I rapporti tra lItalia e la Cina, e tra
questa e lUnione europea, si possono sviluppare solo allinterno
di un sistema di regole cer-te e condivise, da rispettare con rigore.
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Sin dal 1983, quando mi sono recato in Cina per la prima volta
– primo Governatore di una Banca centrale occidentale a visitare
la Repubblica Popolare Cinese – ho constatato una forte volontà
di collaborazione, l’ampiezza delle opportunità, un’evidenza
di rilevanti complementarità. Rimasi colpito dalla consapevolezza
dei dirigenti cinesi dei problemi da risolvere e dalla loro determinazione
a condurre il Paese verso nuovi orizzonti di progresso. Sottolineai
– nei contatti con i responsabili di governo e dell’economia
– l’importanza prioritaria di approfondire la conoscenza
reciproca, anche attraverso scambi nel settore della formazione.
Illustrai la struttura del sistema industriale italiano, i suoi
punti di forza e il dinamismo delle nostre imprese; capacità
che le rendono, ora come allora, capaci di sostenere la competizione
con gli altri Paesi sul mercato cinese.
In quel periodo la Cina aveva un’economia totalmente pianificata,
ma portava già i segni di una forte volontà di sviluppo
che avrebbe presto alimentato una straordinaria trasformazione.
Questo Paese ha quintuplicato il proprio Prodotto interno lordo
nell’arco di vent’anni; è divenuto il più
grande e dinamico mercato mondiale; sta modificando la geografia
economica del mondo. E’ naturale che un’ascesa di dimensioni
così ampie e al tempo stesso così rapida susciti ansietà,
oltre che curiosità e aspettative. Ma la forte integrazione
della Cina nello sviluppo mondiale è un dato – probabilmente
la più significativa trasformazione economica in atto nel
XXI secolo – con cui dobbiamo misurarci con fiducia per coglierne
appieno le potenzialità; è una realtà alla
quale dobbiamo partecipare.
Vi sono tutte le premesse affinché Italia e Cina conferiscano
ai loro rapporti maggiori coerenza e sistematicità. La visita
in Italia del Primo ministro cinese Wen Jiabao nel maggio dello
scorso anno ha messo in luce come questa convinzione risponda alle
attese dell’una e dell’altra parte.
Non ho dubbi che i nostri imprenditori dispongano delle qualità
– coraggio e dinamismo, spirito d’iniziativa e capacità
d’adattamento – necessarie per affermarsi nel mercato
cinese, che sapranno accrescere la loro competitività per
far fronte alla concorrenza sempre più agguerrita.
Vi sono imprese che soffrono della concorrenza cinese; altre che
hanno investito in questo Paese, creando crescita e occupazione
e traendone profitto. Il successo di chi ha scelto questa strada
conferma la validità dell’esempio industriale italiano,
costituito, oltre che da alcuni grandi complessi industriali di
fama internazionale, da un tessuto di piccole e medie imprese –
tecnologicamente avanzate, spesso provviste di una propria capacità
di ricerca, di notevole flessibilità organizzativa –
che presentano affinità e complementarità con l’economia
cinese.
Occorre guardare lontano: nei prossimi vent’anni in Cina si
svilupperanno su larga scala i consumi privati e i servizi ad essi
collegati, aumenterà la spinta verso una migliore qualità
della vita; crescerà, con un ritmo sostenuto, non solo il
numero dei nostri concorrenti, ma anche quello dei potenziali acquirenti
dei nostri prodotti.


La competitività dell’industria italiana non si manifesta
solo nei tradizionali beni di consumo (dalla moda al design), ma
investe anche settori ad alta tecnologia e una vastissima gamma
di macchinari specializzati e di beni intermedi, che sono grandemente
richiesti proprio dai Paesi emergenti.
Poiché l’Italia è un Paese povero di materie
prime, molti dei nostri prodotti pongono, nella loro ideazione,
un’estrema attenzione al risparmio energetico e di materiali;
la Cina progredisce su una traiettoria di sviluppo ad alta, dispendiosa,
intensità di energia e di materie prime: è un altro
profilo sotto cui valutare positivamente il vantaggio di nuove partnership
bilaterali. Per antica cultura artigianale, evoluta col tempo in
sofisticata cultura industriale, i nostri imprenditori sono lontani
dagli atteggiamenti rigidi talora rimproverati dai Paesi emergenti
ai produttori degli Stati più sviluppati.
L’Italia ha tutti i numeri per affermarsi solidamente nella
realtà dell’economia cinese. Occorre incutere fiducia,
mostrando concretezza, serietà. Occorre la capacità
di tutti gli operatori economici italiani, siano essi pubblici o
privati, e delle nostre Istituzioni di muoversi in modo sinergico,
varando strategie ed effettuando investimenti che mirino a una presenza
capillare e duratura e non estesa solo ai grandi agglomerati urbani
costieri.
Il Forum industriale organizzato da Confindustria e dall’Istituto
per il commercio con l’estero (Ice) che si è svolto
a Shanghai durante la mia visita di Stato ha costituito un’occasione
per mettere a frutto preziose possibilità di cooperazione,
uno stimolo all’innovazione del sistema produttivo di entrambi
i Paesi. Ma è chiaro che i rapporti tra l’Italia e
la Cina, e tra questa e l’Unione europea, si possono sviluppare
solo all’interno di un sistema di regole certe e condivise,
da rispettare con rigore: esso deve costituire il principio cardine
delle relazioni internazionali.
La Cina è forse il Paese che più di tutti ha beneficiato
della liberalizzazione degli scambi. Ora che ha aderito all’Organizzazione
mondiale del commercio (Omc) – grazie anche all’appoggio
di Italia e Unione europea – ci attendiamo che essa partecipi
alle responsabilità globali di assicurare uno sviluppo armonioso
del commercio mondiale. Questo presuppone il rispetto delle norme
in materia di concorrenza, la tutela dei diritti di proprietà
intellettuale, la trasparenza del quadro giuridico, l’abolizione
delle restrizioni in atto per le industrie straniere e la rimozione
di ogni altra forma di distorsione del commercio e degli investimenti.

Il celere sviluppo industriale cinese pone dei problemi di
compatibilità con la tutela dell’ambiente. L’Italia
può promuovere in Cina una promettente cooperazione in questo
settore, nella certezza che la protezione dell’ambiente è
una delle materie che più richiedono collaborazione, in via
bilaterale e multilaterale. In questo campo, sono stati avviati
dei progetti di pregio, come il padiglione di Quinghua a Pechino,
realizzato con le più avanzate tecnologie ambientali messe
a punto nel nostro Paese; esse saranno in tal modo introdotte nell’edilizia
cinese in rapida crescita.
I legami culturali tra i nostri due Paesi creano, oltre a reciproca
conoscenza, importanti opportunità di collaborazione. Con
questo spirito l’Italia partecipa da tempo al restauro di
monumenti che sono simbolo della storia cinese, come la Città
Proibita, e si accinge ad offrire il suo impegno anche in quello
della Grande Muraglia.
La Cina non è solo un’antica civiltà e una dinamica
realtà economica. E’ anche un attore politico, chiamato
– come l’Unione europea – ad assumere un ruolo
crescente nella sfera internazionale. Europa e Cina condividono
l’interesse ad affrontare insieme le grandi sfide del nostro
secolo: da quelle di governabilità, come la prevenzione delle
crisi regionali e internazionali, e la loro gestione nel quadro
delle istituzioni multilaterali e delle Nazioni Unite, alla promozione
di uno sviluppo sostenibile che impone una corretta gestione delle
risorse naturali del pianeta, alla ricerca di fonti di energia rinnovabili,
al concreto impegno nel prevenire cambiamenti climatici. E, soprattutto,
il superamento del divario Nord-Sud.
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