / ma ca o su’ cchiusi, o ca tie si’ ccecatu? / ca scavi la raggione e cca la senti / an galla pilu pilu su llu gnenti? / ca na tisperazzione / te tanta lla suicìtii la raggione? // O sarà nc’è nnu crai / fore de lu prisente a ddunca stai, / Nicola, e ffenca mmoi / tie, cu lli peti toi, / mmarcatu / stu prisente nu ll’ài mai. // E nc’è dda lanza forte, / ca nu lla sai cce gg’è, e lla chiami morte» («Questo adesso, questo qui, questo io, quanti anni sono, / Nicola, che scandagli, che ti affanni / in cerca di pertugi / aperti in questa libertà di carcerato, / ma che o sono chiusi, o che tu sei accecato? / che scavi la ragione e che la senti / a galla sul pelo del niente? / che una disperazione / ti tenta a suicidarla la ragione? // O forse c’è un domani / fuori dal presente dove stai, / Nicola, e fin adesso / tu, coi piedi tuoi, / questo presente non l’hai varcato mai. // E c’è quella lancia forte, / che non la sai cos’è, e la chiami morte.»).
Èssere è lla Vita è il maggiore dei quattro poemetti, per ricchezza di argomenti relativi all’intera biografia intellettuale dell’Autore. Continua Testamentu per più aspetti tematici e ideologici.
All’inizio, e poco oltre, la già osservata legittimazione del dialetto come lingua poetica della filosofia e delle sue stesse più ardite sperimentazioni. Seguono le occasioni gentiliane del filosofare, di particolare impegno, se non di accanimento, concettualistico e argomentativo, dove la scrittura poetica pare come costringersi e opacizzarsi in pura prosa in versi. Ma forse è impressione apparente, e comunque opinabile, soprattutto se si riflette sulle difficoltà speculative dell’itinerario mentale descritto, sul complesso simbolismo autobiografico, dagli esiti definitivi e testamentali.
Non saprei, a questo punto, elaborare una sintesi critica del poemetto meglio centrata nel testo, e pienamente condivisa dall’Autore, di quella della mia lettera pubblicata ad apertura di Filosufannu?, e che qui mi piace riproporre:

«Caro Nicola, questo tuo poemetto Èssere è lla Vita [...] è forse il momento più alto del tuo essere poeta di pensiero per passione di filosofia, per eventualità di conoscenza esaustiva. Vanamente, e disperatamente, se lo stesso gentiliano Atto Puro dovevi affinare fino a farlo coincidere con il suicidio della ragione. Pare un’ultima resa dei conti con la filosofia che da tutta una vita ti si muove in mente. Ed è questa una prima parte – quasi una lezione in versi ad intensa scansione didascalico-argomentativa – di questo nuovo Testamentu. A partire dalla nona lassa, liquidati illusorietà e trucchi ontologici dei quali la filosofia da sempre ammantò l’essere, comincio a riconoscerti per il poeta che già conobbi di Mumenti e ttrumenti, ma che ora straordinariamente ti rinnovi e ti riveli in visioni di remoto incanto lucreziano-eracliteo («sta fiumara de l’èsseri, a ccatine...»), con attualissime possibilità nichilistiche dell’ “Essere”-“gnenti”-“nu bbucuneru senza vanzamenti”. In quel dialetto che solo è tuo, sperimenti un nuovo linguaggio, affiatato con la cultura-realtà di vita e morte, di natura e corpi... Che peccato non esser clone di Giovanni Gentile e spiegarsi e vivere il mondo con l’Attopuro!... E ricorrono i tuoi antichi motivi: il casualismo del nascere e del vivere, la nostalgia di una «ggiustizzia senza truffatori», e conseguente complainte su «st’Italia rriutata suttasusu»... Poi il poetico colpo d’ala della discesa e metamorfosi della filosofia nella vita: riscoperta del “Nussacciu”, di un sentimento del vivere con precario battito di cuore stanco e malato, fino a quel canto mormorato con voce mai prima tentata del tuo tempo quotidiano. Sparisce l’affanno irrassegnato del Testamentu, e se ne perpetua l’approdo al nulla dell’essere di vita e morte: supremo gioco di poesia della verità di sé e del mondo [...]».

Il poemetto Ci pecca e ppoi se mmenne, sarvu seste (Chi pecca e poi si emenda, è salvo) può ritenersi una variazione sul tema centrale di Èssere è lla Vita, o dell’immaginazione del Tutto-Niente dell’Essere nel Tutto-Niente della Vita. La contiguità tra i due poemetti, oltre tutto, è anche cronologica (marzo 2001, luglio dello stesso anno, le due date di composizione).
Si snodano, da quel centro speculativo, motivi ricorrenti, come l’inconoscibilità della condizione umana, la precarietà di «lu ‘jeu’, lu ‘moi’, lu ‘cquai’» («l’ ‘io’, l’ ‘adesso’, il ‘qui’»), lo sgretolarsi delle illudenti idee di un già giovanile platonismo all’avvicinarsi del tempo della morte, la transitorietà delle infinitesime vite, fino alla potente intuizione poetico-filosofica dell’Essere come Vita e come Morte, e il suo infinito ripetersi in una natura di un universo, di cui nessuna mente penetrerà mai il niente e l’immenso.
Un tristico monorimo esplicita con ironia il ditterio del titolo, attraverso l’identificazione della filosofia del concreto con una disincantata e vanificata visione retrospettiva della vita vissuta. E’ il tempo ultimo della vita, emendato delle illusioni, o tempo filosoficamente salvifico della verità del nulla: «Certu, palore de nnu narfabbetu / pàrene, ma se sai tte quardi a rretu, / le troi filosufia de lu cuncretu.» («Certo, parole di un analfabeta / paiono, ma se sai guardarti indietro, / le troverai filosofia del concreto.»).

L’ultimo poemetto, Cu lle vite, la Vita, riguarda il sentimento del tempo, riconfermata ancora una continuità ideologico-speculativa con i testi precedenti.
Passato e futuro: due niente, opposti e coesistenti dentro le vite. Esiste solo l’agostiniano presente; ma anch’esso è fittizio, senza spazio se non d’anima. Irrealizzante tempo: vite infinite fagocitate da una Vita oscura, perpetuata d’inconoscibilità.
Ancòra un contrappunto d’ironia lievita d’assurdo le illusorie soluzioni armonico-trascendentali, platonico-agostiniane, del tempo, e le sue storicizzazioni in forme e norme di potere, culturale, politico, religioso, d’ascendenza aristotelico-tomistica.
Particolare presenza di poesia il colloquiale esercizio di un ottuagenario filosofo-poeta sull’illusorietà del tempo, del suo essere Vita di non-Vita: «De quista vita mea, jeu, lu prisente, / ca è llu moi ca è llu cquai, fissu mme tene / allu gnenzi de tiempu.» («Io di questa vita mia il presente, / che è l’adesso e il qui, mi tiene fisso / al niente di tempo.”). Un esercizio che si lascia dietro ogni presunzione di vita vissuta, di memorie e di storie...
Alla fine, un brivido di sgomento, in questo disilluso filosofare «a llume de lu gnenti» («a lume del niente»). Si vorrebbe che fosse un inganno. «Ma la Vita è scura». Che altro di una Vita che uccide e annulla le vite, come il mare le onde, istantanee e sparenti?

antonio mangione

 

Il villaggio della salute

La malattia negata

Castigo divino, maleficio occulto, natura avversa, animali velenosi, effluvi mortiferi: la storia del pensiero filosofico e medico abbonda di ipotesi, spesso fantasiose, relative ai motivi capaci di scatenare in noi uno stato di malattia. Interrogativi tormentosi, spesso senza risposta, sono accompagnati da un sentimento ancestrale di dolore e di angoscia per un evento misterioso e spesso incontrollabile. Per evitare di farci ossessionare dalla paura, ci difendiamo pensando alla malattia come a qualcosa che capita a qualcun altro o che riguarda un futuro remoto: un giorno, forse, mi ammalerò.
Malattia e sofferenza, tuttavia, spesso irrompono all’improvviso, inaspettatamente, mandando in frantumi il nostro senso di unità e di armonia. La comprensione delle cause non chiarisce mai a sufficienza il perché noi, piuttosto che un’altra persona.
Anche la comunità si difende, rifiuta la malattia e la sua visione, la confina mandandola su un’isola, nell’ospedale o in clinica.


L’isola del dolore

Si ripete così, in forme rinnovate, ciò che si può trovare anche fra le culture più antiche, dove i malati venivano separati dal centro vitale e sistemati in un luogo di cura rituale.
Gli ospedali sono situati di rado in mezzo alla città; e quando lo sono, sono isole chiuse in se stesse. Basta pensare all’isola Tiberina, dove sorgeva un tempio dedicato ad Esculapio, dio della medicina, sul quale poi è stato edificato, incorporandovi anche dei ruderi, l’attuale Ospedale Fatebenefratelli. Più spesso si staglia imponente ai margini della comunità – la “Cittadella Sanitaria”, zona separata da tutto il resto, dove hanno cittadinanza altre leggi e altri linguaggi.
Il passaggio che unisce e separa la comunità urbana dall’ospedale segna una cerimonia di iniziazione estremamente dolorosa.


I riti di passaggio

I “riti di passaggio” includono la recitazione delle lamentazioni, il sottostare ad un esame di ammissione, la spoliazione degli indumenti della vita quotidiana e il rivestimento con la “divisa del paziente” (il pigiama), e infine l’accettazione formale.
Questo “transire” da uno stato ad un altro ha i caratteri della divisione, della scissione delle varie parti di sé, del rischio della frantumazione irreparabile, di un viaggio in un altrove sconosciuto che può essere senza ritorno. La paura, l’angoscia, lo smarrimento, il senso della perdita e della privazione accompagnano l’ammalato in questo attraversamento da uno stato ad un altro. Tutto ciò precede e conduce ai “riti del trattamento” vero e proprio.
Ma fermiamoci un attimo per analizzare questo passaggio. Non è difficile ammettere che in questo trasferimento cerimoniale qualcosa dell’individuo sofferente vada perduto.


Il regno diviso del malato

La separazione dell’individuo sofferente dalla sua terra anticipa altre divisioni, altre scissioni, altre lacerazioni, dentro e fuori di lui.
Se i riti di passaggio segnano la separazione dell’individuo dalla comunità, i riti di trattamento segnano la divisione e la frammentazione delle varie parti del paziente. Se la malattia è qualcosa che succede agli organi, lo studio delle cause di malattia si restringe alla ricerca di mutamenti locali nei tessuti.
La stessa organizzazione dell’ospedale riposa sul modello organicistico: le malattie vengono suddivise per reparti in base all’organo compromesso.
Come afferma la Consulta nazionale CEI, «il malato vive spesso, sulla sua pelle, un sentimento di frantumazione, di essere guardato e curato da vari operatori sanitari, ognuno dal suo punto di vista, senza il dovuto rispetto alla sua interezza...».
Ma c’è un’altra mutazione importante da non sottovalutare. Al di là delle differenze dei singoli ammalati, il paziente sembra regredire ad uno stadio infantile caratterizzato da dipendenza sia fisica che psicologica. Il suo stato lo esime dai suoi doveri normali. La sua vita sociale si riduce a subire terapie: mediche, psicologiche, pedagogiche...
La dipendenza terapeutica fa sì che nell’isola del dolore, corpi sofferenti si affidino, come nell’infanzia e come nell’antichità, a divinità amate e temute per i loro poteri. L’accettazione del ruolo di malato ha fatto sì che nell’individuo sofferente sia stato negato il ruolo fondamentale del suo guaritore interno.


L’archetipo guaritore-malato

Salute e malattia, guaritore e malato, medico e paziente sono situazioni archetipiche, bipolari. Quando una persona si ammala, viene costellato l’archetipo guaritore-paziente: il malato cerca il guaritore esterno, ma nello stesso tempo si attiva anche il guaritore intrapsichico, fattore interiore di guarigione. Nessuna ferita può rimarginarsi e nessuna malattia può risolversi senza l’azione curativa del guaritore interno.
Non molto diversa è la situazione del guaritore. L’immagine del “guaritore ferito” trova nella mitologia esempi preziosi. Per brevità di esposizione, citiamo soltanto l’immagine di Chirone, il centauro che insegnò ad Esculapio l’arte di guarire, affetto lui stesso da piaghe incurabili. Queste immagini mitologiche ci insegnano che non solo il paziente ha un guaritore dentro di sé, ma anche che nel guaritore esiste un malato che chiede di essere curato.


Il regno diviso del guaritore

La medicina, che era la maggiore delle arti, perché comprendeva tutto intero il suo soggetto – corpo, spirito, psiche, e lo stesso mondo – ha dimenticato l’ampiezza del suo regno, costringendosi quasi esclusivamente nel regno di una fisiologia. In ospedale il malato è curato, quasi esclusivamente, per i suoi sintomi somatici.
Nella transizione storica della Medicina da arte a scienza, sullo spirito ha preso il sopravvento la Teologia, la psiche è stata lasciata alla Psicologia, il mondo e i rapporti con il mondo sono stati affidati ai Servizi Sociali, quando non sono stati negati del tutto. Sui regnanti dei piccoli, sempre più limitati poderi, sui tecnici dei vari frammenti in cui è stato diviso l’individuo, grava il rischio del burn-out, dello sgonfiarsi professionale, dell’agire spicciolo e incolore di ogni giorno, fatto di rapporti professionalmente formali, atti burocratici, stanchi, ripetitivi, annoianti.
In questo scenario di quotidiana alienazione, gli operatori sanitari possono arrivare a considerare i malati più come “materia di lavoro” che non come persone, fatte della stessa materia corruttibile di cui essi stessi sono fatti. Quando ciò succede, il guaritore ferito nega la sua malattia, che rischia di farsi spazio in questo mondo autistico, in quest’isola della sofferenza e della depressione. Al contrario, la certezza durevole e sofferta della degenerazione del proprio corpo e della propria mente, e la convinzione che solo per una serie di circostanze favorevoli siamo noi, in quel momento, a dover curare anziché essere curati, rendono l’operatore sanitario fratello del paziente e capace di un incontro umano significativo e al tempo stesso salutare per entrambi.


Il non ascolto come difesa

Il malato che ha disattivato il suo guaritore interno si affida così ad un guaritore che, spesso, ha dimenticato d’essere a sua volta ferito. Il potere del guaritore si confronta con l’impotenza passiva dell’ammalato che chiede speranzoso, come ad una divinità, di essere “liberato dal male”.
Delega, dipendenza infantile, alienazione di funzioni caratterizzano lo stato dell’ammalato. L’individuo sofferente, al cospetto di chi spera possa ridargli la salute, cerca di parlare della sua storia, confessare le sue colpe, cercando ascolto, conforto, espiazione; ma le labbra dell’ammalato vengono chiuse prima dalla prescrizione degli esami di routine, poi dalla diagnosi espressa in termini tecnici, freddi, perentori, definitivi. L’operatore “divinizzato” non può che difendersi da questo enorme investimento di responsabilità, seguendo una prassi consolidata che sembra proteggerlo da un coinvolgimento che, oltre che estremamente faticoso, può apparire pressoché inutile.
I grandi progressi tecnici sono stati accompagnati spesso da un regresso dal punto di vista del rapporto, del coinvolgimento umano, con il risultato che la malattia non è più vissuta come espressione di un problema che riguarda tutta la persona, ma solo la sua parte malata. Ciò è sempre più evidente nella standardizzazione dei protocolli per malattia. Vengono eluse e annullate la storia del paziente e la sua individualità, egli viene ridotto a caso di una categoria, a elemento di una classe extra-temporale. Da qui il mito della specializzazione e la focalizzazione sulla singola malattia organica, che di fatto apre la strada, il più delle volte, a un’attenzione frettolosa, che tende a negare tutta una serie di sintomi che non corrispondono ai modelli teorici di riferimento.


Il linguaggio del porcospino

Quasi vent’anni fa osservavo come il linguaggio scientifico, pur se funzionale e strumentalmente efficace, nasconde l’ipocrisia dell’inganno dietro una facciata di apparente oggettività. L’incapacità e la paura di riconoscere l’altro nella sua situazione di sofferenza, così complessa e così antica, inducono il tecnico della salute ad utilizzare diagnosi elaborate in termini tecnici, che con la loro “concretezza sopraffattoria” sbarrano la strada alla possibilità di pensare, di replicare, di analizzare ulteriormente.
Questo linguaggio, volutamente acritico e antidialettico, è formato da parole-maschera e da parole mascherate che proteggono dalla possibilità di essere coinvolti in un gioco di cui non si conoscono le regole. Per mezzo di questo “linguaggio scudo”, il tecnico della salute è in grado di difendersi dall’uomo sofferente nel momento in cui, tentando di stabilire un legame affettivo con il proprio medico, questi si appresta a parlare della sua vita, della sua storia. Tutto ciò è paura del passato, paura dei contenuti sovversivi della memoria, ma è soprattutto paura del confronto con la propria e altrui angoscia di morte e con le immagini perverse che l’accompagnano.
La morte del dialogo conduce al disconoscimento dell’umanità, ma soprattutto vuole ignorare che la sofferenza possa avere un significato, una motivazione, un fascio archetipico corrispondente. Dietro le rappresentazioni meccaniche di organismi difettosi, una umanità con urla mute e disperate chiede di essere riconosciuta, ascoltata, accettata.


L’individuo come totalità sincronica

La trappola dell’isolamento specialistico, capace di produrre visioni necessariamente parziali, aveva negato per troppo tempo il senso della globalità dell’uomo e conseguentemente aveva impedito la comprensione cosciente di meccanismi estremamente semplici e tuttavia estremamente significativi. La ricerca scientifica contemporanea, al contrario, sta ritrovando partendo da settori di ricerca totalmente separati, le antiche certezze relative all’unità psicofisica dell’individuo e sta individuando sempre più chiaramente i canali di comunicazione del rapporto mente-corpo, tanto da aver aperto la strada a nuovi campi di indagine scientifica, quali la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI).
Dalla metà degli anni Settanta, studi sistematici hanno evidenziato sempre più chiaramente il rapporto che intercorre tra il sistema nervoso centrale, il sistema endocrino e il sistema immunitario. Secondo le scoperte della PNEI, il sistema nervoso centrale, il sistema endocrino e il sistema immunitario farebbero quindi di “un’unica entità integrata” capace di scambiarsi informazioni ed emozioni. Oggi, alla luce di queste scoperte, il problema della salute e della malattia diventa un problema legato all’equilibrio di questi tre apparati, che pur rispondendo a stress differenti, quello immunologico a stress infettivi, quello nervoso a stress psico-emotivi, quello endocrino a stress prevalentemente di natura fisica, nello stato di salute agiscono in sincronia, mentre lo stato di malattia evidenzia uno squilibrio dell’intero sistema. Si è definitivamente accertato, e accettato, che l’individuo è una totalità sincronica, così come si è accertato e accettato che esiste un dialogo interno tra i nostri apparati più importanti.
La scoperta, a nostro parere, tende a restituire all’uomo di scienza il senso della globalità, dell’organicità viva del tutto, dell’universalità.
Miracolosamente dalla settorialità, dall’isolamento, dall’esasperata specializzazione si sta ritornando ad una visione più ampia e comprensiva che facilita lo studio dell’essere umano e la capacità di intervenire nella cura delle sue malattie.
La promozione dell’incontro
e della comunicazione

La cura, l’aver cura in senso lato, non può non avere il carattere della reciprocità comunicativa, conoscitiva e modificante. Nell’incontro vi è un aspetto dinamico, l’andare incontro all’altro, superando la distanza, la separazione. Operatore sanitario e paziente condividono per gran parte del loro tempo lo stesso spazio e partecipano ad una comune vicenda. Nonostante ciò, il contatto diretto persona-persona genera una forma di smarrimento, il sentimento dell’ignoto, una sorta di tempesta emotiva che si può tacitare catalogando l’altro in categorie preformate.
Dare spazio e tempo all’incontro porta tuttavia al fiorire della conoscenza nella quale anche la parola terapeutica e lo stesso farmaco acquistano senso e non un’aura mistica sostenuta, quando c’è, da una cieca fede nel tecnico della salute, nell’azione magica del potente stregone. Vi è in sostanza un metodo che usa la relazione, considerandola essa stessa terapeutica e curativa e un metodo che tratta la relazione come un ostacolo.


La promozione della salute

L’interesse per la malattia e per la terapia, più che per il malato e per la sua cura, ha finito talvolta per far dimenticare che Esculapio oltre a Panacea, aveva una figlia chiamata Igea che, secondo la mitologia, insegnava ai greci come essere sani.
Nella pratica clinica spesso si curano i sintomi, non si guarisce la persona. I sintomi spariscono, ma la malattia e i motivi alla base di tale malattia non vengono curati. Questo perché si è scelta la strada della soppressione del sintomo, non quella della sua significazione. Se la terapia viene dall’esterno, la guarigione è un processo che ha luogo all’interno della persona: un processo che restituisce integrità ed equilibrio. L’impegno a rispettare lo spirito di Igea, si è limitato il più delle volte a percorrere, spesso svogliatamente, la strada della prevenzione della malattia; raramente ci si è spinti sui sentieri della promozione di “comportamenti” che favoriscano la salute.
Il concetto di prevenzione porta con sé il carattere della staticità, come della necessità di proteggersi con uno scudo difensivo dall’attacco di eventuali nemici che potrebbero minacciare la nostra integrità. Al contrario, porre l’accento sulla “pro-mozione della salute” richiede un movimento di realizzazione della persona, di un processo di immersione nel cambiamento che deve coinvolgere necessariamente il suo ambiente interno, ma anche la complessa rete delle sue relazioni sociali, e il territorio nel quale si trova a vivere e a operare. Un concetto positivo di salute, quindi, che supera le vecchie concezioni relative ad un dato e ad uno stato da conservare, e si allarga ad un concetto di ben-essere individuale e collettivo.
Un’impostazione di questo tipo comporta a vari livelli, anche a quelli delle scelte di politica sanitaria, una riorganizzazione delle priorità, con un deciso impegno teso a sfruttare le situazioni, sociali e individuali, capaci di produrre salute positiva e benessere collettivo.


Il villaggio della salute

Perché la guarigione, e non solo la scomparsa dei sintomi, sia una possibilità culturale reale, vi è bisogno, a mio avviso, che il dolore della malattia, isolato nell’ospedale, sia restituito alla comunità, al villaggio. La malattia riguarda la comunità intera e così la guarigione. Per ritrovare la guarigione nel nostro mondo è necessario che si cominci a chiedere alla malattia cos’è che vuole farci capire, che si comincino a vedere le cause sociali che portano alla malattia, che si comincino a manifestare socialmente le emozioni che a questo dolore si accompagnano.
Il villaggio della salute non si difende dalla debolezza e dalla paura, ma vi trova invece un significato condiviso di umanità, vi trova gli archetipi di un inconscio collettivo, vi trova la propria anima, che è l’anima del mondo di cui spesso ci dimentichiamo di appartenere, come piccole gocce d’acqua all’interno di un’onda maestosa, l’onda incessante ed eterna dell’umanità.
Se vogliamo che il “villaggio globale” nel quale viviamo non incida ulteriormente sul processo di spersonalizzazione e di isolamento del singolo individuo, dobbiamo necessariamente e consapevolmente ritenere che il fattore umano debba essere ricucito, tenuto insieme, unitariamente considerato. Ma affinché l’unitarietà dell’individuo sia conservata e trovi risposta, c’è tuttavia necessità di ricucire pure il sistema-servizi deputati alla cura della persona, dando una risposta unitaria e armonica ai problemi complessi della salute.

vincenzo ampolo

   
   
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