Dicembre 2004

La piccola “patria” che hai nel cuore

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Alla ricerca
della salentinità
Mario Marti
 
 

 

 

 

Salentinità è un sentimento,
un privilegiato
e totale rapporto d’amore nei
confronti di
tutti gli aspetti,
le condizioni,
le manifestazioni
del Salento da parte di chi nel Salento riconosca e senta la propria “piccola patria”.

 

Nello scorso mese di settembre si è svolta nel Salento una piuttosto lunga e affollata manifestazione culturale, dal giorno 9 al giorno 26, con dibattiti, mostre, interventi di musica e canti popolari, premiazioni, ecc. L’argomento era di particolare interesse e importanza: “L’identità salentina”, che è anche il logo della Sezione Sud-Salento della “Associazione Italia Nostra”, presieduta con autentica passione (Onlus) dal prof. Marcello Seclì.
Oltre al Comune di Parabita, sede centrale della Sezione, vi erano coinvolti quelli di Specchia, di Muro Leccese, di Corigliano d’Otranto e, naturalmente, di Lecce, capoluogo del Salento, secondo un ben complesso e organizzato “programma di manifestazioni per l’analisi e la tutela del territorio e per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali”, come recita e precisa il sottotitolo dell’apposito dépliant. Bisogna aggiungere, a merito dell’Associazione e del suo presidente, che di questa iniziativa veniva celebrata addirittura la “VI edizione”, assai più impegnata delle precedenti, e onorata anche dalla presenza della prof.ssa Gaia Pallottino, segretaria nazionale di “Italia Nostra”.
A condurre la serata inaugurale del 9 settembre, aveva offerto la sua ambita, richiesta e preziosa disponibilità il dott. Aldo Bello, impareggiabile Direttore di questa magnifica “Apulia”; al quale mi fu chiesto di rilasciare, sicuramente per affettuosa amicizia, e un po’ forse anche per competenza, una breve intervista sull’argomento e sull’iniziativa. Questo avvenne, puntualmente e cordialmente, nella tarda mattinata dell’8 settembre. E due giorni dopo, lo stesso dott. Bello, in procinto di rientrare a Roma, mi chiese di poter pubblicare il mio breve intervento sulla sua rivista; ma io ne lo dissuasi, argomentando che la brevità, l’occasionalità, l’irriflessa immediatezza di un’intervista verbale e non preparata non poteva comunque essere adeguata ad un argomento così importante. E per contropartita gli promisi che, a ferro ancora caldo, avrei scritto un articolo. L’occasione infatti mi era stata propizia per farmi tornare a riflettere su un problema così complesso e delicato, e perfino ambiguo e rischioso. Così sono nate, amico lettore, le pagine che seguono.
“Identità salentina”, ovvero, con lessico più rapido ma omosemantico, salentinità (non bisogna aver paura delle parole).
Dirò subito che, riflettendo sul problema della sua reale consistenza, ho notato che esso è emerso, e si è imposto all’attenzione degli interessati, almeno due volte, in epoca recente; e non momentaneamente, ma per un periodo di tempo piuttosto notevole.

La prima volta fu negli ultimi decenni del sec. XIX, dopo la promulgazione dell’Unità d’Italia. Il contraccolpo regionalistico, più visibile nel campo delle scienze umane e delle arti figurative, prese allora corpo nella letteratura del “Verismo” (nella sua più ampia accezione), e nel regionalismo anche della pittura e della scultura. Il Salento vi si inserì storicamente, e sia pure occupando un suo minimo posto, rivelando tuttavia la consapevolezza di essere, di costituire, una regione. Notazione, mi pare, di una certa importanza; e certo più importante dei modi in cui la “regione” fu allora culturalmente sentita, valutata, esaltata. Si andò infatti alla ricerca e all’affermazione di una nobiltà storica delle “origini”; si trasse vanto dai leggendari rapporti con l’Oriente antico classico, donde sarebbero provenuti i fondatori delle città nostre; ci si riconobbe, alla lontana, nei Messapi, nei Greci antichi; e le vie di Lecce furono allora intitolate a Idomeneo, a Ferecide, a Malennio, a Euippa, e via dicendo, come a nobili e antichi e autentici antenati e progenitori...

Ma la verità importante, da sottolineare storicamente, è che la nuova realtà dell’Unità nazionale dette nuovo corpo, quasi per reazione automatica, all’antica realtà della regione. E dirò anche “regione” riferendomi al Salento, poiché non condivido la tendenza di chi lo degrada a “sub-regione”, confondendo – a me pare – ciò che è amministrativo (Regione Puglia) oggi, con ciò che è stato sempre antropologico (Salento; e basterebbe pensare alla compatta e unitaria varietà dei dialetti locali, almeno fino alla fascia mista, che sta subito di là dalla linea Taranto-Brindisi). Né quella coscienza regionalistica post-unitaria del Salento, che fu di De Giorgi, certo, di De Simone, di Palumbo e dei loro coevi ed epigoni uomini di cultura “locale”, è accostabile, in qualche modo, alla rivendicazione avanzata dal Ferrari nella sua Apologia paradossica, considerato che il Ferrari tendeva a confermare Lecce a seconda città del Regno dopo Napoli; sullo sfondo dunque non della regione Salento, ma della più ampia Terra d’Otranto e del Regno intero.

La seconda volta, cioè il secondo periodo durante il quale è assai riemersa la coscienza della regione Salento, e s’è cercato anche di definirne l’identità antropologica, interrogandosi impegnativamente su che cosa sia e in che consista la salentinità, è quello nel quale siamo coinvolti tuttora noi stessi, come conferma e documenta anche la manifestazione del Basso Salento, dalla quale abbiamo preso le mosse, dedicata appunto alla “Identità salentina”. E’ probabile che si tratti, in sostanza, di una ripresa, dopo alcuni decenni di incubazione sotterranea, compresi quelli, anzi in particolar modo quelli, che esaltarono fuor di misura il centralismo statale e la compattezza politica nazionale. Certo si è che anche questa volta la fiammata, anzi la calda e persistente convinzione regionalistica, è stata sollecitata e motivata dagli avvenimenti della politica. Infatti, qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale (1945), e dopo lo storico referendum e la promulgazione della Repubblica Italiana (1946), fu definita ed emanata anche la nuova Costituzione (1948); la quale, al “Titolo V” e all’art. 115, così dispone: “Le regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri e funzioni, secondo i princìpi fissati dalla Costituzione”. E anzi venivano attribuite alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta “forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali” (art. 116).
Non starò qui a ricordare e a ripetere la vicenda riguardante la proposta di una “Regione Salento”, che non passò; ricorderò solo che quegli furono anche gli anni della “Storia e geografia della letteratura” del Dionisotti, e della prima antologia delle letterature regionali di Binni e Sapegno. Insomma, venne a costituirsi una parallela linea regionalistica qui in Italia nel campo delle scienze umane: ed ecco l’impennata della poesia in dialetto (con relative storie e antologie), la feconda applicazione allo studio della microstoria e delle scienze antropologiche in genere, la vantaggiosa, nuova esaltazione del bene culturale, inteso non tanto, e non solo, nel suo valore universale, ma come oggetto prezioso collocato nel suo scrigno locale e antropologicamente decifrato; e così via. Ed ecco irrobustirsi sempre di più nei decenni l’interesse, lo studio, la necessità ideologica di conoscere e definire la propria identità regionale, le sue origini, la sua storia.

In questo quadro storico io credo che debba esser collocato il problema della salentinità e dei suoi omologhi equivalenti allotrii, come sicilianità, napoletanità, ligusticità, milanesità e simili. Ora, che il Salento sia una regione, mi pare difficilmente contestabile: l’accordo, in questo, par che sia pressoché unanime. E dunque anche nel e per il Salento è emerso, fatalmente e vivacemente in questi ultimi decenni, il problema della salentinità. Tanto che, allo scadere degli anni Settanta del secolo scorso, un battagliero e dinamico giornale locale, denominato Nuovosalento, decise di condurre un’inchiesta, coordinata da Antonio Donno, sulla specifica questione. Io fui sollecitato a dire la mia; che par giusto e utile qui riprodurre nella sua parte più importante:
“Salentinità”? “Cultura salentina”? Debbo dire che per me questi interrogativi non hanno mai avuto peso determinante. Passerebbe il mondo, se si dovesse definire in astratto la “salentinità”. A me basta la convinzione (inequivocabile, mi pare) che il Salento sia una “regione” almeno linguisticamente, e dunque anche storicamente, culturalmente, antropologicamente. “Salentinità”, “cultura salentina” sono, a mio giudizio, soltanto delle ipotesi di lavoro, che a volta a volta aggrediscono, con la varia metodologia, con la varia ideologia di chi lavora, tutte le “cose”, direttamente o indirettamente, legate alla “regione”, coinvolgendole nella generale analisi storico-culturale tout court. Ed è davvero singolare come studiosi, perentoriamente negatori di valori assoluti, si arrovellino poi a definire e a decifrare la “salentinità”, come categoria astratta, laddove essa è soltanto una ipotesi dinamica che opera (come le strutture di Starobinski) nel metodo e nella ideologia del ricercatore alla scoperta o alla reinterpretazione di quelle “cose” salentine (storia, cultura, antropologia); e tanto meglio opera, ipotesi siffatta, quanto più l’analisi dello studioso è condotta secondo rigore scientifico ed onestà morale e intellettuale.

Questo io suggerivo e proponevo su Nuovosalento il 9 marzo del 1979, con alcune altre considerazioni non tanto sulla salentinità, quanto sul significato del “fare cultura nel Salento” o del “fare cultura salentina”. E chi volesse conoscere l’intervento tutto intero, lo troverebbe nelle mie Occasioni salentine, Lecce, 1986, pp. 17-19. Par chiaro che io puntavo sulla differenza fra due elementi passibili di confusione: salentinità e cultura salentina. E mi si lasci credere che quanto io indicavo circa la “cultura salentina” o il “fare cultura salentina”, sia sufficientemente ragionevole, liscio e dunque facilmente accettabile da ogni lettore non prevenuto. Sono cose piuttosto banali, che non vale la pena qui di riprendere e ripetere. Meno facile invece, forse meno agevole, il discorso sulla salentinità come ipotesi di lavoro; al quale gioverà certo qualche chiarimento e qualche integrazione.

La salentinità non è, non può essere, una categoria metafisica né in senso kantiano, poiché non è una forma a priori, né in senso aristotelico, poiché è tutt’altro che un predicato universale. E non è, non può essere, neanche una categoria storiografica o un canone, poiché non si riferisce a una fenomenologia specifica calata nel tessuto concreto della realtà storica, in un preciso e ben limitato periodo di tempo. E non è neppure, non può essere, una raccolta di “cose” salentine più o meno rare e preziose a testimonianza di personale erudizione; oppure una serie di manifestazioni d’argomento salentino, sollecitata, generalmente parlando, da scopi commerciali e turistici. Per queste due ultime ipotesi, in verità, che si riferiscono, per altro, ad attività assai meritorie ai fini della vita culturale locale e nell’ambito dei locali interessi di carattere antropologico, sarebbero più da collocare sotto l’etichetta concreta di salentineria (le “cose”), che sotto quella astratta di salentinità. Per un periodo di tempo abbastanza lungo io tenni, sul Corriere del Giorno di Taranto, una rubrica d’argomento salentino, che intitolai appunto “Compra-vendita di salentineria”, in analogia con argenteria, oreficeria, bigiotteria e perfino panetteria, macelleria, ecc. Ma la salentinità – è ben chiaro – non si vende e non si compra.
In fondo in fondo, ma bisogna arrivarci, salentinità è soprattutto un sentimento, una condizione psicologica e intellettuale, in sostanza un privilegiato e totale rapporto d’amore nei confronti di tutti gli aspetti, le condizioni, le manifestazioni del Salento da parte di chi nel Salento riconosca e senta la propria “piccola patria”. Una “piccola patria” che sta come prefazione della “patria grande”, come immagine, simbolo “figura” di essa; ma con un più di domestico, di naturale, direi di istintivo e di casalingo, che la distingue da essa, ma che, insieme, ne fa parte, dialetticamente. E insomma, senza scandalo alcuno e senza irriflessivi rigetti, la salentinità è, nella sua sostanza più segreta e più intimamente vissuta, la sublimazione, spontanea, istintiva, autenticamente interiore, e dunque pura, disinteressata, metastorica, della “provincia” salentina. Ovviamente, mutati i termini del problema, questo vale anche per le indicazioni antropologiche innanzi ricordate, di sicilianità, napoletanità, ligusticità, milanesità, ecc. Infine, la “provincia” come circolazione sanguigna della nazione.

Con questo discorso son venuto a chiarire e a integrare – se non m’inganno – la formula un po’ chiusa ed ermetica della “salentinità come ipotesi di lavoro”. Essa in sostanza determinava due poli: a) l’assurdità e l’impossibilità di attribuire a “salentinità” valore, a qualsiasi livello, categoriale, come invece era emerso dall’inchiesta di Nuovosalento; onde la necessità di ulteriore riflessione e approfondimento; b) la certezza che comunque la “salentinità” stava a matrice e, per così dire, a placenta d’ogni maieutica d’argomento salentino. E ora, con tutto quello che ho scritto finora, spero d’avere sciolto il sinolo, e d’aver chiarito e adeguatamente integrato il mio pensiero al proposito. Del resto, che sia illusorio, in genere, identificare ideologicamente le antiche radici antropologiche (e non storiograficamente oppure geograficamente; e insomma di là da una qualsiasi leggendaria teoria delle origini preistoriche), appare dalla seguente incontestabile considerazione: la ricerca e la possibile identificazione delle più antiche radici antropologiche sono fatalmente condizionate dal grado, dalla qualità, dalle strutture anche metodologiche della cultura e della civiltà che sono vive al tempo dell’indagatore, e nelle quali l’indagatore è, sia pure inconsapevolmente, ingabbiato.
Oggi, poniamo, si seguirebbero taluni criteri e diciamo anche che si perseguirebbero certi valori; ma criteri e valori sicuramente, oggi, diversi da quelli di cent’anni fa e più (come di passaggio s’è visto); e pure criteri e valori sicuramente diversi da quelli che saranno in vita fra cent’anni e più (per una cultura e una civiltà certamente assai diversa dalla nostra). La diversa condizione culturale, storica, ideologica, antropologica di base è assai presumibile e verosimile che porterebbe nei tre diversi “momenti” ipotizzati a tre diverse proposte risolutive. Un’altra ipotesi di lavoro, si direbbe.

Questo non vuol dire che la regione Salento non abbia avuto, e non abbia ancora, i suoi “usi e costumi”; e che la stessa sua popolazione non sia segnata, sia pure presuntivamente e non totalitariamente, da tipiche tendenze. Per esempio, l’apertura, direi la vocazione naturale, al bello della poesia, della letteratura, delle arti figurative, al rigore del ragionamento sistematico e costruito, non privo di cavillosità. Non potrei, e non saprei, per il resto del mondo; ma almeno per l’Italia sarei pronto a giurare che non esiste altra regione più ricca di poeti in lingua e in dialetto, di prosatori e comunque amanti delle lettere, di saggisti d’ogni tipo, di pittori e di scultori. E per esempio ancora, una sorta di fatalistica lentezza levantina, incline alla rassegnazione o all’indifferenza passiva, imperturbabile, ironica; anche se il levantino maktub! è venuto attenuandosi di molto dopo la seconda guerra mondiale, in grazia di una maggiore e più mordente reattività. E’ pericoloso, e forse anche del tutto vano, procedere per questa strada; ma mi è venuto fatto di pensare che i due stili maggiormente onorati nella storia di un’architettura che insiste nel Salento, sono – guarda caso – il barocco e il liberty, e cioè quelli che maggiormente obbediscono all’estro e alla fantasia, più che alla regolarità delle forme chiuse. E questo mi pare assai significativo sotto il profilo della definizione del carattere antropologico locale.

E gli “usi e costumi” ci furono, e come!, tanto tipici ed esclusivi, e ci sono ancora, anche se sono andati attenuandosi e magari spegnendosi a mano a mano che si andava attenuando e spegnendo la vecchia civiltà contadina di fronte all’evidente, anche qui, fenomeno del globalismo. E le peculiarità gastronomiche, che quasi del tutto hanno ormai perduto certa sacralità cronologica di ricorrenza da onorare (cìceri e tria per San Giuseppe; le pìttule natalizie, ormai addirittura servite come componenti d’antipasto qualsiasi!). E le prefiche, le tarantate, i folli trionfi della pizzica-pizzica, i costumini votivi ai bimbi miracolosamente guariti...
Ecco: mentre pensavo a tutto questo, anche alla ricerca mnemonica di altro analogo materiale, m’è balzato alla mente, dal più riposto e antico angolo dei ricordi, un detto, che mi rimase impresso dai tempi della prima Liceo (1931-1932, a Galatina), studiando il periodo greco, il più antico, della storia della filosofia: “Amico, vedo il cavallo, ma non la cavallinità”.
Mi sono rivolto all’amico Giovanni Papuli, dottissimo di filosofia antica (che qui voglio anche ringraziare) per la sua identificazione sicura. Ed egli, dopo breve ricerca, m’ha assicurato che si tratta di Antistene di Atene, il fondatore della Scuola cinica greca, e perciò contrario alla teoria platonica delle idee: «O Platone, vedo il cavallo, ma non la cavallinità». Proprio così; e io riducevo il detto al mio caso: «Amico lettore, io vedo il Salento, ma non la salentinità». E se la vedo, è solo nel cuore e nelle cure dei Salentini autentici.

   
   
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